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Ricominciamo?

Inizio questa ultima settimana di lavoro con pressione ed energia sotto le scarpe (e un fastidioso mal di pancia). Davvero, non ce la faccio più, sono al limite, ad un limite di saturazione/batterie scariche che davvero pensavo di non raggiungere mai.

A 10 e poco più mesi dall’arrivo di Vittoria, posso tirare un piccolo bilancio e dire che ce la sto facendo ancora un po’ poco e sono sempre più dell’idea che il primo anno delle mamme – ovviamente per chi vuole – dovrebbe essere un periodo sacro in cui potersi dedicare solo a riprendersi da una delle esperienze più devastanti (nel bene e nel male) di una donna e da un compito difficilissimo che è quello di iniziare a crescere un piccolissimo essere umano, il cui imprinting, ne sono sicura, resterà nel suo modo di essere al mondo, anche verso gli altri, per sempre.
Ci sono donne che ce la fanno di più o meglio o tengono più botta (o fingono meglio)… o perché sono più giovani, o più resistenti, o più motivate o resilienti… altre che fanno più fatica. I motivi possono essere ennemila, da una gravidanza difficile o vissuta senza risparmiarsi un secondo (o lavorando fino al giorno prima) a un parto e post parto lunghi e complicati, ad allattamento o trauma da non allattamento, ormoni, notti insonni, solitudini, ansia, depressione… Francamente, rientrare a lavoro dopo 4 mesi è F O L L I A pura. Ma anche dopo 6.

Ora, dopo 10 mesi di cui gli ultimi due più tranquilli, posso dire che pian piano ci si riprende, va meglio, almeno fino al prossimo “scatto di crescita”. Penso a quanto sarei meno in riserva di tutto se in questi ultimi 6, 7 mesi non avessi dovuto di nuovo rioccuparmi di tutto + V. , l’unica cosa di cui in fondo avrei voluto occuparmi di più.

Io penso che un anno sia sacrosanto, per le mamme o i papà, per chi ne ha voglia e bisogno insomma. Tanti/e a lavoro si ricaricano, e beati loro. A me quest’anno il lavoro mi ha prosciugata, quel poco di energia che avevo ancora in circolo e mi ha poi tolto la forza per il poco resto che avrei voluto dedicare anche a me. Tipo un pò di palestra, per non continuare a vedere la pancia calata? O cucinare qualcosa di buono che mi aiutasse a tornare in forma e conseguentemente aiutarmi con l’umore?

Io non ce l’ho fatta, non del tutto. Così ho alzato una bandiera. Alt! Mi sono detta e ho detto io tutto non lo riesco più a fare. E forse non voglio più. Sembra una resa, forse un po’ lo è ma mi piace vederlo più come un punto a capo. La fine di un bel capitolo e l’inizio di una nuova storia. O, forse, più un “dove eravamo rimasti”. E un atto più coraggioso, forse, che un arrendersi.

Questa sarà quindi l’ultima mia settimana da “dipendente”, da settembre, all’alba dei miei 40 anni, proverò a incanalare tutte le energie rimaste nei progetti a me più cari: mia figlia e la mia attività.
Se avessi avuto un anno per riprendermi e riordinare tutte le idee e le forze, avrei preso questa decisione? Sinceramente non saprei… davvero.
Ma, ora, sono contenta di averla presa.

Da settembre, stavolta si (ri)comincia davvero.

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Just a little patience

Pazienza. Sii paziente Anais è il mantra che sto cercando di ripetermi da circa 9 mesi (ma forse anche 10/11 se contiamo gli ultimi mesi di gravidanza con 40 gradi a Roma), praticamente ogni giorno, ogni ora, ogni momento, purtroppo non sempre con i risultati sperati.

Sii paziente Anais. Me lo ripeto ogni volta che salgo sulla bilancia e quei chili in più restano sempre appesi. Nonostante cerchi di farci attenzione, nonostante non sia sta gran forchetta, nonostante non mi fermi mai e ho l’impressione che dovrei starne 5 sotto, di chili, quelli sono lì. Sii paziente mi dico, nonostante amiche che hanno partorito anche dopo siano già belle longilinee e anche più magre di prima.

Sii paziente Anais che se ti impegni riesci, mi ripeto ogni volta che invece penso di mollare e allora mangio e bevo come non ci fosse un domani. Sii paziente e fregatene allora, perché arriverà il momento che sentirai da sola quello che sarà meglio per te.

Sii paziente, ogni volta che provo a indossare qualche abito o pantalone nell’armadio, anche quelli che un tempo non potevo più mettere perché fin troppo larghi e invece devo ripiegare su quelle poche 4 cose in croce che mi vanno, tra cui 3 dell’era premaman.

Sii paziente Anais, ogni volta che vedi amiche e conoscenti già belle abbronzate e dai fisici torniti dalla palestra, palestra che tu stai pagano (x te e per tuo marito…) da 3 mesi avendoci messo piede 3 volte.

Sii paziente Anais quando ti fanno inviti improponibili che devi declinare cerando di essere gentile e non far notare “ma come ti viene in mente”.

Sii paziente Anais quando arrivi a fine settimana e vorresti sprofondare 24 ore nel letto ma i venerdì stanno tornando ad essere più affollati di prima e non cela fai ma devi farcela. Sii paziente, prima o poi ti abituerai a lavorare il triplo, datti tempo.

Sii paziente quando devi sentire mille galli e cornacchie che cantano e vorresti solo silenzio. Sii paziente prima di alzare la voce, prima di sbattere porte e telefoni.

Sii paziente quando ti fai dei programmi che praticamente ogni giorno vengono ribaltati. Quando conti di poter uscire ad un’ora ma tutte le riunioni del mondo sono sempre convocate a quell’ora, soprattutto quando hai dormito solo 4 ore o sei sveglia dalle 4 del mattino.

Sii paziente quando non sai né vuoi rinunciare a  nulla, prima o poi capirai quale zavorra buttare fuori dalla barca.

Sii paziente Anais, quando sei stanchissima, hai la testa che scoppia, il sonno che ti chiude gli occhi ma tua figlia ha deciso che quella sera non le va di dormire.  Sii paziente sempre, perché lo sai, hai imparato che se non sei paziente poi è peggio e i 5 minuti per riaddormentarsi diventeranno 10, 20, 2 ore.

Sii paziente quando il tuo corpo ancora non lo riconosci, quando a 9 mesi di distanza le ferite si riaprono, i seni sono ancora pieni, tutto fa ancora troppo male e niente dà l’idea che si possa tornare a un seppur minimo equilibrio ormonale. Sii paziente Anais, ci vuole almeno un anno dai, ma un anno è tra due mesi, e vabbè.

Sii paziente anziché incazzarti quanto ti senti di essere trattata in maniera diversa da quando sei mamma oppure ti trattano allo stesso modo e non si rendono conto che però sei mamma. Insomma non sai neanche te come vuoi che ti trattino, sii paziente, lo capirai. O forse lo capiranno.

Sii paziente perché il mondo continua a girare anche se ti senti impalata o la tua testa e i tuoi pensieri ora girano solo intorno ad una persona o un argomento. Sii paziente, prima o poi tornerai a parlare anche di tante altre cazzate.

Sii paziente Anais, perché se di tutto quello che hai fatto sino ad ora non ti frega più nulla, ti senti continuamente fuori posto, disinteressata e poco interessante. Vedrai che è un momento, ti abituerai a questo tuo stato di trasparenza a cui probabilmente sono oramai abituate tutte le mamme del mondo.

Sii paziente Anais che prima o poi tutto tornerà a posto oppure tu riuscirai a trovare il tuo posto in tutto questo nuovo disordine ordinato.

Sii paziente Anais ma soprattutto sii paziente con Vittoria, che è l’unica per cui ne vale la pena.

Nessuno mi può giudicare, soprattutto tu

Oggi voglio parlarvi di un fenomeno molto diffuso e piacevole come una verruca ad agosto: i consiglieri molesti. Categorie molto facile da incontrare già nella vita di tutti i giorni, ma che pare dare il meglio di sé nei confronti delle neo mamme.

Se poi si tratta di neo mamme inesperte, insicure è particolarmente influenzabili, tipo la sottoscritta, gli effetti possono essere più devastanti di un pedicello ripetutamente spremuto male.

Badate bene che non parlo di consigli in generale, magari quelli più pratici di cui abbiamo fortemente bisogno, ma di quelle affermazioni-verità, sillogismi inconfutabili, dall’alto dell’esperienza di mamma a volte anche di pochi mesi, che instillano in noi, giorno dopo giorno, notte insonne dopo notte insonne, il dubbio di compiere errori nefasti e irreparabili.

Uno su tutti? Non far dormire il piccolo nel lettone o non farlo addormentare in braccio, pena la condanna ad avercelo nel letto o attaccato alla gonnella fino a 30 anni. Fantastico quando poi queste affermazioni sono fatte dai papà ma loro è più facili ignorarli. Ma le mamme che lo dicono, che per noi mamme sono le detentrici assolute del sapere, beh loro feriscono sempre un po’.

Il bello poi è che queste affermazioni provengono da chi ha avuto bambini che da subito hanno imparato a dormire da soli – pertanto mi chiedo perché debbano parlare per non esperienza diretta, visto che il figlio con loro non ha dormito mai – o che hanno avuto la fortuna di avere bambini che da subito hanno iniziato a dormire normalmente, anche 7/8 ore di fila e quindi non hanno idea di cosa voglia dire non dormire affatto notti dopo notti o svegliarsi ripetutamente senza riuscire a riposare mai.

Ci sono poi giorni in cui tutto sembra andare storto, ogni cosa un pianto… dal vestirsi al lavarsi al mangiare, figurarsi al dormire o all’uscire, che sentirsi anche dire che poi verrà di peggio, non aiuta. Che sentirsi dire che dovresti fare in modo diverso o migliore, non aiuta. Che espressioni o sghignazzi o sospiri o frasi tipo benvenuta nel club, non aiutano.

Aiuterebbero abbracci, risate, bugie e bicchieri di vino come una volta e meno giudizi, velati o meno.

 

1 maggio, su coraggio

Io al concertone del 1 maggio non sono mai andata. L’idea di starmene strizzata tra slogan vetusti, bottiglie di piscio e una marea di ragazzetti sudati, ubriachi di vino scadente, che della merda del lavoro non ne hanno ancora la minima idea, sinceramente non mi ha mai attratto.

Ieri mi sono collegata un attimo su Rai 3 e ho visto a condurre Ambra con un giovine cantante mai visto né sentito. Ho cambiato.

Poi ho rimesso e c’era il mio amato Noel Gallagher, cacchio ho beccato solo 2 canzoni e mezzo. Ho ricambiato.

Poi ho rimesso e c’era un tizio assurdo vestito male e di rosso, con i dread ossigenati che cantava qualcosa di davvero brutto. Ho spento.

No, il concertone del 1 maggio non fa per me. Neanche il lavoro a dire il vero, peccato che non sia così facile spegnere e cambiare, se non impossibile.

Buona festa del lavoro quando davvero ci sarebbe ben poco da festeggiare in questa merda che è diventata il mondo del lavoro.

Prima o poi

Prima o poi, perderò questi fastidiosi chili in più, che non so neanche più se siano dovuti alla gravidanza o al nervosismo del momento.

La pancia si sgonfierà un po’, riuscirò a tornare in palestra, anche poche volte, e fare gli addominali non sarà più così ostico e doloroso.

Il seno, forse, tornerà alla mia taglia o quantomeno eviterà di cambiare continuamente taglia tra sera e mattina. E tornerò ad indossare una biancheria normale, forse anche vagamente sexy.

Le occhiaie ritorneranno a livelli normali, il colorito sarà meno grigio, i capelli ricresceranno, sì anche quelli bianchi, e saranno più gestibili. Non c’è niente a cui una coda non possa dar rimedio.

I pantaloni stringeranno meno, qualche giacca tornerà a richiudersi ed io, forse, tornerò a non sentirmi così goffa o così gonfia un po’ ovunque, mani, piedi, braccia… viso.

Prima o poi riprenderò un aereo o la macchina per più di un breve tragitto.

Tornerò a fare foto che non siano solo primi piani di guanciotte, piedini e manine a salsiccia.

Forse smetterò di spendere un patrimonio in farmacia, tra medicine e cure per l’umore e le occhiaie catatoniche tipo creme cremine e cremette.

Il mio umore si stabilizzerà ed eviterò di fare scenate per un bicchiere d’acqua caduto sul tavolo o un granello di polvere sotto le ciabatte. (spero).

Ma il sonno, tutte queste ore di sonno perso, non torneranno più. Così come forse la possibilità di tornare a riposare. Sic.

(Ri) Cominciamo

E così domani, dopo (soli) 5 mesi dovrò ritornare a lavoro. Abbandonare momentaneamente i panni di mamma e la tuta in cui sprofondo da mesi, per rindossare scomodi abiti da lavoro ossia pantaloni che stringono e giacche che non si allacciano.

Si ricomincia quindi ma a dire il vero inizia anche un nuovo periodo della mia vita, quello di mamma lavoratrice che spero proprio di riuscire a conciliare, prima o poi.

Sono pronta? Onestamente no, affatto. Sono molto spaventata all’idea di non farcela perché sono ancora esausta (ma penso che oramai lo sarò per sempre) e sinceramente avrei avuto bisogno di più tempo. La bimba è ancora piccina, i ritmi sono ancora tutti sballati e non sono neanche pronta al distacco, a lasciarla, seppure in ottime mani, tante ore senza di me, senza la mamma.

Non ho dormito per giorni prima di questo giorno/ mi sembra ieri in cui iniziavo questo periodo a casa, spaventata all’idea di riposarmi per la prima volta dopo anni. Ma infatti da agosto ad oggi non mi sono aimè fermata mai, fino ad oggi che sono dovuta correre da Ikea e fare scatole per l’ennesima volta.

Non sono neanche tanto pronta a “tornare in pubblico” dopo mesi in cui non ho dovuto curarmi troppo del mio aspetto, del mio vestiario, del mio fisico appesantito e molliccio. Sono abituata a maglie scollate, tute, tette quasi sempre all’aria e ora gran parte delle cose che ho non riesco a vedermele adosso, oltre al fatto che venendomi a mancare un armadio ora ho tutto schiacciato, sgualcito e molte cose addirittura irraggiungibili in soppalco.

Per non parlare delle occhiaie, che mi hanno sempre contraddistinta ma che ora sono incancellabili neanche col miglior trucco e sono poi ora solcate da nuove profonde rughe, aimè, a testimonianza perenne di quanto questo periodo mi abbia fiaccata (ah ma vado dall’estetista prima o poi eh… mi terrò le tette calate ma almeno su questo qualcosa faró!!)

Ad ogni modo, non ho altra scelta. Tutte lo hanno fatto, cela farò anche io, grazie anche all’aiuto notevole che potrò avere a casa ma anche a lavoro. Spero solo che il mio cervello sia ancora in grado di produrre frasi e concetti e non solo latte.

In bocca al lupo a me!

Un anno fa

Un anno fa trascorrevamo una bellissima giornata in Toscana, tra Porto Stefano, Porto Ercole, Capalbio e pranzo a Orbetello.

Eravamo in piena fase – purtroppo o per fortuna durata poco – in cui volevamo diventare Instagram Influecers quindi cercavamo il più possibile di andarcene in giro a fare foto. A Roma e dintorni. È stato un periodo molto bello, al di là dell’espediente dei social.

Qualche avvisaglia c’era, ci giravamo intorno scherzandoci. Io senza saper né leggere né scrivere, quel giorno ho bevuto e soprattutto fumato come se non ci fosse un domani. Lo sapevo, melo sentivo. Da quel giorno poi ho smesso.

Un anno fa sono entrata in una farmacia timida e timorosa come se avessi ancora 20 anni.

Un anno fa la scoperta che le nostre vite sarebbero cambiate per sempre e non saremmo più stati soli.

Sono 4 mesi che ci sei Bubi, un anno che ti abbiamo conosciuto e qualcosa di più che fai parte di me.