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Segnali di fumo

Ci sono. Reduce dalla mia seconda dose, finalmente, mi godo questi ultimi istanti di pace prima che torni la belva o si scateni qualche altro effetto. Al momento solo tanta stanchezza, ma quella non manca mai, e dolore alle gambe.

Ma questo solito ed eccessivo caldo estivo romano a me sta togliendo davvero la voglia di vivere, tanto per cambiare. Una sudata continua, capelli impossibili da gestire, pressione sotto le scarpe. E manca ancora tutto agosto! Il mio solito odio estivo quest’anno sta raggiungendo livelli altissimi. Tra l’altro, ero riuscita a raggiungere un peso e una forma semi-decente, che come sempre in vista della spiaggia, e grazie alle due settimane con mammà, già se n’è andata a farsi benedire. Zero voglia di cucinare cose “sane”, fosse per me godrei solo dell’unica cosa bella dell’estate: aperitivi fuori, spritz e pasti sconclusionati.

Le nostre “ferie” sono già andate, due belle settimane in montagna, al fresco dei nostri monti e delle nostre cittadine del cuore, che ovviamente sono volate. Purtroppo neanche quest’anno è stato possibile fare altro… la situazione è ancora troppo poco stabile, nonostante i vaccini, e non si sarebbe mai partiti a cuor leggero. Quindi, un altro anno se n’è andato, il mio progetto rimane in stand by e chissà quando si potrà ricominciare a viaggiare serenemanete. O altro.

È stato un lungo inverno, mi sembra quasi impossibile che sia finito. Mi sembra ieri quando a settembre mi struggevo per la scelta di non rimandare Vittoria a scuola, ed è passato “indenne” un intero anno scolastico. Per entrambe.

Sono qui sfinita, letteralmente, fisicamente e mentalmente sfinita quest’anno e non so se godermi questo ultimo mese di tregua o avvantaggiarmi per non ritrovarmi nella cacca a settembre. L’ansia quest’anno è stata purtroppo una fedele compagna di viaggio, soprattutto la notte, quando prima di addormentarmi decideva di vomitarmi addosso ogni dubbio o scenario post-atomico. Anche le emicranie brutte non sono mancate. Ad oggi, non riesco più a dormire senza un aiutino, la nuova cura per l’emicrania mi ammoscia ulteriormente ma se non altro, al momento, sembra funzionare.

Sarà un altro autunno problematico, l’ennesimo. Da quando ho deciso di buttarmi a capofitto in questa “nuova vita”, purtroppo è stato tutto un ostacolo… sempre più quest’anno mi sono ritrovata a ripensare alle scelte fatte, a dubitarne, forse a penitirmi o a ripensare al mio vecchio lavoro, a come avrei affrontato tutto questo, forse la certezza di uno “stipendio fisso” avrebbe aiutato.

Ma andiamo avanti, non è facile, non ho mai pensato che lo sarebbe stato ma certo, ad una pandemia non avevo pensato… o forse, avrei dovuto immaginare una catastrofe, una volta che finalmente sceglievo per me…

Anyway, calcolando l’ennesima partenza in salita, credo che qualche altro giorno di scarico mi serva e me lo merito. Spero di ritornare presto e più vigorosa! Abbiate pazienza con la vostra Anais ❤

Cosa resta

Oggi al parco ho incontrato i genitori di una ex compagna del nido. Entrambi direttori di due alberghi in centro. Entrambi sono a casa, in cassa integrazione, da più di un anno. Lei non ha mai ripreso a lavorare, il suo era un albergo piccolo ma centrale, e al 90% non riaprirà. Per il marito qualche speranza in più, essendo il suo albergo molto vicino alla stazione.

Ricordo che le piaceva tantissimo il suo lavoro, me ne parlava entusiasta mentre l’anno scorso aspettavamo che passassero le poche ore dell’inserimento. Le uniche due mamme a poterci “permettere” di aspettare che passassero quelle ore davanti ad un caffè, perché lei poteva lavorare anche da casa e io attaccavo il pomeriggio. Ricordo di averla anche un po’ invidiata, per questa sua posizione che si era guadagnata con una bella gavetta.

Oggi aveva uno sguardo così triste e assente, già magra, oggi magrissima.

Cosa pensi di fare, le ho chiesto. Cosa posso fare, a 45 anni… mi ha risposto. “Non credo che lavorerò più”. Hai una vita, che ti sei costruito anche con mille sacrifici, un lavoro che ti piace e hai conquistato a fatica, che reputavi sicuro, per quanto di sicuro ora più che mai sappiamo che non c’è nulla, e di colpo ti viene spazzato tutto via così, da qualcosa su cui tu non puoi fare nulla e nessuno può aiutarti.

Provo tanta tristezza per tutte le vite prematuramente scomparse in questo anno, per tutti quei “nonni” che “eh ma avevano malattie pregresse” e che però chissà per quanti altri anni ancora forse potevano godersi la vita. Per le tante famiglie dimezzate, private degli affetti più cari, per loro di certo non ci sarà alcun ristoro.

Ma penso che ci siano anche tante altre “morti bianche” in questa pandemia, tante vittime silenziose, che sì hanno ancora una vita davanti e si può sempre ricominciare nella vita… ma da dove e come e soprattutto, quando?

Non riesco a togliermi dagli occhi e dal cuore quello sguardo… e la paura di rispecchiarmici dentro.

Segnali dal pianeta (a) terra

Ci sono, vivo e combatto insieme a voi, in questo periodo che sembra un eterno déjà vu, un film che ricomincia e si interrompe sempre allo stesso punto.

Questa pandemia che non passa mi ha buttato decisamente a terra. Questa continua sospensione, questo vivere appesi ad un bollettino e a una mascherina, questo senso di vivere in una bolla dai confini sempre più netti ma sul punto di scoppiare in un attimo, ecco non la sto vivendo benissimo.

Stiamo tutti bene e per carità, questo è l’importante. Nella sfortuna di aver perso una enorme fetta del mio lavoro, avendo l’associazione chiusa da un anno, so di vivere in una situazione privilegiata, ma la domanda che continua a non farmi dormire la notte è sempre la stessa: fino a quando?

Fino a quando durerà questa storia e fino a quando riusciremo a resistere? Abbiamo avuto i nostri sprazzi di vita quasi normale, che comunale tanto normale non era, ma a quanto pare ad un prezzo sempre troppo alto, visto che ora siamo tornati tutti alla casella di partenza e ci siamo di nuovo dovuti rifermare tutti.

Di nuovo non sappiamo come andrà a finire. Certo, ora ci sono i vaccini, più o meno, e una luce in fondo al tunnel forse c’è, eppure perché non riesco a vederla? Vorrei tornare all’ottimismo di un anno fa, che mi aveva nonostante tutto farmi prenotare un volo per giugno perché non credevo possibile che nel XXII secolo un virus ci avrebbe tenuto bloccati troppo a lungo.

Poi sono passata dalla paura, al panico all’infinita stanchezza e alla rabbia di tutti i sogni e progetti al momento già in parte infranti, e sicuramente sospesi. In cuor mio sono sicura che ci sarà modo di ricominciare, di nuovo, che un modo, un’uscita, una soluzione si trovi sempre e resto cautamente ottimista, ma al momento lo sconforto vince. È che mi piaceva tantissimo come stavano andando le cose, la “comfort zone” che mi ero finalmente creata con le unghie e con i denti e che è durata così poco prima di esser spazzata via. Mi piaceva tantissimo, mi manca ogni giorno e ogni giorno di più che mi si blocca il respiro ogni volta che ci penso.

È incredibile come questa situazione abbia travolto le vite di miliardi di persone. E non è solo la lotta tra chi ha il lavoro sicuro e chi no, almeno non solo. Tra chi ha perso un caro e chi no. Chi in quarantena e chi no. Tutti siamo stati colpiti, purtroppo fin troppi sono stati affondati. E questa battaglia navale, con tiri alla cieca, quanto ancora durerà?

Insomma, per il momento nessuna buona nuova, speriamo in una nuova primavera, perché l’estate già so che la odio.

Piove, nuovo anno ladro!

Il 2021 è iniziato con una pioggia battente che non sembra affatto voler smettere. Forse l’intento è lavare via tutto lo sporco e le brutture dell’anno passato e quindi tocca mettersi l’anima in pace, ce ne vorrà ancora per molto.

Volano, come sempre, le vacanze di Natale. Mai come quest’anno mi sono imposta un po’ di risposo, soprattutto digitale, fino al 6 gennaio… che ecco fare capolino sempre più, da qui ansia notturna a go go.

Visti i precedenti con cui ci siamo lasciati, caro 2020, non si riesce ad iniziare questo nuovo anno con particolare serenità ed entusiasmo … anzi. Purtroppo non penso che le cose miglioreranno da qui a breve e inizia sempre più a serpeggiare in me il dubbio se mai riuscirò a tornare a lavorare… ossia, se quando tutto sarà finto ci sarà ancora il mio lavoro. Qui si continua tutto online, da qui la forte esigenza quest’anno di stacco. Mi manca stare dietro al bancone, parlare con gli studenti, presentar le serate nonostante ogni volta le paranoie.

Sono stanchissima, nonostante non dovrei esserlo, perché tutti i pensieri che si affastellano, soprattutto la notte, mi sfiancano. Le feste sono praticamente finite, bellissimo quest’anno il Natale di Vitto, la cosa più bella che ha dato senso a queste feste a scartamento ridotto. Non vedo alcuni amici da tempo, nonostante adori la mia casa, temo che questa solitudine protratta non cela toglieremo più di dosso.

Libri su libri si avvicendano, giochi, cartoni, facebook, spese alimentari e sigarette elettroniche sono il perno delle mie giornate. Ho perso un po’ il conto di tutto, faccio ancora un po’ fatica a dimenticare l’ultima mia vita, il lavoro in agenzia… mi sembra passato un secolo invece è poco più di un anno. Insomma non riesco a togliermi di dosso la frustrazione di un anno che doveva essere la mia rinascita- lavorativamente parlando – invece è stata un po’ una tomba. Tanti progetti in sospeso che chissà quando… altri certamente partiti ma, ripeto, fino a quando? Sono più le giornate che mi scopro a scuotere la testa, ancora incredula, a quelle ottimiste. Non riesco a fare un bilancio di questo anno perché lo trovo troppo “fuori concorso”…

Guardo solo questa pioggia incessante sperando che sia propiziatoria… lava via, lava bene ma ti prego sole, torna presto.

Buon anno cari!

Nel frattempo

Nel mezzo del cammin di questo autunno, ci ritrovammo di nuovo in piena pandemia, semi bloccati in casa.

Non se ne esce ancora, e la fine sembra ancora molto lontana… ammesso che ci sarà mai, boh. Ci sono giorni così negativi che penso che non ne usciremo più, che non torneremo a viaggiare, a lavorare con gli altri, ad abbracciare, stringere mani. Altri giorni, talmente oramai abituati a questa vita di mezzo, che i numeri, i morti e i contagi, scivolano addosso. Eppure, questa ondata sembra più forte e se a marzo mi sembrava un evento così lontano, stavolta sono sempre più le persone che conosco, vicine o più lontane, che si sono imbattute in questo ospite malvagio.

Roma sembra per certi versi ancora un’isola “felice”, le restrizioni ci stanno toccando fino ad un certo punto e siamo ancora ben lontani dalle condizioni folli di marzo, il che onestamente non so se sia un bene. La cosa più snervante è vivere in questa incertezza, di un domani che può cambiare nel corso di poche ore, nel non poter fare programmi neanche a breve termine, e sentirti quasi costretto ad anticipare tutto.

L’unica cosa che al momento mi è di nuovo cambiata, è il lavoro, perché sono di nuovo a casa. Tanto lo immaginavo che sarebbe accaduto ( come penso riaccadrà a marzo…), ero così felice di aver ripreso la mia routine, di lavorare nel mio posto, invece di nuovo a casa a rosicchiare forza e volontà per crearmi qualcosa di nuovo da zero, o quasi.

La domanda che mi ritorna ciclicamente in testa è cosa avrei fatto con il vecchio lavoro se avessi saputo che le cose sarebbero poi andate così… il porsi costantemente sotto una lente, il pensiero di scegliere male, di un futuro sempre più incerto. Per me abituata a programmare sempre tutto e mantenere il controllo, una situazione del genere non è l’ideale e il languore che l’accompagna, rischia di farmi scivolare giù. Difficile mantenere l’equilibrio. Certe giornate non fanno in tempo ad iniziare che sono già finite e in mano non mi ritrovo niente, o almeno così sembra. Altre, quelle in cui riesco ad immergermi più nello studio e meno nel divano, mi tirano su.

Di certo, l’aspetto più bello è il rapporto con la mia Vitto, e il pensiero che al contrario avrei potuto vederla e godermela per poche ore al giorno, mi fa stare meglio. La verità è che mi sento in colpa per questa mia vita lenta, a cui non sono mai stata abituata. Non ho controllori, ho poche e misurate scadenze, posso organizzarmi come voglio, e sono così felice per questo che come sempre non credo di meritarlo.

È davvero troppo bella questa situazione, il lavoro che sono riuscita a ricrearmi, che è un lavoro nonostante sia io la prima a metterlo in discussione, che la paura che questo maledetto virus spazzi via tutto è forte. Perché non ci si può fare nulla. Perché se devi stare chiuso devi stare chiuso. Puoi riventarti mille cose online… ma fino a quando? Fino a quando si può reggere questa corsa contro il tempo prima che tutto vada in malora?

Persino il Natale, quest’anno, non sarà il periodo bello di sempre per me, e se non potrò vedere la mia famiglia, gli amici, sarà davvero triste. Tutto si fa se si deve, ma per favore basta con la retorica che deve andare bene per forza.

Male di miele

Ho scoperto cosa mi manca di più della quarantena: il non sentirmi costantemente indietro rispetto alle persone che conosco, per non parlare del resto del mondo.

Per alcune settimane non sono stata più l’unica a non uscire, a non sentirmi in colpa se non ne ho voglia, se non ho voglia di organizzare pranzi, cene, incontrare persone. Non più l’unica a non andare al cinema, musei, mostre, aperitivi, a non viaggiare in giro per il mondo. A non andare in palestra, piscina, dall’estetista.

L’ansia delle performance è anche sociale. In questa continua sovraesposizione alle vite altrui, il male della paragonite affligge i più deboli, asociali e introversi. Ed ora che stento a tornare ad una vita “normale”, che non è poi così diversa da quella in quarantena, mi sento ancora più in difetto.

Non ho più molte amiche e le vedo con difficoltà, passo giornate intere sempre con mia figlia, girando un po’ tutti i parchi del circondario, camminare sta diventando la mia principale valvola di sfogo.

A parte i familiari, abbiamo rivisto pochi dei nostri amici, con uscite con il contagocce. Questo isolamento forzato ha avuto l’effetto di rafforzarci ancora, e preferire la nostra solitudine, le nostre cose, le abitudini tedesche, agli altri. Con la paura di trasmettere questa pigrizia sociale anche a mia figlia.

E più mi sento sciocca a fare questi ragionamenti, a pensare che dovrei smetterla di guardare profili sconosciuti e alzare gli occhi o il telefono, più non posso farne a meno.

È stato bello, anche se “solo” per due mesi, guararire dalla paragonite. E ricascarci di nuovo fa ancora più male.

Quarantena week #3

Manca un quarto d’ora all’ennesimo bollettino di guerra. Si sta con il fiato sospeso, sperando in una curva che inizi finalmente a decrescere sul serio.

Dall’inizio della quarantena, “soli” 15 giorni fa, questa è stata una delle giornate più lunghe. Forse perché ho deciso finalmente di prendermi una pausa, necessaria, dalle frenetiche attività di questi giorni. Allontandomi, poco, dalle dirette continue, dai tg h24, dai social impazziti. Quindi questa giornata, per la prima volta, mi è parsa – e ancora lo è – infinita. È tornato anche il freddo a toglierci quei piccoli break sul piccolo terrazzo che, quanto meno, spezzavano un po’ la routine. La bimba è bravissima e tranquilla e sembra quella che decisamente accusa meno. Nella sua incosapevolezza, credo sia semplicemente felice di passare tutto questo tempo con mamma e papà, come forse anche il cane che ora non rimane solo mai. Già, le fortunate uscite con il cane. Se inizialmente le vedevo come opportunità, ora sono quasi un macigno perché, giorno dopo giorno, rivelano una città sempre più vuota, sempre più sospesa, in attesa di ricominciare e smettere di avere paura. Provo solo paura quando esco, un senso di disagio, quando si è costretti ad abbassare la testa e ad accelerare se incontri qualcuno, se. Ieri sera ho pianto tantissimo. Leggere certe storie mi rattrista, la solitudine di chi muore e di chi non può piangere i propri cari. I nonnetti, i famosi anziani con patologie pregresse… ma che pochi giorni fa ancora ballavano e giocavano a canasta. Non so come continueranno questi giorni, quanto dureranno. Se la mia attività riuscirà a sopravvivere, me lo auguro. Non mi pesa stare a casa, ci sono oramai abituata da tempo. Voglio solo che la gente smetta di morire così. Voglio solo che i miei genitori possano riabracciare la loro nipote, prima di riabbracciare me. Voglio che tutto davvero vada a finire bene.

Una lunga estate crudele

In omaggio ad una delle simpatiche serie che amo leggere soprattutto in questa stagione, questa estate sembra non finire mai e ogni giorno, ogni grado che si innalza nel termometro, è un macigno di portare avanti manco fossi una Sisifo dei giorni nostri.
Forse ho rimosso i mesi della gravidanza, e non credo, ma quest’anno il caldo è davvero opprimente e rende tutto ancora più faticoso. Sarà tutto il nuovo anno in tre sulle spalle, ma quest’anno le vacanze, posticipate di una settimana, sembrano non arrivare mai. Ancora 12 lunghissimi giorni di corse ad ostacoli tra un ultimo brief e l’altro, ad anticipare l’anticipabile, una folle corsa a chi può lavarsene prima le mani.

La piccola Vittoria non è ancora mai andata al male e ovviamente, come tutte le madri da manuale, mi sento in colpa. Non tanto perché, aimè, a luglio oramai si lavora sempre e qui fa sempre più caldo ed è troppo piccola ancora per lasciarla un mese intero sola al mare con i nonni, ma perché forse nel fine settimana dovrei fare uno sforzo in più ma il caldo, di cui sopra, il traffico, il problema di dividere case piccole con mille parenti, ci hanno piazzato in pianta stabile a Roma. E quando potevamo partire, come da manuale, è stata male lei.

Sarà l’ennesima estate in cui fallirò la prova costume, più che mai e nonostante una folle ultima corsa alla perdita di qualche chilo nutrendomi di orride barrette pesoforma a pranzo, per poi comunque sfondarmi di aperitivi la sera. Perché in questa crudeltà quest’anno ci concediamo più piccole uscite preserali, principalmente nel quartiere, per evitare di accendere fornelli e per la poca pochissima voglia di cucinare.

È l’estate in cui sono più cadaverica dell’inverno, perché sono riuscita ad andare in piscina sì e no due volte e infatti la tentazione di ricorrere alle lampade, anche per non ustionarmi in quei soliti 4-5 giorni di mare che farò, è tanta.

È l’estate in cui ricomincerò a fumare… perché sono ansiosa, stanca, annoiata, nervosa, preoccupata e tentata e ho talmente tante cose da dover fare bene che quando è così una cazzata la devo fare sempre. Vedremo.

È l’estate senza serie tv e maratone, perché sono talmente stanca la sera che appena Vic si addormenta, quasi seguo a ruota ma è anche l’estate in cui ho ripreso a sentire un sacco di musica.

È l’estate in cui compirò 40 anni, aimè anche qui, e si sapeva e tanto non cambia niente perché oramai mi sento vecchia dentro ed è tutto in declino. Sic.

È l’estate in cui riabbraccerò l’est e riprenderò in mano una macchinetta fotografica.

È l’estate che anticipa un grande cambiamento, drastico, spaventoso ma bellissimo e che forse tutto sommato non vedo l’ora che finisca proprio per ricominciare (da dove avevo lasciato, in fondo…).

Ma soprattutto è la prima estate con mia figlia, ed è davvero crudele che, al 24 luglio, ancora non sia riuscita a godermela fino in fondo, in vacanza e senza pensieri, solo con lei.

Just a little patience

Pazienza. Sii paziente Anais è il mantra che sto cercando di ripetermi da circa 9 mesi (ma forse anche 10/11 se contiamo gli ultimi mesi di gravidanza con 40 gradi a Roma), praticamente ogni giorno, ogni ora, ogni momento, purtroppo non sempre con i risultati sperati.

Sii paziente Anais. Me lo ripeto ogni volta che salgo sulla bilancia e quei chili in più restano sempre appesi. Nonostante cerchi di farci attenzione, nonostante non sia sta gran forchetta, nonostante non mi fermi mai e ho l’impressione che dovrei starne 5 sotto, di chili, quelli sono lì. Sii paziente mi dico, nonostante amiche che hanno partorito anche dopo siano già belle longilinee e anche più magre di prima.

Sii paziente Anais che se ti impegni riesci, mi ripeto ogni volta che invece penso di mollare e allora mangio e bevo come non ci fosse un domani. Sii paziente e fregatene allora, perché arriverà il momento che sentirai da sola quello che sarà meglio per te.

Sii paziente, ogni volta che provo a indossare qualche abito o pantalone nell’armadio, anche quelli che un tempo non potevo più mettere perché fin troppo larghi e invece devo ripiegare su quelle poche 4 cose in croce che mi vanno, tra cui 3 dell’era premaman.

Sii paziente Anais, ogni volta che vedi amiche e conoscenti già belle abbronzate e dai fisici torniti dalla palestra, palestra che tu stai pagano (x te e per tuo marito…) da 3 mesi avendoci messo piede 3 volte.

Sii paziente Anais quando ti fanno inviti improponibili che devi declinare cerando di essere gentile e non far notare “ma come ti viene in mente”.

Sii paziente Anais quando arrivi a fine settimana e vorresti sprofondare 24 ore nel letto ma i venerdì stanno tornando ad essere più affollati di prima e non cela fai ma devi farcela. Sii paziente, prima o poi ti abituerai a lavorare il triplo, datti tempo.

Sii paziente quando devi sentire mille galli e cornacchie che cantano e vorresti solo silenzio. Sii paziente prima di alzare la voce, prima di sbattere porte e telefoni.

Sii paziente quando ti fai dei programmi che praticamente ogni giorno vengono ribaltati. Quando conti di poter uscire ad un’ora ma tutte le riunioni del mondo sono sempre convocate a quell’ora, soprattutto quando hai dormito solo 4 ore o sei sveglia dalle 4 del mattino.

Sii paziente quando non sai né vuoi rinunciare a  nulla, prima o poi capirai quale zavorra buttare fuori dalla barca.

Sii paziente Anais, quando sei stanchissima, hai la testa che scoppia, il sonno che ti chiude gli occhi ma tua figlia ha deciso che quella sera non le va di dormire.  Sii paziente sempre, perché lo sai, hai imparato che se non sei paziente poi è peggio e i 5 minuti per riaddormentarsi diventeranno 10, 20, 2 ore.

Sii paziente quando il tuo corpo ancora non lo riconosci, quando a 9 mesi di distanza le ferite si riaprono, i seni sono ancora pieni, tutto fa ancora troppo male e niente dà l’idea che si possa tornare a un seppur minimo equilibrio ormonale. Sii paziente Anais, ci vuole almeno un anno dai, ma un anno è tra due mesi, e vabbè.

Sii paziente anziché incazzarti quanto ti senti di essere trattata in maniera diversa da quando sei mamma oppure ti trattano allo stesso modo e non si rendono conto che però sei mamma. Insomma non sai neanche te come vuoi che ti trattino, sii paziente, lo capirai. O forse lo capiranno.

Sii paziente perché il mondo continua a girare anche se ti senti impalata o la tua testa e i tuoi pensieri ora girano solo intorno ad una persona o un argomento. Sii paziente, prima o poi tornerai a parlare anche di tante altre cazzate.

Sii paziente Anais, perché se di tutto quello che hai fatto sino ad ora non ti frega più nulla, ti senti continuamente fuori posto, disinteressata e poco interessante. Vedrai che è un momento, ti abituerai a questo tuo stato di trasparenza a cui probabilmente sono oramai abituate tutte le mamme del mondo.

Sii paziente Anais che prima o poi tutto tornerà a posto oppure tu riuscirai a trovare il tuo posto in tutto questo nuovo disordine ordinato.

Sii paziente Anais ma soprattutto sii paziente con Vittoria, che è l’unica per cui ne vale la pena.

Cccccchanges

Quando ti capita di vivere grandi cambiamenti nella vita, un cambio lavoro, cambio città, cambio compagno o, come nel mio caso, quasi un cambio “status”, ti rendi conto come a corredo, cambino anche tutte le piccole cose che ruotano intorno a te o a quell’evento e anche equilibri che pensavi consolidati da anni, improvvisamente iniziano a vacillare.

E lì arriva la sfida che sta a te accettare o meno o decidere come viverla. Sei una persona a cui i cambiamenti piacciono e vivi ogni diversità come nuova opportunità oppure fai fatica ad abituarti?
Io onestamente ancora non capisco in quale schiera collocarmi. In passato ad esempio, quando ho cambiato drasticamente lavoro devo ammettere che non ho avuto grandissime difficoltà a prendere questa decisione ma abituarmi al nuovo lavoro nonché al nuovo ambiente non è stato subito facile. Ecco forse io ho più problemi con le persone rispetto alla pratica di una attività, per quanto conoscere bene un lavoro o una professione può essere noioso ma anche molto rassicurante.
Pensiamo a come la fotografia digitale abbia stravolto tutto il mondo della fotografia, internet il mondo della tecnologia digitale, il cellulare il modo di stare in contatto, sti male/benedetti social il mondo della comunicazione (e delle relazioni).

Ogni piccolo ecosistema ha le sue regole, scritte o non scritte e ogni cambiamento provoca piccole e grandi scosse che a volte non sono neanche percepite, in altri casi necessitano giorni, mesi o anni per assestamenti. Talvolta non ci si riesce più ad assestare, crolla un po’ tutto allora forse vale più la pena buttare giù tutto che provare a reggere con precarie stampelle.

Il cambiamento è una leva fondamentale nella vita altrimenti non ci sarebbe evoluzione e crescita per nessuno. Ma io spesso faccio davvero fatica e in questo mi faccio un po’ tenerezza. Ci sono “cose”, abitudini, luoghi, rituali, comportamenti a cui mi affeziono o aggrappo con forza e vederli doverli cambiare mi fa destabilizza, a volte così tanto che non mi riprendo più, o molto difficilmente.

Ora è uno di quei momenti in cui nella mia vita stanno cambiando un sacco di cose. Molte già, altre lo staranno per fare. L’arrivo di un figlio, lo so sono banale, ma si porta dietro una valanga di cambiamenti che a mio avviso sono troppi anche per chi è abituato, figurarsi per una come me.

Cambi tu, il tuo corpo, i tuoi bisogni, i bioritmi, le priorità. Cambia la vita di coppia, la vita nelle famiglie coinvolte, i rapporti con gli amici, con i colleghi, con il lavoro. Ti sembra di esserti allontanata solo per pochi mesi eppure sono sufficienti per far sì che tutto un micro universo attorno a te cambi e tu, già provata dal particolare momento storico che stai vivendo, dalla stanchezza, dal sonno, dal sentirsi diversa, arranchi a stare dietro a tutto.  A volte ci vuole una vita per cambiare tutto, e forse non basta neanche quella, a volte pochi mesi e niente sarà più come prima. Tu non sarai più come prima.
All’improvviso sembri quasi trasparente per alcune cose, troppo ingombrante per altre, o come ti muovi, ti muovi male.
Tutto sta a capire se va bene così.