Un lungo inverno

Che non finisce più. Quest’anno, nonostante mi sia sempre fatta portatrice della bandiera della stagione fredda e invernale, non ne posso più. A mia discolpa posso certamente dire che è stato, ed è ancora, un inverno romano di merda. Pioggia battente, umido penetrante e cielo grigio non fanno che toglierci le forze e buttarci il morale a terra.
Tutte le mattine scosto le tende e penso a quei 10, 15 minuti volanti con Holghina, nella “brughiera” Appia, con io che mi congelo, lei che non trova la zolla giusta oppure lo fa apposta, il pelo poi che puzza, le impronte per casa, e già la mattina parte stanca.
Il bunker dove lavoro, al piano terra di un caseggiato di cemento armato, non prende luce neanche d’estate, figurarsi d’inverno. Il gelo arriva da terra e sale su, e dover stare a riscaldamenti spesi causa crisi asmatiche del collega, non aiuta. Ogni sera torno a casa convinta che, ecco, è arrivata. Brividi di freddo, nausea, e giù a impasticcarmi per non rischiare di ammalarmi. Anche se forse a questo punto dovrei lasciarmi andare, fidarmi degli anticorpi o che sto freddo becco si impossessi di me come si deve e chissene.
E’ stato un inizio 2015 tosto, lo immaginavo. Orari di lavoro duri, scadenze, gare, cene in ufficio, riavvio di mille cose e mi sento già così spompata, anche perché immagino almeno altri due mesi così.
Ho rindossato maglioni e calzamaglie che neanche pensavo più di possedere, e ripetutamente perché il mio armadio tende di certo più all’autunnale primaverile che allo skypass. La pioggia da Istanbul non mi ha più mollata, così come il freddo.
Sono qui al locale nonostante ieri sera avessi voglia di dormire dalle 19 ad infinitum. Volevo leggere ma alla fine ho lavorato lo stesso per le cose nostre, per i nuovi corsi, perché fino a marzo è tutta ansia e comunicazione. E colite. Ho gli occhi che mi si incrociano tra password di siti, social, seo, sem e surf.
Sabato scorso, nonostante una settimana da 80 ore lavorative, sono stata ad una full immersion di copywriting e content management. Una folla twittante e hashtaggante. Tanto entusiasmo, tanto potenziale, ma anche tanto… uff. Volere altro, che sta vita digitale è no stress senza sosta né tag.
Comunque, anche il week-end a Londra mi ha dimostrato di nuovo come però non basti dire “me ne vado mollo tutto”, noi italiana siamo alla base della piramide anglosassone, come criceti ci muoviamo orbi dietro a macchine del caffè, friggitrici, casse. E io una vita così, anche se londinese, non vorrei farla.
Mi continua a ronzare in testa un ritornello, “scegli e credici”. Tutto sta a capire cosa.

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