1 maggio, su coraggio

Io al concertone del 1 maggio non sono mai andata. L’idea di starmene strizzata tra slogan vetusti, bottiglie di piscio e una marea di ragazzetti sudati, ubriachi di vino scadente, che della merda del lavoro non ne hanno ancora la minima idea, sinceramente non mi ha mai attratto.

Ieri mi sono collegata un attimo su Rai 3 e ho visto a condurre Ambra con un giovine cantante mai visto né sentito. Ho cambiato.

Poi ho rimesso e c’era il mio amato Noel Gallagher, cacchio ho beccato solo 2 canzoni e mezzo. Ho ricambiato.

Poi ho rimesso e c’era un tizio assurdo vestito male e di rosso, con i dread ossigenati che cantava qualcosa di davvero brutto. Ho spento.

No, il concertone del 1 maggio non fa per me. Neanche il lavoro a dire il vero, peccato che non sia così facile spegnere e cambiare, se non impossibile.

Buona festa del lavoro quando davvero ci sarebbe ben poco da festeggiare in questa merda che è diventata il mondo del lavoro.

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Prima o poi

Prima o poi, perderò questi fastidiosi chili in più, che non so neanche più se siano dovuti alla gravidanza o al nervosismo del momento.

La pancia si sgonfierà un po’, riuscirò a tornare in palestra, anche poche volte, e fare gli addominali non sarà più così ostico e doloroso.

Il seno, forse, tornerà alla mia taglia o quantomeno eviterà di cambiare continuamente taglia tra sera e mattina. E tornerò ad indossare una biancheria normale, forse anche vagamente sexy.

Le occhiaie ritorneranno a livelli normali, il colorito sarà meno grigio, i capelli ricresceranno, sì anche quelli bianchi, e saranno più gestibili. Non c’è niente a cui una coda non possa dar rimedio.

I pantaloni stringeranno meno, qualche giacca tornerà a richiudersi ed io, forse, tornerò a non sentirmi così goffa o così gonfia un po’ ovunque, mani, piedi, braccia… viso.

Prima o poi riprenderò un aereo o la macchina per più di un breve tragitto.

Tornerò a fare foto che non siano solo primi piani di guanciotte, piedini e manine a salsiccia.

Forse smetterò di spendere un patrimonio in farmacia, tra medicine e cure per l’umore e le occhiaie catatoniche tipo creme cremine e cremette.

Il mio umore si stabilizzerà ed eviterò di fare scenate per un bicchiere d’acqua caduto sul tavolo o un granello di polvere sotto le ciabatte. (spero).

Ma il sonno, tutte queste ore di sonno perso, non torneranno più. Così come forse la possibilità di tornare a riposare. Sic.

L’equilibrio del (tira)latte

È iniziata per me la fase II, quella della mamma equilibrista che torna a lavoro (troppo presto). Un equilibrio fatto di incastri che probabilmente non finirà mai ma che, specie all’inizio e per una neomamma, è molto difficile costruire.
Tornare a lavoro a scarsi 4 mesi dal parto è disumano ed è decisamente troppo presto, inutile quindi aggiungersi alla lunga coda delle mamme che rivendicano la necessità di prolungare la maternità almeno fino ai 6 mesi e se si allatta ancora le 2 ore concesse per legge sono briciole, specie se si lavora a distanza da casa.

Al di là dell’OMS che raccomanda allattamento esclusivo fino a 6 mesi, per quanto mi riguarda è più o meno dai 4 mesi che ho iniziato a capirci qualcosa con mia figlia e neanche ho fatto in tempo a “godermela” un po’ che sono dovuta repentinamente tornare alla mia vecchia vita, lasciare tuta, felponi e faccia acqua e sapone e rimettermi in pista, stretta in camicie e pantolini che tirano un po’ da tutte le parti e ricoperta di (inutili) quintali di fondotinta e copri occhiaie per tornare (a sembrare di) essere pronta, pimpante e performante.
E infatti il mio primo giorno di lavoro sono scoppiata subito a piangere.

Quindi oltre alla mamma che non si sente ancora pronta a lasciare la sua bambina c’è anche la donna che non si sente ancora pronta a ritornare alla vita di tutti i giorni. E sebbene sotto sotto si abbia voglia di abbandonare quella rigida routine fatta solo di poppate, ninne e cambi pannolino in cui è chiusa da mesi, dall’altra i postumi del parto e le conseguenze dell’allattamento ancora in corso si vedono e sentono e dire che non si è a proprio agio tra gli altri, soprattutto tra le altre donne, è un eufemismo.

Diventa quindi tutto un fragile equilibrio di calcolo di tempi e orari fra una poppata e l’altra, per cercare di saltarne il meno possibile perché poi il seno scoppia e perché ancora però non vuoi che il latte sene vada, quindi ti sottoponi a infinite e ripetute sedute di tiralatte in ogni momento possibile, a momenti anche quando sei in bagno, per cercare di raggiungere il quantitativo di almeno un biberon di latte “sano”… fin quando ti rendi conto che è tutta una corsa inutile contro un tempo che prima o poi arriverà e allora “cedi” al latte artificiale.

Quindi, altra cosa con cui le mamme iniziano subito ad avere a che fare, sono i sensi di colpa. Sensi di colpa che una mamma si autoinfligge e sensi di colpa inflitti dalla società, dagli operatori e soprattutto da altre mamme che, volenti o nolenti, si ergono sempre a un livello superiore del tuo. Le mamme che allattano ad oltranza, le mamme che possono o decidono di non tornare a lavoro, le mamme che iniziano a svezzare cucinando tutto bio ed espresso, le mamme che non mandano al nido o mandano subito al nido, le mamme che hanno aiuti e le mamme che fanno tutto da sole. Quando poi ciò che conta è solo come ci si sente e soprattutto ciò che è meglio per sé e per il proprio bimbo, trovando, anche in questo caso, il proprio equilibrio.

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Leggevo questa frase che mi ha colpita e che ritengo decisamente vera. Un po’ delle tante attenzioni che giustamente si dedicano al neonato andrebbero riservate anche alle neomamme perché davvero siamo neonate anche noi e si inizia a capire quello che davvero è un mestiere difficilissimo giorno dopo giorno.
Per me i primi 3-4 mesi con Vittoria sono stati difficilissimi e spiazzanti, non so se perché la bambina è stata particolarmene impegnativa. Diciamo che mi sento di affermare che non è stata tra i neonanti più difficili ma neanche particolarmente angelica… e scusate no, non è vero che tutti i neonati sono difficili perché o davvero la gente mente, e ci sta, ma ci sono anche tanti bimbi che o per un aspetto o per un altro, sono da subito più facili da gestire. Oppure tutti i miei amici hanno avuto bambini angelici. Poi magari “peggioreranno” o anche no, maecco partire in discesa è un pò più semplice che iniziare ad usare il freno a mano quando ancora neanche sai tenere in mano il volante.

Probabilmente molto è da imputare anche a me, troppo stanca o poco paziente per vedere ostacoli enormi anche laddove si trattava di esigenze normali. Forse un ultimo mese di gravidanza un po’ sofferto, soprattutto per il caldo o in generale una gravidanza in cui non mi sono fatta mancare nulla e di certo non ho passato stesa su un divano, ma da subito sono stata sopraffatta da un’enorme stanchezza. Ecco perché, proprio nel momento in cui le cose hanno iniziato a marciare a ritmi più umani, tornare a lavoro è stato per me un gran sacrificio.
Ho comunque la fortuna di lavorare molto vicino a casa, in un ambiente umano e accomodante, che mi permette ancora di giostrarmi gli orari e soprattutto ho il grande aiuto di mia mamma, (e qui molte mammine direbbero che non si fanno i bambini per farli crescere dai nonni!!) diversamente non so se sarei tornata o come avrei fatto.
Ora devo scappare, appena arriverò se la bimba melo concede cercherò di tirarmi un po’ di latte per la sera o per domani, oppure vorrà attaccarsi subito e allora dovrò farlo prima di dormire o invece niente domani artificiale… insomma, è tutto in mano alle tette, e al tiralatte.

Ritorni

E così purtroppo e per fortuna, la prima settimana di rientro a lavoro è terminata. Purtroppo perché ci siamo andati cauti e i lavoroni stanno entrando ora, per fortuna però perché non vedo l’ora di stare di nuovo due giorni con pupi mia, che oggi si è anche vaccinata. E credo sarà sempre così.

In questi giorni ho capito che posso riuscire a tornare a vivere, mio malgrado, senza il riposino pomeridiano, che sono ancora in grado di pensare e scrivere email e documenti nonché inventarmi qualche nome. Sul linguaggio invece dobbiamo ancora lavorare in quanto tra le volte che mi incacchio con mia madre o smadonno in notturna o faccio vocine, ho più difficoltà a formulare frasi articolate. Ecco.

(Ri) Cominciamo

E così domani, dopo (soli) 5 mesi dovrò ritornare a lavoro. Abbandonare momentaneamente i panni di mamma e la tuta in cui sprofondo da mesi, per rindossare scomodi abiti da lavoro ossia pantaloni che stringono e giacche che non si allacciano.

Si ricomincia quindi ma a dire il vero inizia anche un nuovo periodo della mia vita, quello di mamma lavoratrice che spero proprio di riuscire a conciliare, prima o poi.

Sono pronta? Onestamente no, affatto. Sono molto spaventata all’idea di non farcela perché sono ancora esausta (ma penso che oramai lo sarò per sempre) e sinceramente avrei avuto bisogno di più tempo. La bimba è ancora piccina, i ritmi sono ancora tutti sballati e non sono neanche pronta al distacco, a lasciarla, seppure in ottime mani, tante ore senza di me, senza la mamma.

Non ho dormito per giorni prima di questo giorno/ mi sembra ieri in cui iniziavo questo periodo a casa, spaventata all’idea di riposarmi per la prima volta dopo anni. Ma infatti da agosto ad oggi non mi sono aimè fermata mai, fino ad oggi che sono dovuta correre da Ikea e fare scatole per l’ennesima volta.

Non sono neanche tanto pronta a “tornare in pubblico” dopo mesi in cui non ho dovuto curarmi troppo del mio aspetto, del mio vestiario, del mio fisico appesantito e molliccio. Sono abituata a maglie scollate, tute, tette quasi sempre all’aria e ora gran parte delle cose che ho non riesco a vedermele adosso, oltre al fatto che venendomi a mancare un armadio ora ho tutto schiacciato, sgualcito e molte cose addirittura irraggiungibili in soppalco.

Per non parlare delle occhiaie, che mi hanno sempre contraddistinta ma che ora sono incancellabili neanche col miglior trucco e sono poi ora solcate da nuove profonde rughe, aimè, a testimonianza perenne di quanto questo periodo mi abbia fiaccata (ah ma vado dall’estetista prima o poi eh… mi terrò le tette calate ma almeno su questo qualcosa faró!!)

Ad ogni modo, non ho altra scelta. Tutte lo hanno fatto, cela farò anche io, grazie anche all’aiuto notevole che potrò avere a casa ma anche a lavoro. Spero solo che il mio cervello sia ancora in grado di produrre frasi e concetti e non solo latte.

In bocca al lupo a me!

Un anno fa

Un anno fa trascorrevamo una bellissima giornata in Toscana, tra Porto Stefano, Porto Ercole, Capalbio e pranzo a Orbetello.

Eravamo in piena fase – purtroppo o per fortuna durata poco – in cui volevamo diventare Instagram Influecers quindi cercavamo il più possibile di andarcene in giro a fare foto. A Roma e dintorni. È stato un periodo molto bello, al di là dell’espediente dei social.

Qualche avvisaglia c’era, ci giravamo intorno scherzandoci. Io senza saper né leggere né scrivere, quel giorno ho bevuto e soprattutto fumato come se non ci fosse un domani. Lo sapevo, melo sentivo. Da quel giorno poi ho smesso.

Un anno fa sono entrata in una farmacia timida e timorosa come se avessi ancora 20 anni.

Un anno fa la scoperta che le nostre vite sarebbero cambiate per sempre e non saremmo più stati soli.

Sono 4 mesi che ci sei Bubi, un anno che ti abbiamo conosciuto e qualcosa di più che fai parte di me.