Cercasi disperatamente PSS

Ma, esattamente, come si riesce ad avere il pelo sullo stomaco?
Seriamente, qualcuno di voi sa spiegarmelo? Si compra da qualche parte, a mo’ di piantina e poi giorno dopo giorno lo si alimenta, lo si annaffia per farlo crescere bene, magari con una rasatina ogni tanto per farlo poi ricrescere ancora più forte e vigoroso?

Oppure c’è qualcuno che può prestarmi un po’ del suo? O sapete dirmi, se tutti noi ne siamo geneticamente un po’ dotati, come riuscire a ritirarlo fuori?
Non so neanche, a dire il vero, se sia proprio il pelo sullo stomaco quello che mi servirebbe in questo periodo, per cercare di campare un po’ meglio.

Pazienza e pelo sullo stomaco (e i capelli lunghi) sono quanto di più desidererei possedere in questo momento.

È il pelo sullo stomaco quella cosa che ti aiuta a restare indifferenti di fronte a palesi ingiustizie, quando qualcuno ti strapazza, ti offende o palesemente sbaglia nei tuoi confronti?
È il pelo sullo stomaco quella cosa che ti aiuta a restare indifferenti rispetto a critiche fondate o meno, rispetto a chi trova sempre il modo di ferirti, con una battuta, uno sguardo, una parola, una frase, un gesto.
È il pelo sullo stomaco quella cosa che ti fa essere indifferente rispetto a chi ti tratta con indifferenza o sufficienza?

Che ti difende dal rimanerci male sempre, spesso, anche se a risponderti male è la commessa che neanche conosci, che ti difende dal sentirsi sempre esposta e vulnerabile come una ferita aperta che sanguina e che andrebbe trattata con delicatezza e non sfregiata ancora.

È il pelo sullo stomaco che ti aiuta ad essere più forte, coraggiosa, orgogliosa, fiera e un po’ stronza e a non porti sempre come un chiwawa tremolante che abbaia perennemente ma non morde mai?

Dove si compra sto famoso pelo sullo stomaco? Pago bene.

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Loading mum

Un altro weekend casalingo, pioggia in sottofondo, tappeti che crescono, giochi e cuscini sparsi un po’ ovunque, TV fissa su top crime (finché si può) in attesa della nuova maratona Senza traccia, Holga che ogni tanto abbaia alle ombre e ci fa prendere colpi a tutti.

Nelle due ore di pausa che mia figlia mi ha concesso, vero regalo per questa prima festa della mamma, si susseguono i pensieri e nuove canzoni da una tracklist Indie Folk Spotify.

Domani ricomincierà un’altra settimana e il nervosismo (da denti?) di questi giorni lascia presagire che sarà dura. Che non è neanche più tanto la stanchezza fisica, infinita, e il sonno… è la stanchezza di continuare a reiterare gli stessi errori, le stesse fobie, le stesse scelte sbagliate.

L’idea ultimamente di sentirsi sempre fuori posto o nel posto sbagliato, di perdere tempo prezioso che non tornerà più.

Sto perdendo un sacco di tempo, già ne ho perso e sprecato tanto e alla soglia dei 40 anni, pensa un po’, mi sono stufata e voglio tornare bambina.

Guardo la mia bambina, con cui già sto sbagliando ogni giorno che passa, e penso che voglio essere una persona diversa anche per lei. Voglio insegnarle a saper prendere decisioni, che a me non lo hanno insegnato proprio bene.

Voglio condividere con lei il coraggio che porta con sé una sensazione bellissima, quella di potersi sentire libere. Voglio che si senta libera di poter fare ed essere tutto ciò che vuole. E voglio darle il buon esempio.

Ancora un po’ di pazienza, ma ci sto arrivando.

Angelo delle ragazze fortissime che accolgono le sfide con coraggio e della fortuna che sorride a chi ha voglia di tentare, scoprire ed amare

Nessuno mi può giudicare, soprattutto tu

Oggi voglio parlarvi di un fenomeno molto diffuso e piacevole come una verruca ad agosto: i consiglieri molesti. Categorie molto facile da incontrare già nella vita di tutti i giorni, ma che pare dare il meglio di sé nei confronti delle neo mamme.

Se poi si tratta di neo mamme inesperte, insicure è particolarmente influenzabili, tipo la sottoscritta, gli effetti possono essere più devastanti di un pedicello ripetutamente spremuto male.

Badate bene che non parlo di consigli in generale, magari quelli più pratici di cui abbiamo fortemente bisogno, ma di quelle affermazioni-verità, sillogismi inconfutabili, dall’alto dell’esperienza di mamma a volte anche di pochi mesi, che instillano in noi, giorno dopo giorno, notte insonne dopo notte insonne, il dubbio di compiere errori nefasti e irreparabili.

Uno su tutti? Non far dormire il piccolo nel lettone o non farlo addormentare in braccio, pena la condanna ad avercelo nel letto o attaccato alla gonnella fino a 30 anni. Fantastico quando poi queste affermazioni sono fatte dai papà ma loro è più facili ignorarli. Ma le mamme che lo dicono, che per noi mamme sono le detentrici assolute del sapere, beh loro feriscono sempre un po’.

Il bello poi è che queste affermazioni provengono da chi ha avuto bambini che da subito hanno imparato a dormire da soli – pertanto mi chiedo perché debbano parlare per non esperienza diretta, visto che il figlio con loro non ha dormito mai – o che hanno avuto la fortuna di avere bambini che da subito hanno iniziato a dormire normalmente, anche 7/8 ore di fila e quindi non hanno idea di cosa voglia dire non dormire affatto notti dopo notti o svegliarsi ripetutamente senza riuscire a riposare mai.

Ci sono poi giorni in cui tutto sembra andare storto, ogni cosa un pianto… dal vestirsi al lavarsi al mangiare, figurarsi al dormire o all’uscire, che sentirsi anche dire che poi verrà di peggio, non aiuta. Che sentirsi dire che dovresti fare in modo diverso o migliore, non aiuta. Che espressioni o sghignazzi o sospiri o frasi tipo benvenuta nel club, non aiutano.

Aiuterebbero abbracci, risate, bugie e bicchieri di vino come una volta e meno giudizi, velati o meno.

 

1 maggio, su coraggio

Io al concertone del 1 maggio non sono mai andata. L’idea di starmene strizzata tra slogan vetusti, bottiglie di piscio e una marea di ragazzetti sudati, ubriachi di vino scadente, che della merda del lavoro non ne hanno ancora la minima idea, sinceramente non mi ha mai attratto.

Ieri mi sono collegata un attimo su Rai 3 e ho visto a condurre Ambra con un giovine cantante mai visto né sentito. Ho cambiato.

Poi ho rimesso e c’era il mio amato Noel Gallagher, cacchio ho beccato solo 2 canzoni e mezzo. Ho ricambiato.

Poi ho rimesso e c’era un tizio assurdo vestito male e di rosso, con i dread ossigenati che cantava qualcosa di davvero brutto. Ho spento.

No, il concertone del 1 maggio non fa per me. Neanche il lavoro a dire il vero, peccato che non sia così facile spegnere e cambiare, se non impossibile.

Buona festa del lavoro quando davvero ci sarebbe ben poco da festeggiare in questa merda che è diventata il mondo del lavoro.

Prima o poi

Prima o poi, perderò questi fastidiosi chili in più, che non so neanche più se siano dovuti alla gravidanza o al nervosismo del momento.

La pancia si sgonfierà un po’, riuscirò a tornare in palestra, anche poche volte, e fare gli addominali non sarà più così ostico e doloroso.

Il seno, forse, tornerà alla mia taglia o quantomeno eviterà di cambiare continuamente taglia tra sera e mattina. E tornerò ad indossare una biancheria normale, forse anche vagamente sexy.

Le occhiaie ritorneranno a livelli normali, il colorito sarà meno grigio, i capelli ricresceranno, sì anche quelli bianchi, e saranno più gestibili. Non c’è niente a cui una coda non possa dar rimedio.

I pantaloni stringeranno meno, qualche giacca tornerà a richiudersi ed io, forse, tornerò a non sentirmi così goffa o così gonfia un po’ ovunque, mani, piedi, braccia… viso.

Prima o poi riprenderò un aereo o la macchina per più di un breve tragitto.

Tornerò a fare foto che non siano solo primi piani di guanciotte, piedini e manine a salsiccia.

Forse smetterò di spendere un patrimonio in farmacia, tra medicine e cure per l’umore e le occhiaie catatoniche tipo creme cremine e cremette.

Il mio umore si stabilizzerà ed eviterò di fare scenate per un bicchiere d’acqua caduto sul tavolo o un granello di polvere sotto le ciabatte. (spero).

Ma il sonno, tutte queste ore di sonno perso, non torneranno più. Così come forse la possibilità di tornare a riposare. Sic.

L’equilibrio del (tira)latte

È iniziata per me la fase II, quella della mamma equilibrista che torna a lavoro (troppo presto). Un equilibrio fatto di incastri che probabilmente non finirà mai ma che, specie all’inizio e per una neomamma, è molto difficile costruire.
Tornare a lavoro a scarsi 4 mesi dal parto è disumano ed è decisamente troppo presto, inutile quindi aggiungersi alla lunga coda delle mamme che rivendicano la necessità di prolungare la maternità almeno fino ai 6 mesi e se si allatta ancora le 2 ore concesse per legge sono briciole, specie se si lavora a distanza da casa.

Al di là dell’OMS che raccomanda allattamento esclusivo fino a 6 mesi, per quanto mi riguarda è più o meno dai 4 mesi che ho iniziato a capirci qualcosa con mia figlia e neanche ho fatto in tempo a “godermela” un po’ che sono dovuta repentinamente tornare alla mia vecchia vita, lasciare tuta, felponi e faccia acqua e sapone e rimettermi in pista, stretta in camicie e pantolini che tirano un po’ da tutte le parti e ricoperta di (inutili) quintali di fondotinta e copri occhiaie per tornare (a sembrare di) essere pronta, pimpante e performante.
E infatti il mio primo giorno di lavoro sono scoppiata subito a piangere.

Quindi oltre alla mamma che non si sente ancora pronta a lasciare la sua bambina c’è anche la donna che non si sente ancora pronta a ritornare alla vita di tutti i giorni. E sebbene sotto sotto si abbia voglia di abbandonare quella rigida routine fatta solo di poppate, ninne e cambi pannolino in cui è chiusa da mesi, dall’altra i postumi del parto e le conseguenze dell’allattamento ancora in corso si vedono e sentono e dire che non si è a proprio agio tra gli altri, soprattutto tra le altre donne, è un eufemismo.

Diventa quindi tutto un fragile equilibrio di calcolo di tempi e orari fra una poppata e l’altra, per cercare di saltarne il meno possibile perché poi il seno scoppia e perché ancora però non vuoi che il latte sene vada, quindi ti sottoponi a infinite e ripetute sedute di tiralatte in ogni momento possibile, a momenti anche quando sei in bagno, per cercare di raggiungere il quantitativo di almeno un biberon di latte “sano”… fin quando ti rendi conto che è tutta una corsa inutile contro un tempo che prima o poi arriverà e allora “cedi” al latte artificiale.

Quindi, altra cosa con cui le mamme iniziano subito ad avere a che fare, sono i sensi di colpa. Sensi di colpa che una mamma si autoinfligge e sensi di colpa inflitti dalla società, dagli operatori e soprattutto da altre mamme che, volenti o nolenti, si ergono sempre a un livello superiore del tuo. Le mamme che allattano ad oltranza, le mamme che possono o decidono di non tornare a lavoro, le mamme che iniziano a svezzare cucinando tutto bio ed espresso, le mamme che non mandano al nido o mandano subito al nido, le mamme che hanno aiuti e le mamme che fanno tutto da sole. Quando poi ciò che conta è solo come ci si sente e soprattutto ciò che è meglio per sé e per il proprio bimbo, trovando, anche in questo caso, il proprio equilibrio.

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Leggevo questa frase che mi ha colpita e che ritengo decisamente vera. Un po’ delle tante attenzioni che giustamente si dedicano al neonato andrebbero riservate anche alle neomamme perché davvero siamo neonate anche noi e si inizia a capire quello che davvero è un mestiere difficilissimo giorno dopo giorno.
Per me i primi 3-4 mesi con Vittoria sono stati difficilissimi e spiazzanti, non so se perché la bambina è stata particolarmene impegnativa. Diciamo che mi sento di affermare che non è stata tra i neonanti più difficili ma neanche particolarmente angelica… e scusate no, non è vero che tutti i neonati sono difficili perché o davvero la gente mente, e ci sta, ma ci sono anche tanti bimbi che o per un aspetto o per un altro, sono da subito più facili da gestire. Oppure tutti i miei amici hanno avuto bambini angelici. Poi magari “peggioreranno” o anche no, maecco partire in discesa è un pò più semplice che iniziare ad usare il freno a mano quando ancora neanche sai tenere in mano il volante.

Probabilmente molto è da imputare anche a me, troppo stanca o poco paziente per vedere ostacoli enormi anche laddove si trattava di esigenze normali. Forse un ultimo mese di gravidanza un po’ sofferto, soprattutto per il caldo o in generale una gravidanza in cui non mi sono fatta mancare nulla e di certo non ho passato stesa su un divano, ma da subito sono stata sopraffatta da un’enorme stanchezza. Ecco perché, proprio nel momento in cui le cose hanno iniziato a marciare a ritmi più umani, tornare a lavoro è stato per me un gran sacrificio.
Ho comunque la fortuna di lavorare molto vicino a casa, in un ambiente umano e accomodante, che mi permette ancora di giostrarmi gli orari e soprattutto ho il grande aiuto di mia mamma, (e qui molte mammine direbbero che non si fanno i bambini per farli crescere dai nonni!!) diversamente non so se sarei tornata o come avrei fatto.
Ora devo scappare, appena arriverò se la bimba melo concede cercherò di tirarmi un po’ di latte per la sera o per domani, oppure vorrà attaccarsi subito e allora dovrò farlo prima di dormire o invece niente domani artificiale… insomma, è tutto in mano alle tette, e al tiralatte.

Ritorni

E così purtroppo e per fortuna, la prima settimana di rientro a lavoro è terminata. Purtroppo perché ci siamo andati cauti e i lavoroni stanno entrando ora, per fortuna però perché non vedo l’ora di stare di nuovo due giorni con pupi mia, che oggi si è anche vaccinata. E credo sarà sempre così.

In questi giorni ho capito che posso riuscire a tornare a vivere, mio malgrado, senza il riposino pomeridiano, che sono ancora in grado di pensare e scrivere email e documenti nonché inventarmi qualche nome. Sul linguaggio invece dobbiamo ancora lavorare in quanto tra le volte che mi incacchio con mia madre o smadonno in notturna o faccio vocine, ho più difficoltà a formulare frasi articolate. Ecco.