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Diario lituano-lettone-estone

Eccomi di ritorno da questi splendidi e veloci 10 giorni nel mio amato Est, non senza già un accenno di nostalgia. I ricordi sono infatti ancora vivi e le sensazioni e le immagini di questi giorni ancora pulsano nella mia testa.

È bello viaggiare in posti nuovi, ma alcuni posti meritano i ritorni e tornare in luoghi che già si conoscono ha il suo fascino. Rivivere certi ricordi, misurare eventuali cambiamenti, ricontrare volti e situazioni. Non ci siamo però fatti mancare anche nuove scoperte, visitando per la prima volta un po’ più di Lituania. Quasi 2000 km in totale passando dalle foreste, i paesini dei pescatori, le barche e le dune della penisola curlandese ai campi sterminati e i paesetti ancora stile soviet della Lettonia più russa, per tornare ai villaggetti di legno e all’Estonia più selvaggia dei nostri Seto per assistere ad una delle celebrazioni a loro più cara e affascinante: la proclamazione del nuovo Re. È stata davvero una giornata intensa fotograficamente, ricca di spunti e situazioni. È assurdo sentirsi così lontani e diversi seppur nello stesso continente ed esser guardati con curiosità e interesse. I baltici non sono molto espansivi e accoglienti, c’è da dirlo. Sono un po’ freddi, diffidenti, seppur cordiali e gentili. Forse si meravigliano che qualcuno possa ritenere interessanti posti e cittadine apparentemente così spogli ed essenziali. I Seto sono leggermente più accoglienti ma era anche diversa la situazione. Anche loro sono comunque chiusi e se in altre situazioni e paesi la nostra presenza ha suscitato curiosità e domande, qui ci hanno pacificamente ignorati ma dandoci comunque la possibilità di fotografare senza problemi. Eppure alcuni ci hanno anche riconosciuto e magari una domanda sul perché questi due pazzi tornino in questi luoghi sperduti se la saranno anche fatta, ma anche la difficoltà della lingua li fa stare sulle loro e non andare oltre timidi sorrisi.

Alla fine poi abbiamo concluso con due ricchi giorni nell’iper turistica, colorata e lussuosa Tallin, finalmente in un albergo degno di chiamarsi tale. E un po’ ci volevano, anche se tornare al chiasso, alla modernità e alla “movida” ( e agli italiani in vacanza!!) è sempre un po’ destabilizzante. Anche qui abbiamo cercato itinerari meno battuti, tra rovine brutali di villaggi olimpici e basi russe, e negozietti di antiquariato dove scovare non poche chicche. Siamo quindi tornati carichi di libri e riviste fotografiche antiche, spillette, vintage camera e, ovviamente, caramelle. 

Ora non resta che vedere le foto e sperare che sia uscito fuori qualcosa di interessante, oltre alle centinaia di foto turistiche che finiranno in uno dei miei adorati album. Sebbene sia la quarta volta, mi sembra sempre solo di sfiorare questi popoli, mentre vorrei davvero avere più tempo per approfondire, conoscere, entrare nelle situazioni, raccontare e non descrivere. Quest’anno stavo anche valutando se iscrivermi ad un corso di russo. Così magari il prossimo anno scavalleremo sto confine, che lambiamo da troppo tempo.

Ora mi sembra assurdo che tutto sia già finito e che dovranno passare come minimo altri 365 giorni prima di una vacanza degna di questo nome. Fortuna che ho ancora qualche giorno per riprendermi. Se mi riprendo.
Nei prossimi giorni, la top ten!intanto ecco qualche scorcio. 

penisola curlandese – Nida

allo yacht club

la collina delle croci a Siauliai

il museo fotografico di siauliai

da qualche parte, in Lettonia

vecchia stazione di Gubene – Lettonia

the kingdom day – Varska

sul lavo Peipsi, guardando la Russia

Albergo Soviet Style a Varska

rovine olimpiche a Tallin

il faro puù alto d’Estonia

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Diario lettone estone

Undici giorni intensi on the road, quasi 2000 km percorsi tra Estonia, Lettonia e confini russi, tra foreste verdeggianti, sfilate di alberi d’alto fusto, lunghi litorali lungo lago, lungo mare e tra villaggi minuscoli e sperduti, alla febbrile ricerca di caffé.
Dopo 3 anni torno nelle mie amate repubbliche baltiche. Breve sosta a Riga, una delle mie città preferite di sempre che ogni volta diventa più bella, viva, giovane. Seppur turistica, i suoi vicoli acciottolati, le case di legno, i tetti spioventi, i palazzi retro dalle guglie acuminate continuano ad affascinarmi e farmi sentire al posto giusto. Dalla sua vivacità ci siamo spostati lungo il sud ovest della sorella Estonia, dai prati sempreverdi e ordinati, le strade dritte e pianeggianti costeggiate da alberi altissimi e snelli. Siamo sbarcati sulle isole Muhu, Sareema e Kinhu. Io adoro le isole, mi affascina la vita lontana dalla terra ferma, dove tutto è ordinato dai ritmi e dai capricci del mare. Che dà cibo, clima, vita e tramonti perdifiato. A Kinhu avremmo voluto incontrare le famose donne dalle gonne colorate a righe, ma a parte la nostra organizzatissima padrona di casa e qualche ragazza in bici, non c’è stato verso e ci siamo accontentati di riposare gli occhi con splendidi paesaggi, ma non le gambe (e tanto meno le chiappe) che dopo anni sono tornate a cavalcare una bici. Già sulle isole più piccole abbiamo iniziato a fare i conti con le usanze di questi posti che, seppur per certi versi turistici, non sono o non vogliono essere troppo predisposti al lato ricettivo. Spesso infatti era un’impresa trovare un caffé, un posto dove mangiare. Se avevo un accenno di colesterolo prima di partire, probabilmente se ora facessi le analisi mi ricoverebbero d’urgenza per la quantità di formaggio salva fame ingurgitato e comprato nei pochi Pood – negozietti alimentari.

Davvero un viaggio into the wild, soprattutto nella regione dei Seto, un’area che scavalla i confini tra il sud est più agricolo dell’Estonia e la vicina spaventosa madre Russia. Un via vai arzigogolato di strade e vicoli che d’improvviso si chiudono per non farti cadere nella tentazione di andare di là. Che proprio non si può. Ma noi la Russia ce l’avevamo proprio davanti casa, aprendo la finestra dellanostra baita sperduta in un paesino composto dalla nostra e altre 3 case al massimo, con allegre pecorelle a farci da vicine. Tre giorni per seguire i festeggiamenti della festa della trasfigurazione (o Passajev). Una suggestiva procesione fino al lago di Obinitsa e una mattinata dedicata a festeggiare i defunti, organizzando un banchetto nel vicino cimitero per mangiare insieme a loro. Un’usanza che ho trovato così bella e poetica e che segna così tanto la distanza tra chi invece è abituato a vivere in grandi metropoli così alienanti.
Un paesino minuscolo che d’improvviso la mattina è diventato teatro dell’attenzione di migliaia di persone provenienti da tutti i paesi del circondario ad animare e celebrare la messa. Infine la festa la sera dopo, in una fattoria apparentemente deserta e abbandonata dove alla luce del falò, con la colonna sonora di canti tradizionali (Leelo) e fisarmoniche e alcol da pochi soldi, hanno trovato posto emozioni discordanti tra i presenti, chi di allegria chi di profonda e viscerale tristezza.

Mi ha toccato molto visitare questa zona in particolare, così come le piccole fattorie di cipolle lungo la costa dell’enorme e calmo lago Peipsi. Non ci trovavamo dall’altro lato del mondo eppure a tratti mi sono sentita così diversa. Abituata alle mie comodità, gli aperitivi, i baretti, i caffè curati a volte facevo fatica a credere che fosse così difficile trovare posti per mangiare o, appunto, semplicemente bere un caffè o scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Non ci sono luoghi di ritrovo, piazzette o baretti di piazza, evidentemente tutta la vita si svolge all’interno delle mura domestiche, in famiglia o magari tra amici e vicini, anche se le case sono piccole isole autosufficienti e distanti tra loro.
Eravamo insoliti e diversi, abbiamo suscitato curiosità e qualche sorriso, ma nessuno, anche per la difficoltà della lingua, ha avuto voglia o coraggio di avvicinarsi a noi. Avrei voluto poter interagire di più con le persone, guardare le loro case, persino assaggiare i loro cibi ma noi siamo stati timidi e loro forse anche di più.

Penso di aver visto alcuni dei tramonti più belli della mia vita, dove il confine tra terra, cielo ed acqua era quasi inesistente in un matrimonio dolcissimo e affascinante. Un cielo blu blu, nella fortuna di giornate bellissime e sufficientemente calde.
Quei posti nella loro essenzialità, già mi mancano e stavolta ho già preparato le foto da stampare per continuare a guardarli sempre quando avrò voglia.
Spero di poterci tornare, anche per più tempo, di poter conoscere qualcosa di più di questi popoli e apprenderne meglio le usanze e le tradizioni.
Non so se loro si ricorderanno di quei due tipi buffi che si aggiravano con le loro macchinette e con gli occhi assonnati. Io di certo di alcuni volti, soprattutto, di alcuni luoghi, odori e colori, non mi dimenticherò facilmente.

Diario serbo-turco-balcano

Anche se, ridendo e sbuffando, è già quasi trascorso un mese dal bellissimo viaggio estivo, ecco qualche nota di viaggio che chissà, magari a qualcuno potrà tornare utile, anche se dubito vi eviterà facce strane e sorrisi spenti quando comunicherete ad amici e conoscenti di aver preferito niente meno che i Balcani a più blasonate mete transoceaniche o caraibiche.

  • Belgrado: la città inizialmente mi ha lasciata perplessa. Non posso dire che sia bella, a differenza di altre città dell’Est (tipo Tallin, Vilnius o Riga) che nel frattempo si sono trasformati in veri e propri gioielli turistici. Proprio per questo, Belgrado è una città autentica, dove respirare la stessa aria dei conterranei. Difficilmente sarete assaliti da orde di turisti, potrete sedervi in uno delle centinaia di locali carini che la città vi propone e mischiarvi tra i ragazzi serbi con nonchalance. Chi ama le atmosfere parigine inoltre sarà felice di cenare nel dehors di uno dei tanti localetti bohemienne a Skadarlija, musica tzigana al posto delle armoniche. Non stupitevi però se al momento di pagare vi presenteranno un conto scritto in cirillico e rimarrete con il dubbio di non aver consumato proprio tutte quelle voci.
    Girandola un bel po’ poi ti accorgi che ha tantissime facce, oltre a quella ricostruita e imbellettata del centro, ci sono ancora le ferite aperte della guerra, testimoniate dai diversi edifici bombardati ancora lontani dall’esser ricostruiti, oltre che l’influsso comunista soprattutto nell’architettura similsovietica del quartiere Novibeograd. Un alveare squadrato di casermoni, grigi in una giornata grigia, ma fotograficamente davvero interessanti, da perderci le ore.
    La street art è molto diffusa, il mercato come sempre si rivela una figata da fotografare e le persone, seppur sembrano sempre perennemente incazzate, specie se anziane, sono tranquille. Il lungo fiume è un po’ triste rispetto ad altre capitale che si giovano delle carezze del Danubio. Si mangia diciamo bene, soprattutto carne, carne e carne a prezzi decisamente convenienti.
  • Guca: ovvero, il festival più pazzo del mondo. Spesso ci siamo interrogati come sarebbe stato un festival del genere in Italia, con la possibilità di fare quel che cavolo ti pare praticamente H24, tra bere, fumare, ballare ecc ecc ecc. E di gente strana ce n’era, ma il tutto amalgamato in un caos piacevolmente equilibrato e tranquillo, nonostante per circa 3 giorni abbiamo perso l’uso dell’udito. Il caldo ci ha massacrato, tra le temperature alte e il fumo e il calore proveniente dai centinaia di spiedi arrosto sparsi per tutto il paese, è stata dura. Per fortuna che la Sòra Milena ci ha messo a disposizione un bellissimo gazebo di fronte alla nostra casa dei nanetti, ed è stato piacevole fare editing tra caffè turchi, sorsi di rakja e fughe al bagno.
    Di per sé il festival non mi ha dato grandi spunti, un po’ una grande fiera, come sempre più sta diventando il San Lazzaro Cubano, ed è stato davvero difficile isolare qualcosa di più interessante. Mi sono innamorata infatti delle giostre, della luce al tramonto poca prima che si accendessero le luminarie, tra i volti rugosi e bruciati dei veri giostrai zingari, con i denti d’oro, le panze prominenti e le barbe come mangiafuoco.
  • La Macedonia: se qualcuno dovesse farsi beffa di voi perché avete scelto questa meta, così come la Romania del resto, sorridete. Tante persone si perdono la possibilità di visitare posti belli, a portata di mano e soprattutto molto economici per chissà quale pregiudizio. La Macedonia è tutto un susseguirsi di montagne dolci, vaste distese di un verde lussureggiante e accogliente, monasteri nascosti tra le rocce, paesini dalle case basse e dalle persone pronte ad ospitarti per offrirti un caffè e fare due chiacchiere, in tutti i gesti del corpo possibili. Città come Bitola, Ohrid, Skopje mi hanno tolto il fiato ma non per la bellezza, perché certamente non posso paragonarle a capitali come Parigi o Londra, ma per l’atmosfera magica che le avvolge. Sei in Europa ma ti sembra di esser immersa in un’alta realtà, in un coacervo di culture che sembrano integrarsi a perfezione e dove tu, pur sentendoti un po’ fuori luogo, vieni piacevolmente immerso. I profili delle Moschee che si trovano un po’ ovunque, le più moderne delle quali hanno l’aspetto di navicelle spaziali, con le cupole dalle tinte sgargianti d’alluminio, il muezzin che risuona quando tu ovviamente non te l’aspetti, i bazar, l’odore di thè misto a quello lacustre, di un lago però che sembra mare per quanto è grande, che ti porta fino in Albania, che ha un’acqua trasparente e bellissima e calda e che mi verrebbe da consigliare a tutti gli amici patiti del mare. Skopje è una cittadina assurda, con un centro nuovo che muore dalla voglia di imporsi nel mondo, con i monumenti enormi che sembrano casinò di Las Vegas, le statue equestri imponenti che cozzano con i viottoli della città vecchia, un open bazar con vecchietti che giocano a scacchi, donne velate, vecchie botteghe e barbieri aperti fino a tarda notte.
    Che dire poi del Canyon Mathka, di quell’albergo incastrato nel dirupo, la terrazza del ristorante a lume di candela.
    A Dhiovo abbiamo dormito in una residenza d’epoca bellissima, anche qui gli ospiti ci hanno accolto come persone di famiglia, in un giardinetto fatto di travi di vite, fiori freschi e mobili di legno, offrendoci biscotti caffè, racconti e le coccole di Bruno, un cucciolone di labrador nero che difficilmente dimenticherò.
    Anche Jose, il pazzo logorroico di Ohrid sarà difficile dimenticare, soprattutto per le improbabili decorazioni ad elefante fatte con gli asciugamani più duri che abbia mai sentito dopo i miei e i 40 gradi della mansarda, a picco sotto solo il sole. Ma per fortuna che il suo pozzo privato ci refrigerava con acqua fresca H24, buonissima!
  • Istanbul: che dire. Sicuramente 12 giorni in giro su e giù e con botte di 4/6 ore di macchina tra una destinazione e l’altra un po’ hanno influito sulla stanchezza. E poi passare dai villaggetti ai 16 milioni di abitanti è stato un trauma non indifferente. Il caldo anche qui ci ha messo a dura prova e il tempo purtroppo era poco per concedersi pause. È bella, io poi tra quei negozi di spezie, argenti e monili ci passerei le ore ma il troppo mi ha destabilizzata, il non saper dove guardare, persino come inquadrare tanta mastodonzia. E il grandangolo non è proprio il massimo per foto così. Sì, per la prima volta sono tornata davvero con foto di merda, ma di merda eh. E con poche foto nostre, perché eravamo talmente distrutti dal caldo da essere improponibili! Vorrei tornarci, in un altro periodo e sicuramente per più tempo, perché credo che soprattutto la parte asiatica, che abbiamo toccato solo per pochi minuti, sia molto più affascinante e valga la pensa prendersi i tempi giusti. La moschea blu mi ha davvero lasciato a bocca aperta e credo sia una delle costruzioni più belle che abbia mai visto, ma anche in questo caso la confusione non ha affatto giovato. Per cui, non sono stata rapita dall’atmosfera turca, spero di rimediare.

Un viaggio ricco di tante cose, di tanti posti, con una compagnia fantastica e ben assortita che ha reso tutto più bello, più vivo. Come sempre del pacco di foto fatte non ci farò nulla, ma più le riguardo e più sono contenta, più ricordo e mi emozioni. Come sempre, è stato bello provarci.

Meno uno

Finalmente ci siamo. Finalmente vacanze. Non voglio pensare a quanto tempo ho aspettato questo giorno, di contro a quanto velocemente trascorreranno queste settimane. Al fatto che quando tornerò a Roma sarò più vecchia di un anno, al lavoro che mi aspetta a settembre, che in parte già conosco, alle gestioni separate che non saprò come chiamare diversamente, ai naming, all’assicurazione che mi scade, a tutta la comunicazione dei corsi da riempire, alle sedie nuove, al parquet, al racconto che devo scrivere. Alle foto che forse non verranno come vorrò ma sarà bellissimo crederci, ai rulli che non vedrò l’ora di sviluppare, ancora con quell’attesa, dei bambini sotto natale.
Voglio pensare ai tanti posti nuovi che vedrò, alle risate con amici vecchi e nuovi, alle birre, alle cose nuove che assaggerò e ai chili di brioschi, ai piedi e alle gambe che mi faranno male, agli occhi che si stupiranno ancora, ai capelli coperti nelle moschee, ai tramonti sul bosforo, ai modi fantasiosi che inventeremo per parlare nei villaggi macedoni. Alle tante sigarette che fumerò, forse troppe o forse meno. Alla tanta musica che mi accompagnerà, agli ottoni, a Goran Bregovic e a Carofiglio che porto in valigia. Un pezzo del mio paese, che per qualche giorno vorrò dimenticare, magari per tornare a sentirne la mancanza.
Buone vacanze.