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Diario lettone estone

Undici giorni intensi on the road, quasi 2000 km percorsi tra Estonia, Lettonia e confini russi, tra foreste verdeggianti, sfilate di alberi d’alto fusto, lunghi litorali lungo lago, lungo mare e tra villaggi minuscoli e sperduti, alla febbrile ricerca di caffé.
Dopo 3 anni torno nelle mie amate repubbliche baltiche. Breve sosta a Riga, una delle mie città preferite di sempre che ogni volta diventa più bella, viva, giovane. Seppur turistica, i suoi vicoli acciottolati, le case di legno, i tetti spioventi, i palazzi retro dalle guglie acuminate continuano ad affascinarmi e farmi sentire al posto giusto. Dalla sua vivacità ci siamo spostati lungo il sud ovest della sorella Estonia, dai prati sempreverdi e ordinati, le strade dritte e pianeggianti costeggiate da alberi altissimi e snelli. Siamo sbarcati sulle isole Muhu, Sareema e Kinhu. Io adoro le isole, mi affascina la vita lontana dalla terra ferma, dove tutto è ordinato dai ritmi e dai capricci del mare. Che dà cibo, clima, vita e tramonti perdifiato. A Kinhu avremmo voluto incontrare le famose donne dalle gonne colorate a righe, ma a parte la nostra organizzatissima padrona di casa e qualche ragazza in bici, non c’è stato verso e ci siamo accontentati di riposare gli occhi con splendidi paesaggi, ma non le gambe (e tanto meno le chiappe) che dopo anni sono tornate a cavalcare una bici. Già sulle isole più piccole abbiamo iniziato a fare i conti con le usanze di questi posti che, seppur per certi versi turistici, non sono o non vogliono essere troppo predisposti al lato ricettivo. Spesso infatti era un’impresa trovare un caffé, un posto dove mangiare. Se avevo un accenno di colesterolo prima di partire, probabilmente se ora facessi le analisi mi ricoverebbero d’urgenza per la quantità di formaggio salva fame ingurgitato e comprato nei pochi Pood – negozietti alimentari.

Davvero un viaggio into the wild, soprattutto nella regione dei Seto, un’area che scavalla i confini tra il sud est più agricolo dell’Estonia e la vicina spaventosa madre Russia. Un via vai arzigogolato di strade e vicoli che d’improvviso si chiudono per non farti cadere nella tentazione di andare di là. Che proprio non si può. Ma noi la Russia ce l’avevamo proprio davanti casa, aprendo la finestra dellanostra baita sperduta in un paesino composto dalla nostra e altre 3 case al massimo, con allegre pecorelle a farci da vicine. Tre giorni per seguire i festeggiamenti della festa della trasfigurazione (o Passajev). Una suggestiva procesione fino al lago di Obinitsa e una mattinata dedicata a festeggiare i defunti, organizzando un banchetto nel vicino cimitero per mangiare insieme a loro. Un’usanza che ho trovato così bella e poetica e che segna così tanto la distanza tra chi invece è abituato a vivere in grandi metropoli così alienanti.
Un paesino minuscolo che d’improvviso la mattina è diventato teatro dell’attenzione di migliaia di persone provenienti da tutti i paesi del circondario ad animare e celebrare la messa. Infine la festa la sera dopo, in una fattoria apparentemente deserta e abbandonata dove alla luce del falò, con la colonna sonora di canti tradizionali (Leelo) e fisarmoniche e alcol da pochi soldi, hanno trovato posto emozioni discordanti tra i presenti, chi di allegria chi di profonda e viscerale tristezza.

Mi ha toccato molto visitare questa zona in particolare, così come le piccole fattorie di cipolle lungo la costa dell’enorme e calmo lago Peipsi. Non ci trovavamo dall’altro lato del mondo eppure a tratti mi sono sentita così diversa. Abituata alle mie comodità, gli aperitivi, i baretti, i caffè curati a volte facevo fatica a credere che fosse così difficile trovare posti per mangiare o, appunto, semplicemente bere un caffè o scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Non ci sono luoghi di ritrovo, piazzette o baretti di piazza, evidentemente tutta la vita si svolge all’interno delle mura domestiche, in famiglia o magari tra amici e vicini, anche se le case sono piccole isole autosufficienti e distanti tra loro.
Eravamo insoliti e diversi, abbiamo suscitato curiosità e qualche sorriso, ma nessuno, anche per la difficoltà della lingua, ha avuto voglia o coraggio di avvicinarsi a noi. Avrei voluto poter interagire di più con le persone, guardare le loro case, persino assaggiare i loro cibi ma noi siamo stati timidi e loro forse anche di più.

Penso di aver visto alcuni dei tramonti più belli della mia vita, dove il confine tra terra, cielo ed acqua era quasi inesistente in un matrimonio dolcissimo e affascinante. Un cielo blu blu, nella fortuna di giornate bellissime e sufficientemente calde.
Quei posti nella loro essenzialità, già mi mancano e stavolta ho già preparato le foto da stampare per continuare a guardarli sempre quando avrò voglia.
Spero di poterci tornare, anche per più tempo, di poter conoscere qualcosa di più di questi popoli e apprenderne meglio le usanze e le tradizioni.
Non so se loro si ricorderanno di quei due tipi buffi che si aggiravano con le loro macchinette e con gli occhi assonnati. Io di certo di alcuni volti, soprattutto, di alcuni luoghi, odori e colori, non mi dimenticherò facilmente.

Insonnia da sudore

Una notte insonne ogni tanto ci può stare? Anche no! Dio mio che cosa brutta deve essere soffrir d’insonnia. Io ne ho di robe eh, ma per fortuna io e il sonno siamo sempre andati molto d’accordo… ma stanotte è da morire! Ci saranno 35 gradi in questa stanza, un letto minuscolo e scomodo, le lenzuola bagnata e raggrinzite xké troppo grandi per un materasso da lillipuziano, ben due ventilatori del 15-18 che sembrano trattori e smuovono solo polvere, mia sorella che a 43 anni ha imparato a russare, ed io voglio morì… sono a letto dall’una e guardo l’orologio aspettando che si faccia almeno un orario decente per alzarmi perché non mi addormenterò più… nonostante la stanchezza, la musica, niente… E il brutto poi che se ti capita che non sei neanche a casa tua mica puoi alzarti e fare come ti pare… Mi andrei a vedere la tv, mi fumerei settecento sigarette e invece sto qui a fare la sindone, ripercorrendo mentalmente un anno di lavoro e lavori, facendomi già prendere il panico di quelli che arriveranno a settembre, che poi per me è tra due settimane…

Porco zio, quanto odio l’estate, quanto odio il caldo, voglio partire, non ce la faccio più!!

Di ferie, di fiacca, di fanghi

Siamo oltre il giro di boa di questo mese piuttosto inutile e inizio a vedere un po’ di luce alla fine del tunnel. Dopo mesi intensi di lavoro, finalmente qualche giorno di pace e l’idea delle vacanze prossime inizia a farmi battere cuore e testa. Tanto più che in questi ultimi giorni ho finalizzato almeno l’itinerario e non vedo l’ora.
Giugno è iniziato con un mega servizio fotografico per cui non ho dormito per settimane. Due giorni di chiusa, a lavorare, su navi vacanze, praticamente dalle 7 alle 19. Per la prima volta a cimentarmi in prima persona con un genere che oserei definire advertising, e la mia solita ansia da prestazione. Fortunatamente, pare sia andato tuttok. Cliente contento, art director contento, io ho richiuso la valeriana nel cassetto.
Di fatto mancano ancora due mesi di lavoro alla partenza, a cui mi accingo con la classica fiacca estiva. Le gambe che iniziano a gonfiarsi, i capelli oramai lasciati allo stato brado, la pelle ancora bianchiccia, l’ascella pezzata. A parte a lavoro dove, oramai, il freddo non mi molla più.
Per spezzare un po’ il ritmo e lasciarmi indietro un lungo, uggioso e faticoso inverno, ho deciso di regalarmi un po’ di coccole.
Mi ero ripromessa di farmi questo regalo se e quando mi sarebbe stato fatto un nuovo contratto… poi ho pensato che invece mi servisse di più proprio per il caso contrario.
Non è tanto l’ansia da prova costume, anche se nonostante gli sforzi invernali sembra che non abbia mai messo piede in una palestra da sempre. È più il bisogno di una gratifica e di qualcuno che si prenda cura di me. Anche se non servirà a nulla, è così bello l’effetto placebo dei centri estetici.
Così per un mesetto dovrò svegliarmi prima per mettermi nelle mani, si spera esperte, di estetiste perfette. Che mi massaggeranno, ungeranno, spalmeranno, rivolteranno, sentiranno le ricrescite. Superando la mia solita ritrosia verso questo genere umano, le pause da riempire tra uno strappo e l’altro, le mutande di cartone, le mura colorate, i quadretti ikea, l’odore marino, tu nuda e affaticata già di primo mattino, loro sempre impeccabili.
E i commenti tipo:
E: “Girate n’po, famme vedè”.
A: “Oddio che ho?”
E: “Ah no perché solitamente quelle col fisico androgino come il tuo channo il culo piatto. No invece te stai messa bene”.

Arrivederci.

PS: Che poi, un androgino con la quarta manco al gaypride l’ho trovato…

Diario greco

Eccomi di rientro da uno splendido lungo week-end nella culla della cultura greca: Atene. Diverse persone mi avevano sconsigliato la città, chi dicendo che fosse squallida, triste, pericolosa, chi che non avesse nulla da offrire a parte l’acropoli. 

Ecco, partiamo proprio dall’Acropoli: penso che l’umanità tutta ma soprattutto chi ha una formazione classica e ha possibilità di viaggiare, non può non visitare questa meraviglia almeno una volta nella vita.

È un’emozione ad ogni passo, ad ogni rudere. Anche calpestare quei marmi ti fa strano, cammini in punta di piedi sentendoti così piccolo di fronte a tanta magnificienza. Ho chiuso gli occhi cercando di ripescare nella mia testa ricordi aimè così lontani di una cultura che tanto ho amato. Sedersi nel teatro di Dioniso è stato da brivido. E quella magnificienza che dalla città ti guarda in ogni dove e ti emoziona e ti fa pensare che forse l’essere umano qualcosa di bello è in grado di farlo. Ti siedi in uno dei tanto baretti a Plaka, che costeggiano le rovine dell’antica enorme Agorà e non puoi non chiederti se sia giusto che ora ci sia tutto questo, tra cui una metro a tener svegli i morti. Oppure, anche loro, tanti tanti anni fa, tra un filosofeggiare e l’altro, si concedevano a loro modo gli stessi vizi. E magari adesso ti invidiano un po’.

Ho visto una città allegra, vivace, viva, con tante persone in pizza, ai bar, nei locali, non turisti, intenti a ridere, chiacchierare, bere caffè come in una qualsiasi altra bella cittadina che ho visitato e che non ha niente da invidiare alle altre. Persino il cambio della guardia può battersela con il più blasonato cugino inglese. In molti tratti, ovviamente, mi ha ricordato Istanbul, in piccolo. Stessi dolcetti, souvenir e macina caffè. Mi sono ubriacata d’argento, vero o presunto tale, come non facevo da tempo e di simboli. Civette benauguranti, soldati baldanzosi, spirali di forza, libertà e fortuna. Ho anche visto sporcizia e povertà questo sì, la zona del Pireo è triste e un po’squallida, con tanti mendicanti e un profilo grigio disegnato da fin troppi palazzi fatiscienti.

Non abbiamo girato troppo dal centro, sono sincera, non avevamo tempo e poi eravamo troppo ben posizionate, a Monastiraki, per avere bisogno di cercare altrove. La cucina greca è buona, la birra dissentante, sebbene abbia mangiato un kebab di pollo sciapo e freddo, ho però assaggiato una varietà di tsatsiki da stare a posto per un bel po’. Quello alle rape rosse però batte tutti! Mi è venuta una gran voglia di visitare di più questo paese che penso sia stupendo, una gran voglia di isole, paesetti e chiese. Chissà magari la prossima pasqua ortodossa, visto che io e il clima greco estivo non credo potremmo andare troppo d’accordo.

La vita, almeno in centro, costa come qualsiasi altra capitale europea, non ti regalano nulla, anzi. Per le nostre notti brave due mojto a 18 euro, ottimi e preparati da un novello Agamennone, ci sono bastati.

Gli ateniesi sono gentili, bonazzi (oh devo ammetterlo) abbiamo trovato facce sempre sorridenti che ci hanno sistematicamente offerto qualcosa: yogurt, ouzo della casa, e quelle lukumades intinte di miele che mi sognerò anche di notte.

Con il caldo e la piacevole brezzolina serale, il panama per proteggermi dal sole, gli short e quell’aria di mare che ogni tanto saliva dal porto, mi è sembrato di essere in ferie davvero, e non che tra soli due giorni mi avrebbe di nuovo accolto a braccia aperte il mio lavoro, che fino ad agosto non mi darà più tregua. Un vero assaggio di estate, per questo domani tornare mette ancora più del solito l’amaro in bocca.

DietAnais

E dopo una cena pantagruelica per il compleanno di papà, che ha anche coinciso con la vittoria del derby e la conquista del secondo posto della Roma, in cui hai mangiato come non ci fosse un domani perché come al solito tua mamma ha cucinato per venti, il giorno dopo che fai? Digiuni? Ti moderi? Ma no, questo lo fanno le persone normalmente oculate. Oramai hai lo stomaco aperto e puoi solo che riempirlo di nuovo tra avanzi e una spesa oggi un po’ fuori dal comune.

In fondo manca solo un mese all’estate e hai dovuto provare una ventina di abiti prima di trovarne uno che sti stesse un minimo decente per il prossimo matrimonio. 

Che sconforto pensare di aver fatto sport tutto l’anno e quando credevi di averla sfangata, ritrovarsi il solito fisico moscio di sempre, messo alla berlina dagli impietosi specchi e luci dei camerini. Sob. 

L’esercito del cloro

Che l’estate sia alle porte te ne accorgi non tanto dal caldo quanto dall’improvviso ed esponenziale affollamento in palestra. Persone che per un anno non hanno fatto una mazza e decidono di porre rimedio all’ultimo momento, magari sovraccaricandosi di corsi, mischiando tra zumba, pilates, acquagym, crossfit e chi più ne ha più ne metta, con un certo fare, diciamolo, molesto e forsennato.
Ieri la corsia in piscina era sovraffollata, gente mai vista che magari arriva anche in ritardo e si piazza in mezzo, mollando calcioni a destra e manca o schizzando prepotentemente perché ancora non sa tenersi bene a galla o fondamentalmente viene a fare sport tanto per sentirsi la coscienza a posto e chiacchiera tutto il tempo con l’amica che ha convinto a condividere questa esperienza metafisica.
Lo so, sono un po’ talebana, ma le palestre sono popolate da persone davvero irritanti. Mica tutte, per carità, ma tra gli esaltati, le pensionate incallite e i novelli ci sono poche vie di mezzo. Ci sono delle tipe in particolare che oramai becco dalla notte dei tempi e che davvero sarebbero da affogare seduta stante. Un chiacchiericcio continuo, in acqua come nello spogliatoio, ste voci da oche che puoi sentire ovunque, della serie ehi io ci sono anche oggi, sono la boss della palestra e che poi se poco poco sei tu a muoverti troppo o a urtarle accidentalmente ti si girano contro come hydre furiose.
Per non parlare del fatto che devi beccartele sempre nude in giro tra le docce e gli armadietti, che si ti alzi di colpo dopo esserti allacciata le scarpe, rischi di ritrovarti in una selva oscura che la diritta via è smarrita.
Ma comunque non ci sono cazzi, ne sanno sempre una in più.

Ieri mentre attendevo il cambio turno mi metto a chiacchierare con una novellina mai vista:
N: “Beh io aspetto a farmi la doccia, stanno ancora finendo la lezione precedente, poi ci muoriamo di freddo”
A: “Sì hai ragione, comunque vabbè io tanto comunque mi doccio ma mi porto l’accappatoio fino a giù”
N: “Ah beh no, sai io evito di contaminarlo con l’acqua clorata”
Azz… e chi ci ha mai pensato, ha ragione…
A: “Ah uh, vero… ma anche quando riesci? Fa freddo…”
N: “Sì si, mi rifaccio una doccia veloce e poi mi copro. Vabbè ma comunque anche se ti copri senza farti prima la doccia tanto poi non è che quando torni a casa l’accappatoio lo stendi, poi lo metti direttamente in lavatrice…”
A: “Ah beh sì certo certo, come no…”
Eccallà… sono anni che continuo a contaminare il mio corpo con l’acqua clorata, che se riesci ad andare in piscina 3 volte su 7 come caspita fai a lavare ogni volta l’accappatoio… ma davvero fate tutte così, una messa una lavata?
Io grasso che cola se lo stendo, lo so sono pessima…
Comunque ieri, presa dal panico, quando sono rientrata neanche mi sono tolta la giacca che ho messo tutto in lavatrice, a palla, con un litro di disinfettante cercando di placare l’avanzamento dell’esercito del cloro… pure la cuffia al silicone, non si sa mai…
Siete sempre avanti, non c’è un cazzo da fare. Farò sempre parte della schiera delle novelline.