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Counting down

Tipiche giornate da quiete prima della tempesta… il tempo stringe e ogni giorno che nasce e ogni sera che inizia ci si interroga se sia la volta giusta. Si vive sul chi va là, nell’incertezza e nell’incosapevolezza di cosa ci aspetti davvero.

Sì, sono davvero giornate strane… che cerco di occupare in vario modo. Casa in questi giorni è praticamente (quasi) perfetta perché non faccio altro che pulire e sistemare. Di là anche è tutto più o meno pronto. Spolvero, faccio lavatrici, risistemo gli armadi, faccio e disfaccio scatole, faccio e disfaccio spesa.

Poi cerco di prendermi cura di me perché tutti dicono che non lo farò più per un bel po’… tra poco vado a prepararmi l’ennesimo bagno, ho comprato dei sali da bagno di marca e anche quelle bombette frizzanti… adoro circondarmi di profumi e cospargermi di creme. Ho ricomprato il mio costoso fondotinta preferito, cerco dk farmi manicure e pedicure, maschere viso ma di andare dall’estetista non ho proprio voglia. I capelli sono un po’ allo stato brado e purtroppo ho già parecchia ricrescita ma dubito di riuscire ad andare prossimamente e dovrò tenermeli così…

Se solo la smettesse con questo caldo, visto che è più fastidioso ora che ad agosto, mi sentirei molto meglio.

Insomma, sono più o meno pronta, quindi?

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Attimi inattesi di serenità

E anche questo luglio volge alla sua metà. Ancora due settimane e ci si rivedrà tra 365 giorni. Ancora due settimane e, teoricamente e tecnicamente, sarei in ferie. Sono state settimane un po’ dure a lavoro, tra gare, stanchezza, insicurezza e nervosismi e spero vivamente che queste settimane di stacco mi aiutino a ritrovare un po’ di entusiasmo e far maggiore chiarezza sul mio futuro. Che al momento questo è ma forse ho bisogno di guardarlo da un altro punto di vista o, semplicemente, con occhi meno stanchi.

È stato poi un inizio luglio decisamente funesto per il mondo. Sono successe tante cose brutte, come capita da un po’, da sempre, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo. Siamo diventati una lamentela continua, io per prima, e perdiamo troppo spesso di vista la fortuna che abbiamo nel poterci svegliare sani e sereni ogni giorno. Così io che vorrei essere sempre altrove, che vorrei essere sempre qualcun altra o sparire illudendomi di essere diversa in un posto diverso, lontana da ciò che non mi piace e da cui non ho coraggio di allontanarmi da sola, mi godo oggi la lentezza di questa giornata dopo 3 giorni di atroce emicrania, questo cielo azzurrissimo, le cicale, la brezzolina insolita per la stagione che mi arriccia i capelli, la pace della campagna in questo piccolo angolo di paradiso che ho la fortuna di avere sotto casa e la mia bella holghina, perché anche le ore che posso passare con lei diventano sempre di più un dono.

La grande depressione

Ci si può sentire depressi da e per via della città in cui si vive? Presumo di sì. E se un tempo pensavo potesse capitare solo a chi abita in zone molto disagiate o dove che so, fanno 5 ore di luce al giorno, fissi sotto le zero senza poter uscire o svagarsi, ora credo invece che stia capitando a me che, in teoria, abito in una grande capitale, una città che dovrebbe essere tra le più belle al mondo.

So che ultimamente è un tema trito e ritrito di cui si parla in tutte le salse, a volte fin troppo piccanti, ma oramai non si può più fingere di esser arrivati, davvero, all’esasperazione. 

Anni fa mi feci una litigata con la compagna argentina, trapiantata a barcellona, di un amico. Si lamentava di quanto Roma fosse sporca, sciatta, disorganizzata e io me la presi quasi sul personale, attaccandola. E non era niente al confronto di oggi. Bene o male “normali” disagi di una città, italiana, enorme e sovraffollata. In questo weekend sono stata a Milano e ho rivisto una ragazza napoletana che per anni ha vissuto a Roma e l’ha amata e l’ho sentita parlare bene della sua nuova città e di come la qualità della sua vita fosse migliorata. Di come sia tutto più organizzato, pulito, a portata di mano, quasi da sentirsi in vacanza, di come fossero tutti più gentili e cortesi. Sì perché anche noi romani siamo peggiorati e siamo diventati sciatti, sporchi, maleducati, complici e al contempo vittime di questo declino. E l’ho invidiata. E Milano mai come in questi giorni mi è sembrata così bella e noi, davvero, i cugini poveri e malaticci. 

Perché la città è sporca e putrida e l’Ama ci mette del suo, e i secchioni sono sempre pieni e di spazzini io non ne vedo da un’eternità, però chi butta materassi, mobili, elettrodomestici per strada? Chi lascia le piazze tappezzate di carte e bottiglie di birra vuote? Chi scrive sui muri appena ridipinti o li tappezza con poster abusivi? È perché non ci sono secchioni a sufficienza né servizi adeguati. Sì, a trovar alibi siamo da sempre maestri, così come nell’arte del lamento. 

Ma Roma fa schifo davvero, aimè, e non riesco più ad amarla e a ritrovarne la bellezza. Ad arrabbiarmi con chi ci chiama ladroni, con chi ci deride. Un tempo almeno, con i giornali locali, i panni sporchi si lavavano in casa. Adesso, con il web, la nostra disperazione è sotto gli occhi di tutti. Tutti ci compatiscono o ci deridono. Oggi persino il New York Times ci ha dedicato niente meno che la prima pagina. 

Ed io mi deprimo, come un’amante delusa, lasciata, abbindolata. Come nelle migliori coppie ci si ama e si soffre entrambi, ma c’è sempre qualcuno che la fa grossa e chi ne paga le conseguenze. Tu stai male Roma, lo so, ma a soffrire di più sono io, siamo noi, i tuoi cittadini che ti hanno amata e rispettata da sempre.

Mi fa male non poterti difendere da chi dice che siamo al livello di terzo mondo. È così. Ed io ho anche la fortuna di non dover affrontare più quella tortura quotidiana dei mezzi pubblici, che pure ho frequentato anche col sorriso e accettando disagi nella norma, ma quello che accade ai miei concittadini metropolitani è da incubo. E vedere che tutti ci guardano nella nostra disperazione, nel nostro parlare rozzo e più che mai sguaiato, mi mette così a disagio. 

Mi deprimi. Non ho più voglia di vederti, di frequentarti, in questa poi che dovrebbe essere tra le stagioni più belle per stare all’aperto, tra i parchi, i bistrot, i concerti. E invece puzzi e mi fai senso. Mangiare una pizza con le amiche e poi doversi tappare il naso per non sentire l’odore di piscio salire dalla strada, la monnezza ovunque e le foglie marce che tappezzano le strade. Le scritte sui muri di vie e quartieri sempre più squallidi. Casermoni di cemento cresciuti senza controllo, senza senno, macchine, chiasso. Mi manca l’aria e non ce la faccio e così ti evito. Non ho voglia di uscire, di vederti. Oramai è un continuo girare tra un locale e l’altro per non doverti incontrate mentre un tempo mi mancavi. Non mi attira più niente di quello che mi proponi. E mai come oggi vorrei abbandonarti perché non ce la faccio più.

Sono depressa, di una depressione da cui non so come guarire. Diamoci un’altra possibilità, come da copione, mi verrebbe da dirci. Anche se non so più davvero a cosa appigliarmi per guarire e farti guarire. 

Il sabato del quartiere

Vi ho mai detto quanto adori il sabato? Chi non l’adora, certo, ma per me è davvero un giorno speciale. Adoro sapere che domani non dovrò andare a lavoro, che posso fare tutto con calma, anche se il più delle volte diventa una giornata in cui incastrare mille cose. Da tempo non sono più una viveur del sabato sera, il più delle volte lavoro e comunque ho scoperto che fare troppo tardi non posso permettermelo più. Noi emicranici siamo abitudinari, e cambi nel sonno/veglia o addirittura troppo riposo ci regalano un gran bel mal di testa. E in effetti io nel weekend ho una faccia che manco quando faccio nottate a lavoro.

Ma la cosa che più amo del sabato è l’immaginazione. Il pensare di poter fare mille cose, di andare all’Ikea, o a una mostra, in centro a fare shopping, a cercare i mobili o gli accessori per la casa che devo sostituire da tempo, a lavare la macchina, a chiudermi ore in piscina a fare il morto a galla. Il più delle volte non faccio niente di tutto ciò, tranne la piscina. Andare di sabato mi piace troppo. Allungarmi dopo la lezione, farmi una bella doccia lunga, prendermi i miei tempi. E poi le passeggiate con Holga. Dopo 6 anni ancora scopro cose nuove di questo quartiere dove, in effetti, c’è tutto ciò che serve. Ad esempio oggi ho contato ben 4 alimentari nel giro di meno di un km, più due frutta e verdura e due minimarket bengalini. Io non ci compro mai, sono la classica capitalista da supermercato, ma neanche troppo furba da frequentare gli iper dal risparmio assicurato. Invece oggi ci vedevo dentro un sacco di gente, a comprare cose tipo pane fresco, pasta all’uovo, la carne e il pesce buoni. E poi i parrucchieri, ce ne sono anche di quelli almeno 5 sempre nello stesso raggio, oggi ho scovato persino un centro estetico ayurveda, un nail art e poi ci sono il tatuatore e il negozietto di vinili dove ancora non sono mai entrata e il calzolaio che mi ha cercato per mari e monti dopo che ci ho lasciato un paio di scarpe per quasi due anni. E il parco dell’appi antica, cacchio se è bello quello.

Oggi per la prima volta ho portato dei cappotti in tintoria. Il proprietario fuoriuscendo da una nuvola di vapori chimici mi ha salutato con entusiasmo, ma poi si è corretto: Mi scusi l’avevo scambiata per un’altra persona. Già perché la donna di quartiere, aimè, non sono io. 

Passione mariana

Insomma ridendo e scherzando siamo già a metà maggio. Il caldo improvviso, dopo mesi di freddo e pioggia, richiama a gran voce estate… e se penso che tra tre mesi potrei essere già in ferie, un po’ di adrenalina sale. Mi spaventa il caldo alle porte anzi, che già fa capolino a piè pari. Non lo sopporto, si sa. Oggi ho terminato il cambio stagione e mi chiedevo se fossi pronta ad un cambiamento più ampio.

Queste belle giornate fanno venire voglia di uscire, girare, abbracciare Roma e sbaciucchiarsela per bene, e quando l’emicrania o la stanchezza o qualche turba psichedelica mi bloccano a casa, mi viene così tanta nostalgia. Dei buoni propositi, che mi riprometto ogni anno, di maggior respiro e libertà che mi riavvicinino alla mia città. Vorrei indietro il tempo della mia vita part time, o forse un po’ di giovinezza che dia la forza di albeggiare senza avere paura di mal di testa e pressione a terra per giorni. Ma sono stati bei mesi, nonostante tutto. A lavoro si va avanti, con qualche soddisfazione. Il cammino è ancora lungo ma oggi, accaldata da pulizie e scatoloni, necessari nel weekend, mi sono fermata a pensare che sono fortunata e va bene così. 

Un abbraccio dal mio sabato WSP. 

Pistaa

Suppongo che il limite cittadino di 50 km/h sia stato, a suo tempo, debitamente ponderato e sperimentato.
Orde di scienziati ed ingegneri ad interrogarsi sul modo più sicuro di circolare in un centro abitato, con i loro aggeggini, gli stivali di nappa, i cappelli e i paltò avvitati.
Ora, ci mancherebbe che io dica di infrangerlo, ma non è da considerarsi infrazione anche allontanarsi per difetto? In autostrada ci sono limiti da non superare né da cui scendere.
Ordunque perché sistematicamente, con una media di un giorno su due, a me capitano sull’Ardeatina gli aficionados dei 20/30 all’ora?
Dico non è che sia una strada particolarmente bella, specie di notte, per assaporare il panorama romano. Che cazzo, possibile che certe lumache ambulanti, specie quando vado di fretta, debbon capitare sempre davanti a me?

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