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Ozio (ma non troppo)

A volte, nel mio modo sempre abbastanza forsennato di vivere e organizzare i miei viaggi, dimentico il significato vero di vacanza: non fare una benemerita mazza.

Oggi, mentre mi rosolavo (con scarsi risultati) sul lettino, sonnecchiando e ascoltando musica, per pochi minuti mi sono immersa in questo piacevole clima di ozio totale. Rilassata, rilasciata, sguardo al mare, mi godevo lo spettacolo dell’Italia Ferragostana. Decine e decine di persone immerse nell’acqua, stranamente pulita e quasi cristallina. Palloni, racchettoni, ciambelle. Costumi variopinti di ogni forgia, odore di creme solari misto alla salsedine. Siamo tutti qui, a cercare di vivere al meglio, al massimo o al mimimo, queste agognate vacanze. Guardo la gente nera, unta sui lettini, chiacchierare, sonnecchiare, leggere e mi chiedo chi siano nella loro vita. Quanti siano dirigenti, magari in papabili Aziende, quanti pensionati, quanti ricchi e fannulloni. Come siano le loro vite, le loro case. La fauna marina del posto, come la quasi totalità dei posti italiani poco blasonati, è abbastanza varia e tendente al mediocre. Tanti bambini, ragazzette smunte perennemente in pantaloncini e lontane dal sole (non le ho mai capite neanche quando avevo la loro età) ma anche tante signore e signori un po’ dimessi. Vestitacci, capellacci, voglia di fregarsene, almeno per qualche giorno, pensando solo a magnate di pesce e pizza. Di signore bene qua se ne vedono sempre meno, bisogna spostarsi più verso la Maremma, lì sì che è un circo.

Devo dire che la massa ferragostana un po’ mi ha colta alla sprovvista, abituata alla pace e alla calma di questo paese. Non è superbia, ci mancherebbe, ma mi sento così lontana e diversa da questa massa. Un po’ me ne dispiace, un po’ lo preferisco. Spero solo che ferragosto passi presto, ché è una delle giornate più inutili e sopravvalutate dell’estate.

Mi concedo ancora qualche giorno di serenità per ricaricarmi, ché di queste giornate scariche me ne capitano davvero poche ed è bello ogni tanto concedersi il lusso del nulla e della lentezza, qui dal mio posto preferito di sempre (aimè guastato dalle urla di soliti bimbi scassa minchia e di conseguenza del mio cane più insofferente di me).

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Odor di ricordi

Ci sono posti per cui non serve assaggiare un pezzo di biscotto per imbarcarsi all’improvviso in un viaggio tra i ricordi. 

I paesi d’origine sono una seconda casa, in tutti i sensi e ti conoscono, forse più della tua stessa città. 

Oggi a pelo d’acqua guardavo il profilo del litorale, che conosco a memoria nonostante negli anni i luoghi e i posti cambino e cerchino di camuffare il passare del tempo. Loro sì, possono e spesso ci riescono. Guardavo il balcone di una casa che un anno affittarono amici dei miei, da cui guardammo i fuochi di ferragosto. E parcheggio sempre sotto un’altra casa, quella dei palazzi brutti e passo a via pirgi 33, dove niente meno ho visto la puntata 1 di Beautiful e festeggiato un sacco di compleanni, all’ombra del pergolato con parenti e amici ora persi in chissà quali vite. 

Non è il ciabattio svogliato, l’odore del mare misto ai solari, la salsedine o il gongolare dei piccioni che più mi sollazza i ricordi, ma sono gli odori della campagna. Perché noi siamo una famiglia che viene dalla campagna, torrida e assolata. Quella dei finocchi, dei meloni, delle angurie giganti che zio Giovanni ci lasciava sotto al magazzino. E quella dei pomodori. Quell’odore acre di terra, sudore, marciume, che sento dai carri pieni che passano per l’aurelia. Lo riconoscerei tra mille. Lo stesso odore di quel magazzino, che mi faceva così paura, buio, angusto e polveroso, dove zie e mamma si chiudevano per fare le conserve che poi distribuivano per il paese. Ora quel magazzino è chiuso, vuoto, come la casa di mia zia, che ci ha lasciato quest’anno dopo novantanni. La zia che per me è stata nonna, quella da cui mamma mi mandava in vacanza a luglio, a schiarirmi i capelli e bruciarmi di sole. La zia che mi preparava i toast al formaggio, delle caramelle agli agrumi che rubavo di notte, delle prime sigarette fumate di nascosto alla finestra. La zia della campagna. Con Yuri e Diana, i primi cani che ho amato e a cui penso sempre quando guardo Holghina. 

Non serve avere un mucchio di foto per ricordare, finché la mente funziona e la malinconia pungola quel giusto, per spronarti a fare bilanci, a soppesare vittorie e sconfitte, ad apprezzarti per quella che sei, grazie anche a questi vicoli, alle colline, alle panchine dove hai pianto, sorriso, baciato e amato.

  

Family days

Mi piace troppo venire a Tarquinia pre o dopo le vacanze “vere”. Questo paesino, che mi ha vista crescere e che ogni anno cambia un pochino ma non troppo, proprio come me, è la giusta pausa dopo ogni anno intenso di lavoro. Quest’anno ho deciso di concedermi una settimana intera e non penso di pentirmene. Sono con la mia famiglia, che mi dedica mille attenzioni e cure, ma al contempo sola. È vero qui non ho più amici né comitive, perché il mio carattere solitario mi ha fatto un po’ terra bruciata dopo anni onorati di scorribande adolescenziali, eppure sto bene proprio per questo. Sono seduta col mio aperitivo solitario, il mio quaderno e Holga. Tira una leggera brezzolina e sono abbronzata il giusto. Passeggio x questi vicoli immacolati e tutto il caos romano sembra per un attimo un lontano ricordo. Qui ho i miei riti e li adoro. La mamma che la mattina mi porta i cornetti e la pizza calda, il  cinema o le maratone seriali con mio padre, i libri e le parole crociate, quei pochi negozietti rimasti da cui mi piace rifornirmi, per una borsetta, un monile, un paio di sandali demodé. Ma tu hai Roma, che te ne fai di questi 4 negoziacci? Eppure ogni anno che, aimè, ne chiude uno, è un dramma, un tassello che si sposta e rovina il tutto. E poi i nostri localetti, gli aperitivi all’alberata, la pizza a orbetello, tra i ricchi che non siamo né saremo mai, le quantità industriali di creme e cremette che trovo a casa, per coccolarmi più che fossi da me. E i miei vecchi vestiti, ogni volta un viaggio tra taglie e ricordi. Guardo i miei genitori e le loro rutualità di adesso mi fanno tenerezza e vorrei tanto riuscire ad arrivare anche io come loro. Li ricordo da giovani e so che queste cose non le facevano. I centri commerciali, i quiz alla TV. Mi fanno sorridere, come mi fa sorridere mia madre che mi chiede cosa voglio a cena, tu che ti mangi la sera? Lei che mi ha cresciuta e sfamata per una vita e ora conosce così poco le mie abitudini. Questi giorni glieli devo. Li devo a loro, a me, al mio essere parte di una famiglia. Vorrei ci fosse anche mio marito qui, che questi riti fossero anche un po’ i suoi, che questi posti appartenessero ad entrambi. E so che mi sentirei più felice e meno malinconica. Anche se la solitudine la amo, la cerco e ne ho bisogno, ma avremo presto modo di stare insieme, tra i nostri posti.