Archivi

Wellcome, ottobre

Questa lunga e caldissima estate sembra essere definitivamente finita, me lo auguro davvero.
Non è stata proprio un’estate memorabile, se non per il caldo africano, e non se ne poteva davvero più.
Ieri mi sono addormentata coperta e infreddolita, cullata dal ticchettio della pioggia sulla finestra. Goduria.

Tra poco dovremo iniziare tutti a coprirci un bel po’, fumare fuori diventerà una tortura. Si torna infagottati e per me è una liberazione.

Ci sono tanti posti da vivere dentro. Nuovi locali alla moda da scoprire, mostre, cinema, aperitivi, cene in casa condite da buon vino… ok quello da dicembre per quanto mi riguarda.
Ho sudato anche l’anima scolandomi birre estive e adesso che potre corroborarmi l’umore con del buon vino, non posso.

La cosa che più mi piace dell’inverno è fissare il buio e le luci della strada da una finestra. Di casa, dell’ufficio, di un locale.
Tutte quelle luci, dietro a milioni di idee e persone e fiati e abbracci, disegnano un profilo diverso della città, una città che pulsa e vive e mi tranquillizza quando sono al sicuro della mia casa.

Non proprio le mille luci di New York, ma mi accontento lo stesso.

Inside Anais

Ieri sono tornata al cinema, di mercoledì, dopo mille anni. Non lo farò mai più.
Tra i pochi veri cinefili, che devono necessariamente economizzare per la mole di visioni a cui si sottopongono, la maggior parte era composta da persone caciarone, un’enormità di studenti, ovviamente, troppo chiassosi e felici per il mio punto di vista da animale asociale.
Soprattutto i miei compagni di sala, ragazzine ruminanti che non hanno fatto altro che sgranocchiarmi nelle orecchie saccocciate di pop corn e mais tostato, mandate giù da litri di cocacola a garganella.
Al di là del fatto che sono a dieta e che comunque, probabilmente, dopo essermi mangiata mezzo chilo di quella roba oggi peserei un chilo di più (loro, ovviamente, tutte scheletriche), è normale che a un certo punto il fisico ti dia segnali che la tua mente idiota non è in grado di comprendere, così una in particolare ha iniziato a tossire quasi fino all’asfissia, per almeno 10 minuti di fila.

E’ in questi momenti che prendo atto del mio acidume, me ne rendo conto ma non faccio niente per nasconderlo. Per me poteva pure soffocare, visto che mi ha rovinato la visione di tutto il film. Pertanto, posso solo che evitare il mercoledì.

Il film, dunque. Sono riuscita a vedere Inside out, l’ultimo cartone della Pixar. Ovviamente, mi sono commossa. Non quanto credevo a dire il vero.
Io penso che il film non sia perfettamente riuscito, a tratti è macchinoso, ripetitivo e poco brillante. Ma per molti di noi grandi, che i 12 anni li abbiamo già passati e che conosciamo anche molti dei meccanismi che accadono della mente (o almeno crediamo), è impossibile non immedesimarsi. A proprio modo.
E sebbene il lieto fine, sappiamo che non basta, che non è sempre così. Quasi mai lo è. Purtroppo, quasi mai bastano solo un abbraccio di mamma e papà per vincere la tristezza. Ma quanto è vera l’importanza della tristezza, per viverti meglio la gioia, o per darti la spinta a ricordarla e, quindi, a ricercarla.
Quanto servono le lacrime, quanto ti fa star bene non tenerle dentro e quanto siano spesso una languida richiesta di aiuto quando le parole non sai dove siano finite.
Quanto è vero che esistono sovrastrutture, o isolette, nella tua mente che giorno dopo giorno diventano roccheforti da cui è impossibile prescindere, eppure non così inoppugnabili.
Quanto sia vero, e triste, sapere che tanti ricordi sono andati perduti, spesso i più belli, e forse non torneranno più. Mentre proprio i più belli, a volte, punzecchino il cuore.

Sarebbe bello che i nostri amici immaginari non scomparissero mai, che fossero sempre lì a ricordati che puoi essere anche pazza, folle, scriteriata e, comunque, essere felice.

Omeomania

Sono solo al secondo giorno di dieta e tutto va… bene.

Se non fosse che al primo accenno di autunno mi sento già pizzicare la gola. Sono tre settimane quasi che manco dalla piscina, e questo freddo improvviso non mi alletta. 

Ad ogni modo, la dieta è solo una delle scocciature dell’intera faccenda. Con i 5 tibetani, nonostante la mia proverbiale pigrizia mattutina, inizio a farci i conti. Ma l’idea di impiegare circa un quarto d’ora a preparare un intingolo omeopatico di 350 gocce, proprio non mi va giù. In tutti i sensi visto che dovendolo bere nel corso della giornata, tende a piazzarmisi un po’ sullo stomaco.

Non ho mai creduto molto all’omeopatia, solo recentemente mi sono avvicinata ai fiori australiani, in effetti con qualche beneficio. Non sapevo neanche che su ogni boccetta campeggiasse una bella scritta ad indicare che non è affatto dimostrato che servano a qualcosa… alè! Di certo una funzione ce l’hanno: svuotare il portafoglio. 6 boccette almeno a 100 euro, e con questi dosaggi il tutto durerà sì e no due settimane. Più o meno come la mia piazienza. 

Vedremo, com’è difficile stare bene.  

 

To do list

L’ho preso bene stavolta il rientro, davvero bene. Tanto che mi sono venute solo tre herpes. Potevano essere quattro o sei, come il mio record storico. Ma la settimana non è ancora finita.
Pertanto ho deciso di darmi una mano e su consiglio di una solerte farmacista, mi sono affidata ai fiori australiani, modello “Energia”.

Ad ogni modo voglio volermi bene, per cui evito di farmi buoni propositi e programmi stalinisti tipo mettersi a dieta, smettere di fumare, riprendere la palestra, iscriversi ad un corso di inglese, riprendere a fotografare seriamente, andare dall’estetista, diventare presidente del consiglio. Mi limiterò, invece, a stilare delle liste quotidiane. Il mio grande cruccio del 2015 infatti è stato non dotarmi di una grande e capiente agenda dove, ordinatamente e quotidianamente, elencare tutte le attività, lavorative e non, da svolgere. Affidando per cui tutto alla mia mente e alla memoria e, dunque, al caos.
Piccole e grandi mansioni, rigorosamente sotto punti elenco. Come quando ero all’università. Non potete capire la gioia liberatoria nel barrare, di volta in volta, le attività svolte.

Capace che faccio la pazzia e mi compro, ora, un’agendona del 2015. Ad ogni modo, ricomincio così. Tutto sotto controllo Houston.
E che il guru Satomi dei Fiori di Bach d’oltre oceano sia con me.

Di rientro in rientro

Quest’anno sono tornata con il raptus delle pulizie coatte. Non è la prima volta che mi capita al rientro da un viaggio di sentire il bisogno di fare ordine e buttare, buttare via tutto quello che posso e riesco. Tanto mi manca la mia casa quando sono fuori, tanto mi sembra inadeguata al ritorno. Non so bene perché. A volte, quando vado in posti molto fichi, mi sembra che tutto diventi così banale. Oppure, se vado in posti essenziali, come questa volta, mi sembra tutto così superfluo, eccessivo, inutile. Ogni volta comunque mi prende un bisogno ossessivo di ordine. Le lavatrici partono prima ancora che le valigie siano completamante svuotate, perché tanto lo saranno a breve, nel giro di poche ore. E mi scoccio se i panni non si asciugano in fretta per far posto agli altri, per ripiegatr tutto nei cassetti. Poi risistemo gli armadi e butto cose, se non le ho lasciate già in qualche hotel con paia di mutande vecchie. Perché ai vestiti che pensavo migliori mi sembrano all’improvviso insulsi o da alcuni è giunto il momento di separarci perché certe emozioni sono passate, andate, sono dentro di me e non ho più bisogno di indossarle. Devo poi far posto ai souvenir, alle calamite e sistemare la dispensa, che è sempre semi vuota, così come il frigo, anche se passeranno giorni prima che mi torni la voglia di cucinare. Per non parlare della voglia di riprendere le solite abitudini. Il lavoro, le incombenze, il locale. Ogni anno è sempre più dura per noi malinconici. Abbiamo i nostri tempi, lasciateci un po’ in pace. Poi, torneremo anche noi. 

Insonnia da sudore

Una notte insonne ogni tanto ci può stare? Anche no! Dio mio che cosa brutta deve essere soffrir d’insonnia. Io ne ho di robe eh, ma per fortuna io e il sonno siamo sempre andati molto d’accordo… ma stanotte è da morire! Ci saranno 35 gradi in questa stanza, un letto minuscolo e scomodo, le lenzuola bagnata e raggrinzite xké troppo grandi per un materasso da lillipuziano, ben due ventilatori del 15-18 che sembrano trattori e smuovono solo polvere, mia sorella che a 43 anni ha imparato a russare, ed io voglio morì… sono a letto dall’una e guardo l’orologio aspettando che si faccia almeno un orario decente per alzarmi perché non mi addormenterò più… nonostante la stanchezza, la musica, niente… E il brutto poi che se ti capita che non sei neanche a casa tua mica puoi alzarti e fare come ti pare… Mi andrei a vedere la tv, mi fumerei settecento sigarette e invece sto qui a fare la sindone, ripercorrendo mentalmente un anno di lavoro e lavori, facendomi già prendere il panico di quelli che arriveranno a settembre, che poi per me è tra due settimane…

Porco zio, quanto odio l’estate, quanto odio il caldo, voglio partire, non ce la faccio più!!

Odor di ricordi

Ci sono posti per cui non serve assaggiare un pezzo di biscotto per imbarcarsi all’improvviso in un viaggio tra i ricordi. 

I paesi d’origine sono una seconda casa, in tutti i sensi e ti conoscono, forse più della tua stessa città. 

Oggi a pelo d’acqua guardavo il profilo del litorale, che conosco a memoria nonostante negli anni i luoghi e i posti cambino e cerchino di camuffare il passare del tempo. Loro sì, possono e spesso ci riescono. Guardavo il balcone di una casa che un anno affittarono amici dei miei, da cui guardammo i fuochi di ferragosto. E parcheggio sempre sotto un’altra casa, quella dei palazzi brutti e passo a via pirgi 33, dove niente meno ho visto la puntata 1 di Beautiful e festeggiato un sacco di compleanni, all’ombra del pergolato con parenti e amici ora persi in chissà quali vite. 

Non è il ciabattio svogliato, l’odore del mare misto ai solari, la salsedine o il gongolare dei piccioni che più mi sollazza i ricordi, ma sono gli odori della campagna. Perché noi siamo una famiglia che viene dalla campagna, torrida e assolata. Quella dei finocchi, dei meloni, delle angurie giganti che zio Giovanni ci lasciava sotto al magazzino. E quella dei pomodori. Quell’odore acre di terra, sudore, marciume, che sento dai carri pieni che passano per l’aurelia. Lo riconoscerei tra mille. Lo stesso odore di quel magazzino, che mi faceva così paura, buio, angusto e polveroso, dove zie e mamma si chiudevano per fare le conserve che poi distribuivano per il paese. Ora quel magazzino è chiuso, vuoto, come la casa di mia zia, che ci ha lasciato quest’anno dopo novantanni. La zia che per me è stata nonna, quella da cui mamma mi mandava in vacanza a luglio, a schiarirmi i capelli e bruciarmi di sole. La zia che mi preparava i toast al formaggio, delle caramelle agli agrumi che rubavo di notte, delle prime sigarette fumate di nascosto alla finestra. La zia della campagna. Con Yuri e Diana, i primi cani che ho amato e a cui penso sempre quando guardo Holghina. 

Non serve avere un mucchio di foto per ricordare, finché la mente funziona e la malinconia pungola quel giusto, per spronarti a fare bilanci, a soppesare vittorie e sconfitte, ad apprezzarti per quella che sei, grazie anche a questi vicoli, alle colline, alle panchine dove hai pianto, sorriso, baciato e amato.

  

Family days

Mi piace troppo venire a Tarquinia pre o dopo le vacanze “vere”. Questo paesino, che mi ha vista crescere e che ogni anno cambia un pochino ma non troppo, proprio come me, è la giusta pausa dopo ogni anno intenso di lavoro. Quest’anno ho deciso di concedermi una settimana intera e non penso di pentirmene. Sono con la mia famiglia, che mi dedica mille attenzioni e cure, ma al contempo sola. È vero qui non ho più amici né comitive, perché il mio carattere solitario mi ha fatto un po’ terra bruciata dopo anni onorati di scorribande adolescenziali, eppure sto bene proprio per questo. Sono seduta col mio aperitivo solitario, il mio quaderno e Holga. Tira una leggera brezzolina e sono abbronzata il giusto. Passeggio x questi vicoli immacolati e tutto il caos romano sembra per un attimo un lontano ricordo. Qui ho i miei riti e li adoro. La mamma che la mattina mi porta i cornetti e la pizza calda, il  cinema o le maratone seriali con mio padre, i libri e le parole crociate, quei pochi negozietti rimasti da cui mi piace rifornirmi, per una borsetta, un monile, un paio di sandali demodé. Ma tu hai Roma, che te ne fai di questi 4 negoziacci? Eppure ogni anno che, aimè, ne chiude uno, è un dramma, un tassello che si sposta e rovina il tutto. E poi i nostri localetti, gli aperitivi all’alberata, la pizza a orbetello, tra i ricchi che non siamo né saremo mai, le quantità industriali di creme e cremette che trovo a casa, per coccolarmi più che fossi da me. E i miei vecchi vestiti, ogni volta un viaggio tra taglie e ricordi. Guardo i miei genitori e le loro rutualità di adesso mi fanno tenerezza e vorrei tanto riuscire ad arrivare anche io come loro. Li ricordo da giovani e so che queste cose non le facevano. I centri commerciali, i quiz alla TV. Mi fanno sorridere, come mi fa sorridere mia madre che mi chiede cosa voglio a cena, tu che ti mangi la sera? Lei che mi ha cresciuta e sfamata per una vita e ora conosce così poco le mie abitudini. Questi giorni glieli devo. Li devo a loro, a me, al mio essere parte di una famiglia. Vorrei ci fosse anche mio marito qui, che questi riti fossero anche un po’ i suoi, che questi posti appartenessero ad entrambi. E so che mi sentirei più felice e meno malinconica. Anche se la solitudine la amo, la cerco e ne ho bisogno, ma avremo presto modo di stare insieme, tra i nostri posti. 

Dreaming holidays

Ti accorgi di aver davvero bisogno di ferie quando rimani diversi secondi a puntare il telecomando della macchina per aprire il cancelletto di casa anziché spingere il pulsante.

Questa è l’ultima settimana ed è sempre la più dura, con la testa sei altrove, inizi a riguardarti le prenotazioni dei posti che hai scelto con cura, a stampare carte. Manca ancora un po’ alla partenza ma spero almeno lunedì sera di raggiungere il mare, visto che la mattina ho l’ultima riunione prima delle vacanze.
So che voleranno, come sempre. So che mai come stavolta non vorrò tornare perché visiterò posti e luoghi incontaminati dove tutto sembra funzionare, e non c’è nessuno che ti piscia davanti agli occhi.
Ora stringiamo i denti, asciughiamoci il sudore e chiudiamo questa settimana.

 

Torridamente

Alla fine questa estate 2015 si è rivelata una gran bastarda, caldo soffocante, afa, cappa,  temperature tropicali che a me personalmente fanno assai rimpiangere le pioggie di giugno.

Sono sul terrazzo, inutilmente in cerca di refrigerio, anche se l’accoppiata birra e taralli piccanti non è proprio il massimo contro il caldo. Ma dato che per rendere un minimo decente il mio piccolo terrazzino mi sono fatta un mazzo tanto, cerco di godermelo un po’.

È finita un’altra settimana, devo dire che nonostante tutto ancora tengo botta e lavoro tranquilla. Da una settimana inoltre si è chiusa un’altra grande stagione WSP, per cui mi godo il primo weekend completamente libero. È stato un altro anno intenso e faticoso ma che come sempre ci ha regalato tante soddisfazioni e ora bisogna già lavorare perché anche il prossimo sia tale.

Sono ancora bianca cadaverica, non sono ancora riuscita a godermi una giornata di piscina in santa pace e dubito di poterlo fare questo weekend. Le cose da fare sono sempre tante, i panni d’estate lievitano, la polvere ancora di più, ma va bene così.

Non vedo l’ora che finisca questo luglio moscio e  torrido e iniziare la mia estate. 

Per ora, aspetto e sudo.