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Wellcome, ottobre

Questa lunga e caldissima estate sembra essere definitivamente finita, me lo auguro davvero.
Non è stata proprio un’estate memorabile, se non per il caldo africano, e non se ne poteva davvero più.
Ieri mi sono addormentata coperta e infreddolita, cullata dal ticchettio della pioggia sulla finestra. Goduria.

Tra poco dovremo iniziare tutti a coprirci un bel po’, fumare fuori diventerà una tortura. Si torna infagottati e per me è una liberazione.

Ci sono tanti posti da vivere dentro. Nuovi locali alla moda da scoprire, mostre, cinema, aperitivi, cene in casa condite da buon vino… ok quello da dicembre per quanto mi riguarda.
Ho sudato anche l’anima scolandomi birre estive e adesso che potre corroborarmi l’umore con del buon vino, non posso.

La cosa che più mi piace dell’inverno è fissare il buio e le luci della strada da una finestra. Di casa, dell’ufficio, di un locale.
Tutte quelle luci, dietro a milioni di idee e persone e fiati e abbracci, disegnano un profilo diverso della città, una città che pulsa e vive e mi tranquillizza quando sono al sicuro della mia casa.

Non proprio le mille luci di New York, ma mi accontento lo stesso.

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Un lungo inverno

Che non finisce più. Quest’anno, nonostante mi sia sempre fatta portatrice della bandiera della stagione fredda e invernale, non ne posso più. A mia discolpa posso certamente dire che è stato, ed è ancora, un inverno romano di merda. Pioggia battente, umido penetrante e cielo grigio non fanno che toglierci le forze e buttarci il morale a terra.
Tutte le mattine scosto le tende e penso a quei 10, 15 minuti volanti con Holghina, nella “brughiera” Appia, con io che mi congelo, lei che non trova la zolla giusta oppure lo fa apposta, il pelo poi che puzza, le impronte per casa, e già la mattina parte stanca.
Il bunker dove lavoro, al piano terra di un caseggiato di cemento armato, non prende luce neanche d’estate, figurarsi d’inverno. Il gelo arriva da terra e sale su, e dover stare a riscaldamenti spesi causa crisi asmatiche del collega, non aiuta. Ogni sera torno a casa convinta che, ecco, è arrivata. Brividi di freddo, nausea, e giù a impasticcarmi per non rischiare di ammalarmi. Anche se forse a questo punto dovrei lasciarmi andare, fidarmi degli anticorpi o che sto freddo becco si impossessi di me come si deve e chissene.
E’ stato un inizio 2015 tosto, lo immaginavo. Orari di lavoro duri, scadenze, gare, cene in ufficio, riavvio di mille cose e mi sento già così spompata, anche perché immagino almeno altri due mesi così.
Ho rindossato maglioni e calzamaglie che neanche pensavo più di possedere, e ripetutamente perché il mio armadio tende di certo più all’autunnale primaverile che allo skypass. La pioggia da Istanbul non mi ha più mollata, così come il freddo.
Sono qui al locale nonostante ieri sera avessi voglia di dormire dalle 19 ad infinitum. Volevo leggere ma alla fine ho lavorato lo stesso per le cose nostre, per i nuovi corsi, perché fino a marzo è tutta ansia e comunicazione. E colite. Ho gli occhi che mi si incrociano tra password di siti, social, seo, sem e surf.
Sabato scorso, nonostante una settimana da 80 ore lavorative, sono stata ad una full immersion di copywriting e content management. Una folla twittante e hashtaggante. Tanto entusiasmo, tanto potenziale, ma anche tanto… uff. Volere altro, che sta vita digitale è no stress senza sosta né tag.
Comunque, anche il week-end a Londra mi ha dimostrato di nuovo come però non basti dire “me ne vado mollo tutto”, noi italiana siamo alla base della piramide anglosassone, come criceti ci muoviamo orbi dietro a macchine del caffè, friggitrici, casse. E io una vita così, anche se londinese, non vorrei farla.
Mi continua a ronzare in testa un ritornello, “scegli e credici”. Tutto sta a capire cosa.

La dea dei termosifoni

Poi ci sono quelle volte in cui, per una botta di culo, vieni sorteggiato. Per il controllo random delle caldaie. Di cui ovviamente non sapevi nulla perché non sei andato a ritirare la raccomandata e pertanto una simpatica signora ti ha buttato giù dal letto.
E già tanto che hai sentito e non eri sola, altrimenti se non aprivi, come fai sempre, ti beccavi pure una multa.
Che fortuna essere sorteggiati.

Cambio di stagione

Alla fine pare che il freddo sia arrivato. Come sempre tutto d’un fiato e tutto d’un colpo. Il giorno prima ancora in maglietta, il giorno dopo a battere le brocchette. Soprattutto a casa e in ufficio, dato che in questo periodo borderline i riscaldamenti ancora non si accendono e la temperatura interna è verosimilmente più bassa di quella esterna.
Ieri c’è stato anche il cambio d’ora. Un cambio svolta per me, che in queste settimane di stanchezza, sono riuscita a recuperare un sacco di forze e sonno.
Torna quel periodo dell’anno in cui esci dall’ufficio con buio pesto, freddo e hai solo voglia di andarti a buttare sotto il piumone abbracciata al pile. Torna il periodo in cui ti odi di più per esser fumatrice, a congelarti dalla testa ai piedi per il tuo maledetto vizio.
Ma torna anche il periodo degli stivali e dell’abbigliamento invernale, delle tisane bollenti, dei capelli che tornano lisci e un po’ meno crespi, delle caramelle per la gola, delle castagne, della pizza di mamma e delle cose buone al forno.
Eppure quest’anno l’inverno mi lascia più fredda del solito, e non mi sento ancora pronta. Pronta a chiudermi di nuovo in casa, a stringermi in maglioni pizzicosi, in cappotti voluminosi, calzamaglie strette.
Ché il cambio di stagione, spesso, non è solo una questione di meteo, bensì e per lo più di testa.
Ecco, la mia testa è rimasta in vacanza.