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(niente) pane al pane, (niente) vino al vino


Esattamente così. In un periodo già di per sé difficile e non proprio bello, in un lungo pomeriggio di pioggia, un simpatico dottore ha deciso di infierire ulteriormente. Per il mio bene, sia chiaro.

Da qui al 27 novembre mi aspettano due mesi durissimi in cui fondamentalmente dovrò cibarmi con quanto di più sciapo e insulso la mia già poca varia dieta, offre.

Per il mio bene. A quanto pare ho una sorta di reazione all’istamina, per cui tutti i miei problemi gastrici e di testa potrebbero essere diretta conseguenza di anni in cui sostanzialmente, sto avvelando il mio corpo e me stessa. Perché, mi pare ovvio, tuttini cibi di cui sinora mi sono nutrita in modo eccessivo, rilasciano istamina.

Lo immaginavo di essere arrivata al cosiddetto punto di non ritorno, e forse mi serviva questa lavata di testa piovutami addosso da un uomo simpatico, professionale, rassicurante a cui mi sento di voler dare fiducia.

Sarà molto dura ma spero di e devo farcela.

Stasera mi sparo l’ultima pizza e birra distruttiva. Da domani potrò consolarmi con l’aglietto. Ah, e con i cinque tibetani.

Quello che alle donne (non) dicono

Il mio parrucchiere mi fa sempre un sacco di complimenti, mettendomi sistematicamente in imbarazzo. Un po’perché non sai mai quanto siano sinceri o siano semplicemente un modo, non troppo velato, di indorare la pillola perché da lì a breve mi sfilerà un sacco di soldi, e poi perché ai complimenti non sono più tanto abituata. Un tempo sì, ero molto più corteggiata, con sguardi, parole, opere e omissioni. Oggi, sempre più vicina ai 40, mi sembra di esser diventata trasparente. Nella bellezza aimè, non nella presenza.

Tant’è che oggi, appena arrivata, si è replicato il solito spot, ma con variante:

– P: “Anais, quanto ti trovo bene, sempre più bella, ti ha fatto bene l’estate”.

– A: “Grazie, a dire il vero però sono un po’ ingrassata…”.

– P: (sguardo sornione-ammiccante): “Beh, ma come si suol dire… nei punti giusti!”.

Beh, caro “Little Frank”, stavolta col cavolo che becchi la mancia.

To do list

L’ho preso bene stavolta il rientro, davvero bene. Tanto che mi sono venute solo tre herpes. Potevano essere quattro o sei, come il mio record storico. Ma la settimana non è ancora finita.
Pertanto ho deciso di darmi una mano e su consiglio di una solerte farmacista, mi sono affidata ai fiori australiani, modello “Energia”.

Ad ogni modo voglio volermi bene, per cui evito di farmi buoni propositi e programmi stalinisti tipo mettersi a dieta, smettere di fumare, riprendere la palestra, iscriversi ad un corso di inglese, riprendere a fotografare seriamente, andare dall’estetista, diventare presidente del consiglio. Mi limiterò, invece, a stilare delle liste quotidiane. Il mio grande cruccio del 2015 infatti è stato non dotarmi di una grande e capiente agenda dove, ordinatamente e quotidianamente, elencare tutte le attività, lavorative e non, da svolgere. Affidando per cui tutto alla mia mente e alla memoria e, dunque, al caos.
Piccole e grandi mansioni, rigorosamente sotto punti elenco. Come quando ero all’università. Non potete capire la gioia liberatoria nel barrare, di volta in volta, le attività svolte.

Capace che faccio la pazzia e mi compro, ora, un’agendona del 2015. Ad ogni modo, ricomincio così. Tutto sotto controllo Houston.
E che il guru Satomi dei Fiori di Bach d’oltre oceano sia con me.

Di rientro in rientro

Quest’anno sono tornata con il raptus delle pulizie coatte. Non è la prima volta che mi capita al rientro da un viaggio di sentire il bisogno di fare ordine e buttare, buttare via tutto quello che posso e riesco. Tanto mi manca la mia casa quando sono fuori, tanto mi sembra inadeguata al ritorno. Non so bene perché. A volte, quando vado in posti molto fichi, mi sembra che tutto diventi così banale. Oppure, se vado in posti essenziali, come questa volta, mi sembra tutto così superfluo, eccessivo, inutile. Ogni volta comunque mi prende un bisogno ossessivo di ordine. Le lavatrici partono prima ancora che le valigie siano completamante svuotate, perché tanto lo saranno a breve, nel giro di poche ore. E mi scoccio se i panni non si asciugano in fretta per far posto agli altri, per ripiegatr tutto nei cassetti. Poi risistemo gli armadi e butto cose, se non le ho lasciate già in qualche hotel con paia di mutande vecchie. Perché ai vestiti che pensavo migliori mi sembrano all’improvviso insulsi o da alcuni è giunto il momento di separarci perché certe emozioni sono passate, andate, sono dentro di me e non ho più bisogno di indossarle. Devo poi far posto ai souvenir, alle calamite e sistemare la dispensa, che è sempre semi vuota, così come il frigo, anche se passeranno giorni prima che mi torni la voglia di cucinare. Per non parlare della voglia di riprendere le solite abitudini. Il lavoro, le incombenze, il locale. Ogni anno è sempre più dura per noi malinconici. Abbiamo i nostri tempi, lasciateci un po’ in pace. Poi, torneremo anche noi. 

La grande depressione

Ci si può sentire depressi da e per via della città in cui si vive? Presumo di sì. E se un tempo pensavo potesse capitare solo a chi abita in zone molto disagiate o dove che so, fanno 5 ore di luce al giorno, fissi sotto le zero senza poter uscire o svagarsi, ora credo invece che stia capitando a me che, in teoria, abito in una grande capitale, una città che dovrebbe essere tra le più belle al mondo.

So che ultimamente è un tema trito e ritrito di cui si parla in tutte le salse, a volte fin troppo piccanti, ma oramai non si può più fingere di esser arrivati, davvero, all’esasperazione. 

Anni fa mi feci una litigata con la compagna argentina, trapiantata a barcellona, di un amico. Si lamentava di quanto Roma fosse sporca, sciatta, disorganizzata e io me la presi quasi sul personale, attaccandola. E non era niente al confronto di oggi. Bene o male “normali” disagi di una città, italiana, enorme e sovraffollata. In questo weekend sono stata a Milano e ho rivisto una ragazza napoletana che per anni ha vissuto a Roma e l’ha amata e l’ho sentita parlare bene della sua nuova città e di come la qualità della sua vita fosse migliorata. Di come sia tutto più organizzato, pulito, a portata di mano, quasi da sentirsi in vacanza, di come fossero tutti più gentili e cortesi. Sì perché anche noi romani siamo peggiorati e siamo diventati sciatti, sporchi, maleducati, complici e al contempo vittime di questo declino. E l’ho invidiata. E Milano mai come in questi giorni mi è sembrata così bella e noi, davvero, i cugini poveri e malaticci. 

Perché la città è sporca e putrida e l’Ama ci mette del suo, e i secchioni sono sempre pieni e di spazzini io non ne vedo da un’eternità, però chi butta materassi, mobili, elettrodomestici per strada? Chi lascia le piazze tappezzate di carte e bottiglie di birra vuote? Chi scrive sui muri appena ridipinti o li tappezza con poster abusivi? È perché non ci sono secchioni a sufficienza né servizi adeguati. Sì, a trovar alibi siamo da sempre maestri, così come nell’arte del lamento. 

Ma Roma fa schifo davvero, aimè, e non riesco più ad amarla e a ritrovarne la bellezza. Ad arrabbiarmi con chi ci chiama ladroni, con chi ci deride. Un tempo almeno, con i giornali locali, i panni sporchi si lavavano in casa. Adesso, con il web, la nostra disperazione è sotto gli occhi di tutti. Tutti ci compatiscono o ci deridono. Oggi persino il New York Times ci ha dedicato niente meno che la prima pagina. 

Ed io mi deprimo, come un’amante delusa, lasciata, abbindolata. Come nelle migliori coppie ci si ama e si soffre entrambi, ma c’è sempre qualcuno che la fa grossa e chi ne paga le conseguenze. Tu stai male Roma, lo so, ma a soffrire di più sono io, siamo noi, i tuoi cittadini che ti hanno amata e rispettata da sempre.

Mi fa male non poterti difendere da chi dice che siamo al livello di terzo mondo. È così. Ed io ho anche la fortuna di non dover affrontare più quella tortura quotidiana dei mezzi pubblici, che pure ho frequentato anche col sorriso e accettando disagi nella norma, ma quello che accade ai miei concittadini metropolitani è da incubo. E vedere che tutti ci guardano nella nostra disperazione, nel nostro parlare rozzo e più che mai sguaiato, mi mette così a disagio. 

Mi deprimi. Non ho più voglia di vederti, di frequentarti, in questa poi che dovrebbe essere tra le stagioni più belle per stare all’aperto, tra i parchi, i bistrot, i concerti. E invece puzzi e mi fai senso. Mangiare una pizza con le amiche e poi doversi tappare il naso per non sentire l’odore di piscio salire dalla strada, la monnezza ovunque e le foglie marce che tappezzano le strade. Le scritte sui muri di vie e quartieri sempre più squallidi. Casermoni di cemento cresciuti senza controllo, senza senno, macchine, chiasso. Mi manca l’aria e non ce la faccio e così ti evito. Non ho voglia di uscire, di vederti. Oramai è un continuo girare tra un locale e l’altro per non doverti incontrate mentre un tempo mi mancavi. Non mi attira più niente di quello che mi proponi. E mai come oggi vorrei abbandonarti perché non ce la faccio più.

Sono depressa, di una depressione da cui non so come guarire. Diamoci un’altra possibilità, come da copione, mi verrebbe da dirci. Anche se non so più davvero a cosa appigliarmi per guarire e farti guarire. 

Un cervello geniale

Insomma c’è stato un periodo della mia vita, che ora mi sembra lontanissimo, in cui potevo tutto sommato considerarmi una persona acculturata.
Leggevo e studiavo tantissimo, libri, manuali, giornali. Vedevo tanti film, tutti impegnati, molti francesi. Li recensivo, persino. E li adoravo.
Poi è iniziato un lento declino. Sicuramente dopo la fine dell’università. Quando stavo col deficiente. Che sì mi portava spesso al cinema ma di francese rimanevano sole le crépes che ogni tanto poi ci mangiavamo ad arco di travertino.
Se penso invece a quei lunghi anni di scuola, che ora mi sembrano così pochi rispetto al resto della vita che mi attende, in cui dovevo solo studiare, leggere e quello era il mio dovere, mi assalgono enormi dubbi di non averne approfittato a sufficienza. E mi tornano in mente le parole sibilline della mia professoressa di chimica:
“studiate adesso, fatelo. Anche se so che adesso non ve ne importa nulla, anche se non vi piace. Fatelo. Avete un grande privilegio che non tornerà più indietro.”
Verissimo. E io per un periodo la chimica volevo farla davvero.
Studiare per me oggi è un privilegio. Che ogni tanto a dire il vero posso concedermi a lavoro, perché devo rimanere sempre aggiornata e migliorarmi. Ma non è più come prima. La mente è più pigra, fa mille giri, si distrae e di quello che leggi ti rimane molto poco.
Purtroppo anche di tante cose imparate nel passato mi è rimasta poca memoria. Ad Atene facevo persino fatica a distinguere le lettere, e sì che andavo bene in greco eh, ma ricordarsi verbi, declinazioni… giammai.
Penso sia normale, che per quanto scientificamente il nostro cervello sia sottosfruttato, l’impressione è sempre quella che sia sovraccarico e andando avanti decida lui dove immagazzinare le informazioni, quali stipare in posti troppo scomodi da raggiungere e quali addirittura buttare. Ovviamente lo fa adattandosi a te. A ciò che ti serve.

Molta colpa infatti è mia. Dovrei e potrei fare di più. Quando lavoravo all’università, e facevo un lavoro di merda, sentivo più l’esigenza di elevarmi in qualche modo. Anche il gran tempo sui mezzi pubblici mi aiutava a poter leggere di più.
Adesso invece che ho bisogno di maggiore concentrazione, nei momenti liberi cerco più svago, più leggerezza, semplicità. E troppo spesso le immagini sostituiscono le parole che, invece, restano e resteranno per sempre il mio primo amore.
Mi sento un po’ abbrutita. Lo ammetto.
Mi mancano alcuni discorsi. L’altra settimana con gli amici del circolo di scrittori falliti, si parlava come capita spesso di libri e cinema. Ed io detesto non sapere più quale sia l’ultimo film che ha vinto Cannes o il Sundance. Di non aver visto Youth o l’ultimo dei Dardenne di cui ho scritto parole su parole, perché alla fine sono andata a vedere quella cazzata di Fury sprecando una delle rare sere in cui oramai mi concedo il cinema.
Lo so che dovrei innanzitutto disintossicarmi di serie TV. Lo so. Eppure esimi colleghi riescono a conciliare tutto anche con la serialità.
Comunque, se non altro, ora sono due giorni che non mi stacco dalla Ferrante.
Ho divorato in due giorni l’amica geniale, ve lo consiglio davvero. Una storia bellissima e intensa, quella di Lila ed Elena, che non vedo l’ora di scoprire sempre più anche se so che mi dispiacerà tantissimo quando finirò la quadrilogia. Scritto benissimo, una Napoli che solo chi conosce può descrivere così e chi non la ama non può che invece esserne sedotta. Uno di quei libri che ti fa male per quanto senti vero. Che ti lascia con un misto di bene e malessere, perché ti sembra a te di vivere certe esperienze, salvo poi sentirti così fortunata di aver fatto la scelta giusta. Di leggere, bene, anziché cazzeggiare.

DietAnais

E dopo una cena pantagruelica per il compleanno di papà, che ha anche coinciso con la vittoria del derby e la conquista del secondo posto della Roma, in cui hai mangiato come non ci fosse un domani perché come al solito tua mamma ha cucinato per venti, il giorno dopo che fai? Digiuni? Ti moderi? Ma no, questo lo fanno le persone normalmente oculate. Oramai hai lo stomaco aperto e puoi solo che riempirlo di nuovo tra avanzi e una spesa oggi un po’ fuori dal comune.

In fondo manca solo un mese all’estate e hai dovuto provare una ventina di abiti prima di trovarne uno che sti stesse un minimo decente per il prossimo matrimonio. 

Che sconforto pensare di aver fatto sport tutto l’anno e quando credevi di averla sfangata, ritrovarsi il solito fisico moscio di sempre, messo alla berlina dagli impietosi specchi e luci dei camerini. Sob. 

Voglia di esistere

È sempre una questione di resistenza, mai di esistenza. Devi sempre resistere e mai esistere, così come sei, per quella che sei. E continuiamo a dar ragione a chi ti vuole altro, a resistere, dimenticandoci di vivere. 

Some girls are bigger than others

Send me the pillow
The one that you dream on
Send me the pillow
The one that you dream on
And I’ll send you mine…

Ecco, poche cose mi rimettono al mondo e mi aiutano a superare fasi di sconforto come la voce di Morrissey e quelle canzoni favolose e magiche. Che vita sarebbe senza gli Smiths e la malinconia.

Ecco sì, io sono una di quelle donne più grandi di altre, di altri…
Fuck!

Ps: riportatemi a Londra!

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Back to reality

Sveglia dalle 5, viaggio, aeroporto, chek-in, controlli infiniti, metti il dito, guarda la guardia, togli i monili, duty free, caffè e ultimi spicci. Catering tra le nuvole, cibi inscatolati d’alluminio, modalità aereo, in fila per salire, scendere, il pullmino, i nastri, altri controlli. E poi si torna, le vacanze che aspetti tanto volano sempre, incredibile, anche se di quel freddo umido non ne potevi più, inizia a salirti l’ansia del ritorno vero. Delle mille cose che dovevi e potevi fare e non hai fatto. Una casa incasinata e rosso natale stinto, e tra poco dovrai perder altro tempo a risistemare e stipare addobbi in cantina. Due valigie già sfatte, lavate e stese, fatta spesona da dispensa vuota, incollate due buste piene, ma stavolta il parcheggio sotto casa ti fa sentire fortunata. Fatto un bel bagno caldo, asciugato chili di capelli, creme profumate. Continui a girare per casa e trovare disordine, cose che saltano chissà dove a cui non trovi posto. Voglia di mercatino e di sbarazzarsi di tutto. Altri bustoni. Vedi le foto delle case degli altri e hanno tutte il parquet che tu non hai e se non lo metti subito non lo metterai mai più. Sembrano tutte case da film. Quanto sono belle le case. Sono le vite degli altri. E domani si lavora, sveglia alle 8, locale per successive 10 ore… sonno. Magari stavolta però non passeranno mesi prima di vedere le foto. Adrenalina stanca da rientro. Sogno o son desta?