Estate, no grazie!

Non ricordo con precisione da quando ho iniziato a odiare l’estate. Probabilmente nell’adolescenza, fin quando l’idea di 3 mesi di vacanze di contro alle uscitine con le amiche a Roma, ha iniziato ad annoiarmi.

O sicuramente da quando sono iniziati i confronti con i corpi delle altre. Ho avuto sempre la “fortuna” di circondarmi di amiche molto più magre di me, tutt’ora è così – basti pensare che di tutte le amiche mamme sono l’unica che ancora, a distana di due anni, non sono riuscita a tornare al peso iniziale – quindi confrontarmi con loro, con le mie rotondità, il seno sempre più grande delle altre, la pancetta laddove c’erano solo tavole piatte, mi ha sempre messo a disagio e chiaramente i mesi in costume ampliavano il disagio. Chiaramente ora darei milioni per pesare o essere come quel periodo, ma non riesco mai a scegliere gli specchi giusti. Riguardo alcune foto e mi vedo così bella e mi rattristo del tanto tempo perso, allora come anche un po’ oggi, ad odiare certi difetti tralasciando invece il resto dei miei pregi (aoh qualcuno ne avrò anche io!). Del resto, non sono neanche poi così pochi quelli a cui ho fatto girare la testa in gioventù. Chiaramente quasi mai quelli giusti.

Eppure, ho trascorso sempre estati serene, i miei genitori mi hanno sempre fatto viaggiare molto, visitando tanti posti che ora per me sono inaccessibili, e passati i primi anni al mare di estrema introversione, in cui mi appellavo ai consigli di Cioè su come riuscire a fare amicizia con la vicina di ombrellone, sono poi riuscita a farmi tanti amici, molti ovviamente persi. E poi è arrivata l’età dei viaggi sola o di come facesse più comodo stare sola a Roma con i genitori e in vacanza.

E poi, quanto meno ero abbronzata e bionda. Non ricordo se da ragazza soffrissi così tanto il caldo o facesse così caldo, ad ogni modo conosco ben poche persone o ragazze che in questa stagione riescono a sudare così tanto come me.

Per cui, finiti i giorni di vacanza, man mano sempre meno, il restante lungo tempo estivo per me è un combattere contro zanzare e pizzichi fastidiosi e ridicoli, notti insonni, sudore, sudore ovunque: sui baffetti, sotto le ascelle, nei capelli, tra le cosce ed è un disagio pazzesco, anche ora che sono sul treno e sono l’unica a sudare così tra i miei vicini. E poi sempre a far cerette, i capelli che non riesco neanche più a legare in modo decente, sempre da scappata di casa. E la pressione sotto le scarpe. E poi sì che bello, aperitivi all’aperto su aperitivi, pizzate, gelati… se non fosse che oramai ogni strappo diventa un chilo in più o una nottata abbracciata al blister del Maalox. E poi appunto, non mi abbronzo più, poco sole e male. Ieri un’ora di sole in più ed è stato subito eritema sulla schiena. E che cazz!

Insomma credo sia più facile amare questa stagione se si è belli tonici, asciutri, abbronzati, magri, con i capelli che non si arricciano alla pazza e sembrano una scopa secca.

Ma nonostante queste mie sciocchezze, come come fate a stare bene se da qui ai prossimi 30 giorni minimo ci aspetta una media di 38 gradi? Odio odio odio.

Insomma, per superare l’estate, ci vuole proprio il fisico. In senso lato e letterale.

Intermezzo estivo

Sono sul treno che da Roma mi riporta a Tarquinia dalla mia gnappa. Ancora qualche giorno da pendolare visto che fortunatamente a Roma sto lavorando a un breve corso di fotografia urbana che mi sta dando qualche bella soddisfazione.

Il treno è strapieno, fortunatamente climatizzato, siamo tutti mascherina muniti, deo gratias. Mi guardo intorno e ancora non riesco a capacitarmi di questa situazione che ancora continuo a ritenere assurda. E soprattutto, senza possibilità di alcuna previsione.

Siamo in una estate sospesa. Tra la voglia di ricominciare, il fregarsene, la paura, il sospetto, la dimenticanza. E una pesante sensazione di una nuova crisi che possa incombere. La mia generazione è abbastanza abituata alle incertezze, su molti aspetti, in primis su quello lavorativo. Ma così è tosta davvero. Fare programmi, perché la vita è fatta di programmi, che spesso possono esser disattesi… ma non lo sai mai prima. Qui potrebbe essere quasi una certezza che tutto quanto previsto per l’autunno, possa non avere luogo. O accadere non si sa bene come.

Io continuo a mantenere lo stesso atteggiamento ottimista degli ultimi tempi perché altrimenti non riuscirei a respirare. Sono fiduciosa che si troverà il modo di andare avanti con le nostre attività in autunno o che ci inventeremo qualcosa, come fatto anche prima.

Rimane la grande incertezza sul futuro scolastico di Vitto. In questi giorni di semi relax marino, rileggevo appunti dei miei ultimi mesi lavorativi, esattamente un anno fa, di come sia tutto precipitato da subito, della mia insofferenza. Ricordo con molto affetto quel posto e mi manca, nelle persone – chiaramente non tutte – nella apparente sicurezza che ci dà il gruppo, il “posto fisso” di contro all’esporsi in prima linea a tutte le intemperie e alle incertezze, mai come in questo periodo. Eppure la serenità che ho conquistato in questi mesi, la maggiore consapevolezza di alcune mie capacità o dei miei limiti, la voglia di fare progetti, di crescere, di mettermi in gioco… sono emozioni che non provavo da tempo. È stato un anno bellissimo e intenso, nonostante tutto, e non tornerei indietro, neanche sapendo cosa mi avrebbe propinato sto 2020.

Dell’estate, che odio, prendevo il bello del viaggiare, di approfittare finaldi questo tempo per raggiungere i miei altri mondi ideali. E in questi mesi di blocco forzato, ripenso ai luoghi più cari e a dove mi piacerebbe stare: nella piazzetta di Riga, tra i canti dei Seto, su un porto sperduto, tra le dune lettoni, a rimirare il sole di mezzanotte, nel villaggio di Babbo Natale, a caccia di souvenir, russi in particolare, a scattare foto con l’illusione delle grandi cose. Ma Anche luglio sta finendo, rimane un ultimo grande mese di caldo, sudori, capelli ingestibili, pancia e ciccie che spuntano, aloni sui vestiti, un anno in più sul groppone,ma voglio godermi appieno ogni istante, senza rinunce.

Diario friulano

Una vera manna dal cielo questa settimana friulana che siamo riusciti a strappare in questa annata malefica, sgraffigando dal monte ferie deturpato e dall’inquietudine di un brutto sogno che sembra farsi ricorrente.

Mentre finiamo questa vacanza sudata come non mai, continuano infatti a scorrere i numeri che in alcuni posti sembrano non esser mai calati, e qui sembrano tornare a far preoccupare. Ovunque è un monito a: si tornerà al lockdown, si tornerà come prima ad ottobre. E allora quanto mai queste giornate appaiono preziose, preziosissime. Una boccata d’aria fresca dopo mesi stantii dietro a una mascherina sudata.

Mascherine che qui, si vedono assai poco. Molto poco in Slovenia, praticamente per niene nella rigida e bacchettona Austria, che fino a ieri voleva chiudere tutto e ora a passarci sembra che non abbia neanche saputo che sia esistita una pandemia. È tutto così surreale, un paese a due facce, tra il terrore e la faciloneria. A me non sembra affatto un’estate diversa dal solito, e questo da una parte a volte mi rincuora ma dall’altra invece mi spaventa. È tutto così surreale.

Quest’ultima giornata ci lascia con un gran temporale, dopo lunghi giorni di sole e temperature inaspettate. Bello tornare nei luoghi che mi hanno vista crescere con una bimba in piena fase esplorativa e vederla sorridere, essere libera e felice, ogni giorno di più.

È sempre brutto ripartire, ma forse ancora di più da posti così cari, dove una liturgia di vecchie abitudini tendono a reiterarsi negli anni, che se poco poco si salta una tappa, salta tutto il bello del viaggio.

Colazioni e aperitivi sul terrazzo vista monti, dolciumi a volontà, i laghi, i monti, le cave, persino i negozi ricordano ricordi che è troppo bello rivivere e riscrivere.

Troppi posti belli per soli 8 giorni, ma mai come quest’anno sono felice di averli potuti vivere, con occhi nuovi, fino all’ultimo, e se dovremo tornare a rinchiuderci… almeno avrò avuto questo piacere.

Tornare al caldo torrido e ad una lunga estate romana, mamma mia quanto non mi va!

Male di miele

Ho scoperto cosa mi manca di più della quarantena: il non sentirmi costantemente indietro rispetto alle persone che conosco, per non parlare del resto del mondo.

Per alcune settimane non sono stata più l’unica a non uscire, a non sentirmi in colpa se non ne ho voglia, se non ho voglia di organizzare pranzi, cene, incontrare persone. Non più l’unica a non andare al cinema, musei, mostre, aperitivi, a non viaggiare in giro per il mondo. A non andare in palestra, piscina, dall’estetista.

L’ansia delle performance è anche sociale. In questa continua sovraesposizione alle vite altrui, il male della paragonite affligge i più deboli, asociali e introversi. Ed ora che stento a tornare ad una vita “normale”, che non è poi così diversa da quella in quarantena, mi sento ancora più in difetto.

Non ho più molte amiche e le vedo con difficoltà, passo giornate intere sempre con mia figlia, girando un po’ tutti i parchi del circondario, camminare sta diventando la mia principale valvola di sfogo.

A parte i familiari, abbiamo rivisto pochi dei nostri amici, con uscite con il contagocce. Questo isolamento forzato ha avuto l’effetto di rafforzarci ancora, e preferire la nostra solitudine, le nostre cose, le abitudini tedesche, agli altri. Con la paura di trasmettere questa pigrizia sociale anche a mia figlia.

E più mi sento sciocca a fare questi ragionamenti, a pensare che dovrei smetterla di guardare profili sconosciuti e alzare gli occhi o il telefono, più non posso farne a meno.

È stato bello, anche se “solo” per due mesi, guararire dalla paragonite. E ricascarci di nuovo fa ancora più male.

Intervallo

Oramai mi sono ampiamente abituata a questo periodo così strano e indimenticabile, che tornare alla routine sarà davvero tosta. Io e mio marito è come se vivessimo in uno stato di ferie quasi perpetuo (tra cassa integrazione e io che ora non sto lavorando con l’associazione chiuso) che se non fosse per tutto quello che c’è dietro, e le conseguenze nefaste, sarebbe quasi un sogno.

Oramai siamo abituati ad avere la gnappa sempre intorno che molto delle nostre giornate è scandito dai suoi ritmi: lunghe passeggiate, parchi, spesa di prossimità, sonnellini, aperitivi casalinghi, libri. Se ripenso ai lunghi mesi trascorsi in casa, mi sembra siano volati e a tratti ne ho nostalgia. Quel senso di paura misto al senso di profonda protezione che mi hanno dato la mia casa e la mia famiglia. Ora si vive in una sorta di tempo ibrido. Tutto ha ripreso a correre molto velocemente ed io tanto per cambiare mi sento arrancare e fuori tempo. Io che non so quando e se potrò tornare a lavoro, io che presto sarò sola perché- nonostante tutto spero – almeno mio marito tornerà a lavoro. Io che non me la sento ancora di tornare alla movida, che non vedo più Roma da mesi, che non faccio una fotografia né riesco a vederne alcuna, io che viaggio sempre a scartamento lento quando il mondo imbreccia l’alta velocità.

Ho meno paura del virus ora, lo ammetto. Penso che Roma sia un’isola felice – ancora – e secondo me a breve tutte queste premure, che al momento mi sembrano un così grande schiaffo all’ambiente, finiranno. Penso all’immediato, che sarà una lunga, strana, noiosa, solitaria e caldissima estate. Ma forse riusciremo ad andare in montagna e fare un primo grande viaggio con la bambina. Non voglio pensare ad ottobre, all’angoscia della ricaduta. Quello che noto è l’assoluta singolarità con cui ognuno, e le persone che conosco, hanno vissuto questa pandemia e si interrogano sul futuro. Da alcune persone mi sento allontanata, con altre più vicina, credo che le relazioni cambieranno. Ed io che mi sentivo già chiusa nel mio guscio, temo. Ma queste giornate e questo tempo sono un dono troppo prezioso per viverlo con paura ed io ringrazio ogni giorno la possibilità di godere di questo tempo, della mia famiglia, della crescita e dei sorrisi della mia bambina meravigliosa a cui ora mi sento così legata che quasi ho paura.

Tuttapposto

Rompete le righe, si ricomincia, quasi. Da lunedì tutto dovrebbe ricominciare. Molti tornano a lavoro, riaprono negozi, ristoranti, bar, musei, parrucchieri ed estetisti (soorattutto) quasi ogni tipo di esercizio commerciale. Si rivedranno gli amici, oltre che i congiunti. Tutto può e deve ricominciare. A parte le scuole e i centri culturali, praticamente il centro verso cui ruota la mia vita. Insieme ai viaggi, anche quelli per il momento bloccati.

Da una cauta fase due mi sembra che siamo già belli che proiettati verso una fase 10. E forse è giusto così visto che questo allentamento, legalizzato da 10 giorni, era già abbastanza in atto e non sembra ancora ci siano state gravi conseguenze. I dati sono buoni, secondo i capoccioni. Certo ci sono ancora circa 200 morti e 1000 contagi al giorno ma va bene così. Deve andare bene così.

Io sono piuttosto disorientata. In bilico più che mai tra una voglia di normalità e vecchie abitudini (passeggiate, nonni, caffè, aperitivi, vacanze) e un intorpidimento di fondo, un senso di freno ai blocchi di partenza, dopo che qualcuno ha già bello che sparato lo Start. Sono molto contraria a tutta quella prosopopea del niente sarà più come prima perché sono invece convinta che al prima ci si tornerà sicuramente, come già accaduto dopo guerre e pandemie. Non si vivrà per sempre muniti di guanti e mascherine, distanti, allarmati. Prima o poi torneremo ad avere mani sporche. Certo, chissà quando.

Tra l’altro, in città notoriamente zozze come Roma, l’uso dissoluto di questi dispositivi non farà altro che sporcare ancora, come i tappeti di guanti che già inonandano nel mio quartiere.

Io con la mascherina già non respiro, pertanto rivendico la possibilità, che dà il decreto, di non usarla all’aperto se non in stretta vicinanza a qualcuno. Chi corre e va in bici ha il diritto di non indossarla, per me che il mio sport è camminare, anche a passo spedito, c’è anche questa clausola.

Mi sarebbe piaciuto girare anche a me per la città deserta e vedere il centro finalmente libero e farmi una bella foto ricordo di piazze finalmente libere da caos, taxi, bancarelle… ma è proprio bello ricordare questa cosa? Non so. Al momento mi interrogo sulla quotidianità più a stretto giro. Tornerò dal parrucchiere per forza perché sono indecente, ma devo trovare il modo di dilazionare questi trattamenti, anche perché senza aria condizionata già so che morirò.

Finisce l’era degli adorati aperitivi a buffet, ma al ristorante non credo di tornare a breve, mentre il caffè tornerà ad essere un rito irrinunciabile. Le vacanze saranno un grosso enigma, ma sicuramente non andremo lontano e mi mancherà tantissimo visto che sono le più grandi occasioni fotografiche per me, e questa cosa mi rattrista assai. Cerco di rimettere mano al mio archivio e rivedere i miei posti- tra l’altro abbastanza Covid free – mi mette una grande malinconia.

In palestra anche non tornerò a breve, visto che della sala pesi frega poco e mi dispiace perché ero riuscita a riprendere un buon ritmo. Ma ho iniziato a seguire delle lezioni online e mi trovo bene anche così, quindi anche questa potrebbe essere una spesa che prima o poi eliminerò. Basta essere costanti. Purtroppo nonostante le buone intenzioni iniziali, questa quarantena mi ha regalato un chilo e mi scoccia assai visto che anche in questo caso, pre Covid ero riuscita a fare una buona dieta e il peso pre-gravidanza era vicinissimo… quindi sarà necessario un altro periodo di stecchetto dato che, mi sembra alquanto sicuro, il mare quest’anno non me lo leverà nessuno. Tanto sudato mare.

Quarantena week #7

A quanto sembra, tra 10 giorni tana libera tutti, o quasi. La clausura dovrebbe quanto meno allentarsi ma c’è pochissima chiarezza ancora su tante cose. Credo sarà tutto affidato al nostro buon senso, il che mi preoccupa assai. I parchi riapriranno, ma come? Come si può far capire a una bimba di 19 mesi, così come agli altri, di aspettare tranquilla il suo turno, quando sbava davanti a giochi e bambini?

I nonni fremono per tornare a vederla e sarà dura far loro capire che non è proprio così semplice perché gli anziani dovrebbero ancora starsene buonini, per cui prevedo giorni molto nervosi.

La cosa che più mi sono chiesta in quesi quasi due mesi è cosa avrei e avremmo fatto se fossimo stati da soli, ah le tante cose che avrei potuto fare senza dover stare continuamente appresso a una bimba che vuole scoprire il mondo nei modi più pericolosi? Ma quali sono, tutte ste cose? Spararmi mille puntate di serie tv rinconglionendomi sul divano? Forse il mio archivio fotografico, quello forse sì… i tanti negativi, il mio sito… Ma la verità è che forse proprio grazie a lei questa quarantena non è stata così terribilmente noiosa e accidiosa. Mi incolpo spesso del poco che penso di fare per lei, che dovrei insegnarle più cose, lasciarla meno sola o imbambolata davanti alla tv, mentre scala divani e cuscini rischiando l’osso del collo, o innervosirmi se non riesco a finire di lavorare, quel minimo che posso fare per portare avanti la baracca. Ma vedo la mia bimba serena e indipendente a suo modo, inizia a dire qualche parola in più, dorme e riusciamo a farle rispettare certi ritmi e penso che stiamo facendo davvero il meglio che possiamo fare. Trovo indecoroso quanto la questione bambini e scuole sia trattata in modo così nebuloso e semplicistico ma lo so che è una delle questioni più spinose di tutta la faccenda. Lo so che ricadrà tutto sulle spalle nostre, già assai fiaccate e la cosa mi rattrista davvero. Sia perché credo sia leggittimo non volerlo fare, non così, sia perché non ne sono capace e non posso crucciarmi anche di questo perché se avessi voluto fare l’educatrice, l’avrei fatto.

Non voglio che mia figlia cresca appicciccata a me, che si abitui a qualcuno che le stia sempre dietro a frenarla prima che cada perché deve imparare a fare anche questo. Che non sappia come condividere i suoi giochi perché non ha nessuno con cui farlo. Che si abitui a stare al centro di tutto perché non è così vanno le cose.

Per il resto, penso a quanto ci stia costando tutto questo. Tra stipendi saltati o dimezzati, e consumi alle stelle. Più pasti, più spesa, più lavastoviglie, luci e tv sempre accese, lavatrici che vanno perché con l’occasione si pulisce pure il corredo della nonna.

E poi alle cose banali che infine ho scoperto mancarmi. La palestra, ad esempio. Mi manca il pilates fatto bene, a tu per tu con l’insegnante, la concentrazione di quei minuti che invece ora devi strappare a fatica a tutto il resto. La normalità di pensare che è finita una cosa, uno straccio, una pezzetta, dei bicchieri e non doverli pagare il triplo o finire con l’aggiungerli ad altre cose perché già che sei in fila… Il mio orologio preferito ha pensato proprio ora di scaricarsi e diventa tragico anche pensare ad una batteria che non so dove e quando recuperare.

Poi chiedersi quando si potrà tornare a cose semplici come anche una passeggiata entrando in un bar a prendere un caffè, o in un negozio, senza l’angoscia di non respirare, non guardare in faccia nessuno, allontanarsi dal prossimo, non toccare, disinfettare.

Ecco, questo mi spaventa, quando riusciremo, dover insegnare a mia figlia, con la quale ancora non posso comunicare in modo bidirezionale, stai lontana e non toccare. Non avvicinarti a nessuno. Questo è l’aspetto più pericoloso, alla lunga, di una società che ha già così tanta paura dell’altro.

Quarantena week #6

Inizia un’altra lunga settimana di quarantena. Si inizia a vedere una flebile luce in fondo al tunnel, i dati finalmente sono un po’ in calo in alcune zone d’Italia anche se sono ancora purtroppo molto alti. Quindi a casa altre 3 settimane, settimane che toccano diverse festività che sicuramente molti di noi avremmo trascorso in altro modo. Ad esempio noi saremmo stati proprio oggi di ritorno dalla settimana santa in Puglia, quindi questo Covid ci ha fatto saltare già 2 lavoretti e sicuramente anche il terzo che avevamo programmato per giugno. Nell’anno in cui avevo più progetti in ballo, questa grande voglia di riprendere in mano la mia vita fotografica, il grande stop.

Ma non tutto il male viene per nuocere e ieri è stata una bellissima Pasqua tra noi, con una piccola Vittoria felicissima di scartare le sue prime uova ed entusiasta delle sue sorpresine. Certo noi tutto sommato siamo persone abbastanza casalinghe, certi ritmi sono cambiati di poco rispetto a tante altre persone e vite più movimentate delle nostre. Ma il pensiero che tutto ciò continuerà ancora per molto e che probabilmente la bimba non potrà tornare a scuola neanche a settembre, perdendo tutti i progressi raggiunti e queste importanti occasioni di crescita, è davvero frustrante e allarmante allo stesso tempo. Certo, sono quasi due mesi che non ha neanche un raffreddore, ma quindi bisognerà ricominciare anche dalle difese immunitarie.

L’associazione invece non si è fermata, le dirette, dopo tutte le difficoltà iniziali, continuano ma soprattutto da domani inizieranno i primi corsi online, cosa che ci permetterà almeno di coprire quasi tutte le spese di questo periodaccio.

Non so quando tutto finirà, so solo che sarà durissima ricominciare, nonostante le tante volte in cui mi è capitato di dover ricominciare, stavolta mi sento completamente sperduta.

Quarantena week #3

Manca un quarto d’ora all’ennesimo bollettino di guerra. Si sta con il fiato sospeso, sperando in una curva che inizi finalmente a decrescere sul serio.

Dall’inizio della quarantena, “soli” 15 giorni fa, questa è stata una delle giornate più lunghe. Forse perché ho deciso finalmente di prendermi una pausa, necessaria, dalle frenetiche attività di questi giorni. Allontandomi, poco, dalle dirette continue, dai tg h24, dai social impazziti. Quindi questa giornata, per la prima volta, mi è parsa – e ancora lo è – infinita. È tornato anche il freddo a toglierci quei piccoli break sul piccolo terrazzo che, quanto meno, spezzavano un po’ la routine. La bimba è bravissima e tranquilla e sembra quella che decisamente accusa meno. Nella sua incosapevolezza, credo sia semplicemente felice di passare tutto questo tempo con mamma e papà, come forse anche il cane che ora non rimane solo mai. Già, le fortunate uscite con il cane. Se inizialmente le vedevo come opportunità, ora sono quasi un macigno perché, giorno dopo giorno, rivelano una città sempre più vuota, sempre più sospesa, in attesa di ricominciare e smettere di avere paura. Provo solo paura quando esco, un senso di disagio, quando si è costretti ad abbassare la testa e ad accelerare se incontri qualcuno, se. Ieri sera ho pianto tantissimo. Leggere certe storie mi rattrista, la solitudine di chi muore e di chi non può piangere i propri cari. I nonnetti, i famosi anziani con patologie pregresse… ma che pochi giorni fa ancora ballavano e giocavano a canasta. Non so come continueranno questi giorni, quanto dureranno. Se la mia attività riuscirà a sopravvivere, me lo auguro. Non mi pesa stare a casa, ci sono oramai abituata da tempo. Voglio solo che la gente smetta di morire così. Voglio solo che i miei genitori possano riabracciare la loro nipote, prima di riabbracciare me. Voglio che tutto davvero vada a finire bene.

Andrà tutto bene

Che dire, questa emergenza anzi, pandemia, ci è crollata addosso di punto in bianco stravolgendo le vite di tutti. Nel post precedente, quando a malincuore scrivevo di aver rinunciato al viaggio, sebbene già conscia che si trattasse della scelta migliore in un momento grave, pensavo che ancora si stesse esagerando. E mai avrei pensato che si arrivasse a questo punto che, come forse altri di voi, ancora non riesco a spiegarmi. Perché è iniziato qui (ora pare si stiano svegliando anche altre nazioni) ? Perché in modo subito così esagerato?

Forse non lo capiremo mai e possiamo, oltre che restare a casa, solo aspettare e sperare che passi presto, ma penso non così presto come vorremmo.

Uffici, negozi chiusi, chi lavora da smart working, chi invece costretto a ferie forzate. Molti preoccupati. E io lo sono molto. L’associazione si è dovuta necessariamente chiudere, sessione corsi per ora slittata e chissà… ma purtroppo, come molti dei lavoratori creativi e indipendenti, non ci possiamo fermare. Quindi, queste giornate che forse alcuni stanno vivendo come tempo ritrovato, per me stanno diventando più piene e nervose che mai.

Studio, ricerca e immaginazione di cose da fare ora, in modi mai contemplati prima, perché non possiamo permetterci di fermarci o essere dimenticati quando, prima o poi, si tornerà alla normalità. Ma il tutto non senza il pensiero a genitori e parenti più fragili, che soffrono questa lontananza ben peggio di noi.

Vediamo questo momento come investimento, forse come l’apertura di nuove opportunità, ma al momento è tutto un caos, tutto un chattare continuo sul da farsi, con la voglia di fare bene e il timore di non fare passi falsi.

Per l’ansiosa e pessimista che sono, questo momento ora non è davvero felice ma devo cercare di essere positiva. Perché il tutto è anche da gestire con una piccola in casa, per giunta anche un po’ malaticcia, che non è assolutamente autonoma e che non posso mollare sola davanti a una TV che, tra l’altro, il più delle volte è fissa su sky tg24.

Quindi, per ora, ben poco di tempo per me e per noi, per fare tutte quelle cose che uno spesso rimanda perché per il momento ci sono ancora altre priorità. L’unico fugace svago sono quei 10 minuti con il cane e la spesa quando serve. E ringrazio la fortuna di avere tanti piccoli negozietti di generi vari a due passi, e di non dovermi quindi mettere a fare file chilometriche davanti ai super.

Sospesa la palestra, che finalmente ero riuscira a ricominciare con un buon ritmo, semi sospesa la dieta (ma non troppo) i cui risultati del resto un po’ languono, perché qualche coccola ora ci vuole. Sospeso lo smetter di fumare (salvo fine degli assortimenti) perché non ce la faccio proprio ora.

Continuiamo a pensare positivo, cerchiamo di veder solo opportunità e bicchieri mezzi pieni. Ma cela faremo e arriverà quel momento in cui tutto ciò sarà solo un racconto da fare a figli cresciuti e nipoti.

Ma sì, #andràtuttobene