In the ghetto

Il bello di avere un cane, tra le tante cose, è che non ci si sente mai completamente soli. E così vagare per Roma da sola, a fare la turista, una bellissima e calda domenica mattina di settembre, è meno triste.

Piuttosto che la solita passeggiata di quartiere, stamattina io e Holga ci siamo imbarcate direzione Ghetto. Un caffè in centro in uno degli scorci che più amo di questa città. Anche se lo conosco a memoria, anche se ci sono andata milioni di volte, riesce sempre a sorprendermi.

È vero che è un piccolo mondo a parte, dove la comunità ebraica a volte mi sembra quasi meno integrata di altre. Ed è quasi automatico sentirsi un po’ straniera, quasi fuori posto, a casa tua. Ma ogni tanto è anche bello così.  Specie quando avresti voglia di sparire per un po’ e andartene lontana, ma non puoi.

 

Omeomania

Sono solo al secondo giorno di dieta e tutto va… bene.

Se non fosse che al primo accenno di autunno mi sento già pizzicare la gola. Sono tre settimane quasi che manco dalla piscina, e questo freddo improvviso non mi alletta. 

Ad ogni modo, la dieta è solo una delle scocciature dell’intera faccenda. Con i 5 tibetani, nonostante la mia proverbiale pigrizia mattutina, inizio a farci i conti. Ma l’idea di impiegare circa un quarto d’ora a preparare un intingolo omeopatico di 350 gocce, proprio non mi va giù. In tutti i sensi visto che dovendolo bere nel corso della giornata, tende a piazzarmisi un po’ sullo stomaco.

Non ho mai creduto molto all’omeopatia, solo recentemente mi sono avvicinata ai fiori australiani, in effetti con qualche beneficio. Non sapevo neanche che su ogni boccetta campeggiasse una bella scritta ad indicare che non è affatto dimostrato che servano a qualcosa… alè! Di certo una funzione ce l’hanno: svuotare il portafoglio. 6 boccette almeno a 100 euro, e con questi dosaggi il tutto durerà sì e no due settimane. Più o meno come la mia piazienza. 

Vedremo, com’è difficile stare bene.  

 

(niente) pane al pane, (niente) vino al vino


Esattamente così. In un periodo già di per sé difficile e non proprio bello, in un lungo pomeriggio di pioggia, un simpatico dottore ha deciso di infierire ulteriormente. Per il mio bene, sia chiaro.

Da qui al 27 novembre mi aspettano due mesi durissimi in cui fondamentalmente dovrò cibarmi con quanto di più sciapo e insulso la mia già poca varia dieta, offre.

Per il mio bene. A quanto pare ho una sorta di reazione all’istamina, per cui tutti i miei problemi gastrici e di testa potrebbero essere diretta conseguenza di anni in cui sostanzialmente, sto avvelando il mio corpo e me stessa. Perché, mi pare ovvio, tuttini cibi di cui sinora mi sono nutrita in modo eccessivo, rilasciano istamina.

Lo immaginavo di essere arrivata al cosiddetto punto di non ritorno, e forse mi serviva questa lavata di testa piovutami addosso da un uomo simpatico, professionale, rassicurante a cui mi sento di voler dare fiducia.

Sarà molto dura ma spero di e devo farcela.

Stasera mi sparo l’ultima pizza e birra distruttiva. Da domani potrò consolarmi con l’aglietto. Ah, e con i cinque tibetani.

Quello che alle donne (non) dicono

Il mio parrucchiere mi fa sempre un sacco di complimenti, mettendomi sistematicamente in imbarazzo. Un po’perché non sai mai quanto siano sinceri o siano semplicemente un modo, non troppo velato, di indorare la pillola perché da lì a breve mi sfilerà un sacco di soldi, e poi perché ai complimenti non sono più tanto abituata. Un tempo sì, ero molto più corteggiata, con sguardi, parole, opere e omissioni. Oggi, sempre più vicina ai 40, mi sembra di esser diventata trasparente. Nella bellezza aimè, non nella presenza.

Tant’è che oggi, appena arrivata, si è replicato il solito spot, ma con variante:

– P: “Anais, quanto ti trovo bene, sempre più bella, ti ha fatto bene l’estate”.

– A: “Grazie, a dire il vero però sono un po’ ingrassata…”.

– P: (sguardo sornione-ammiccante): “Beh, ma come si suol dire… nei punti giusti!”.

Beh, caro “Little Frank”, stavolta col cavolo che becchi la mancia.

To do list

L’ho preso bene stavolta il rientro, davvero bene. Tanto che mi sono venute solo tre herpes. Potevano essere quattro o sei, come il mio record storico. Ma la settimana non è ancora finita.
Pertanto ho deciso di darmi una mano e su consiglio di una solerte farmacista, mi sono affidata ai fiori australiani, modello “Energia”.

Ad ogni modo voglio volermi bene, per cui evito di farmi buoni propositi e programmi stalinisti tipo mettersi a dieta, smettere di fumare, riprendere la palestra, iscriversi ad un corso di inglese, riprendere a fotografare seriamente, andare dall’estetista, diventare presidente del consiglio. Mi limiterò, invece, a stilare delle liste quotidiane. Il mio grande cruccio del 2015 infatti è stato non dotarmi di una grande e capiente agenda dove, ordinatamente e quotidianamente, elencare tutte le attività, lavorative e non, da svolgere. Affidando per cui tutto alla mia mente e alla memoria e, dunque, al caos.
Piccole e grandi mansioni, rigorosamente sotto punti elenco. Come quando ero all’università. Non potete capire la gioia liberatoria nel barrare, di volta in volta, le attività svolte.

Capace che faccio la pazzia e mi compro, ora, un’agendona del 2015. Ad ogni modo, ricomincio così. Tutto sotto controllo Houston.
E che il guru Satomi dei Fiori di Bach d’oltre oceano sia con me.

Diario lettone estone

Undici giorni intensi on the road, quasi 2000 km percorsi tra Estonia, Lettonia e confini russi, tra foreste verdeggianti, sfilate di alberi d’alto fusto, lunghi litorali lungo lago, lungo mare e tra villaggi minuscoli e sperduti, alla febbrile ricerca di caffé.
Dopo 3 anni torno nelle mie amate repubbliche baltiche. Breve sosta a Riga, una delle mie città preferite di sempre che ogni volta diventa più bella, viva, giovane. Seppur turistica, i suoi vicoli acciottolati, le case di legno, i tetti spioventi, i palazzi retro dalle guglie acuminate continuano ad affascinarmi e farmi sentire al posto giusto. Dalla sua vivacità ci siamo spostati lungo il sud ovest della sorella Estonia, dai prati sempreverdi e ordinati, le strade dritte e pianeggianti costeggiate da alberi altissimi e snelli. Siamo sbarcati sulle isole Muhu, Sareema e Kinhu. Io adoro le isole, mi affascina la vita lontana dalla terra ferma, dove tutto è ordinato dai ritmi e dai capricci del mare. Che dà cibo, clima, vita e tramonti perdifiato. A Kinhu avremmo voluto incontrare le famose donne dalle gonne colorate a righe, ma a parte la nostra organizzatissima padrona di casa e qualche ragazza in bici, non c’è stato verso e ci siamo accontentati di riposare gli occhi con splendidi paesaggi, ma non le gambe (e tanto meno le chiappe) che dopo anni sono tornate a cavalcare una bici. Già sulle isole più piccole abbiamo iniziato a fare i conti con le usanze di questi posti che, seppur per certi versi turistici, non sono o non vogliono essere troppo predisposti al lato ricettivo. Spesso infatti era un’impresa trovare un caffé, un posto dove mangiare. Se avevo un accenno di colesterolo prima di partire, probabilmente se ora facessi le analisi mi ricoverebbero d’urgenza per la quantità di formaggio salva fame ingurgitato e comprato nei pochi Pood – negozietti alimentari.

Davvero un viaggio into the wild, soprattutto nella regione dei Seto, un’area che scavalla i confini tra il sud est più agricolo dell’Estonia e la vicina spaventosa madre Russia. Un via vai arzigogolato di strade e vicoli che d’improvviso si chiudono per non farti cadere nella tentazione di andare di là. Che proprio non si può. Ma noi la Russia ce l’avevamo proprio davanti casa, aprendo la finestra dellanostra baita sperduta in un paesino composto dalla nostra e altre 3 case al massimo, con allegre pecorelle a farci da vicine. Tre giorni per seguire i festeggiamenti della festa della trasfigurazione (o Passajev). Una suggestiva procesione fino al lago di Obinitsa e una mattinata dedicata a festeggiare i defunti, organizzando un banchetto nel vicino cimitero per mangiare insieme a loro. Un’usanza che ho trovato così bella e poetica e che segna così tanto la distanza tra chi invece è abituato a vivere in grandi metropoli così alienanti.
Un paesino minuscolo che d’improvviso la mattina è diventato teatro dell’attenzione di migliaia di persone provenienti da tutti i paesi del circondario ad animare e celebrare la messa. Infine la festa la sera dopo, in una fattoria apparentemente deserta e abbandonata dove alla luce del falò, con la colonna sonora di canti tradizionali (Leelo) e fisarmoniche e alcol da pochi soldi, hanno trovato posto emozioni discordanti tra i presenti, chi di allegria chi di profonda e viscerale tristezza.

Mi ha toccato molto visitare questa zona in particolare, così come le piccole fattorie di cipolle lungo la costa dell’enorme e calmo lago Peipsi. Non ci trovavamo dall’altro lato del mondo eppure a tratti mi sono sentita così diversa. Abituata alle mie comodità, gli aperitivi, i baretti, i caffè curati a volte facevo fatica a credere che fosse così difficile trovare posti per mangiare o, appunto, semplicemente bere un caffè o scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Non ci sono luoghi di ritrovo, piazzette o baretti di piazza, evidentemente tutta la vita si svolge all’interno delle mura domestiche, in famiglia o magari tra amici e vicini, anche se le case sono piccole isole autosufficienti e distanti tra loro.
Eravamo insoliti e diversi, abbiamo suscitato curiosità e qualche sorriso, ma nessuno, anche per la difficoltà della lingua, ha avuto voglia o coraggio di avvicinarsi a noi. Avrei voluto poter interagire di più con le persone, guardare le loro case, persino assaggiare i loro cibi ma noi siamo stati timidi e loro forse anche di più.

Penso di aver visto alcuni dei tramonti più belli della mia vita, dove il confine tra terra, cielo ed acqua era quasi inesistente in un matrimonio dolcissimo e affascinante. Un cielo blu blu, nella fortuna di giornate bellissime e sufficientemente calde.
Quei posti nella loro essenzialità, già mi mancano e stavolta ho già preparato le foto da stampare per continuare a guardarli sempre quando avrò voglia.
Spero di poterci tornare, anche per più tempo, di poter conoscere qualcosa di più di questi popoli e apprenderne meglio le usanze e le tradizioni.
Non so se loro si ricorderanno di quei due tipi buffi che si aggiravano con le loro macchinette e con gli occhi assonnati. Io di certo di alcuni volti, soprattutto, di alcuni luoghi, odori e colori, non mi dimenticherò facilmente.

Di rientro in rientro

Quest’anno sono tornata con il raptus delle pulizie coatte. Non è la prima volta che mi capita al rientro da un viaggio di sentire il bisogno di fare ordine e buttare, buttare via tutto quello che posso e riesco. Tanto mi manca la mia casa quando sono fuori, tanto mi sembra inadeguata al ritorno. Non so bene perché. A volte, quando vado in posti molto fichi, mi sembra che tutto diventi così banale. Oppure, se vado in posti essenziali, come questa volta, mi sembra tutto così superfluo, eccessivo, inutile. Ogni volta comunque mi prende un bisogno ossessivo di ordine. Le lavatrici partono prima ancora che le valigie siano completamante svuotate, perché tanto lo saranno a breve, nel giro di poche ore. E mi scoccio se i panni non si asciugano in fretta per far posto agli altri, per ripiegatr tutto nei cassetti. Poi risistemo gli armadi e butto cose, se non le ho lasciate già in qualche hotel con paia di mutande vecchie. Perché ai vestiti che pensavo migliori mi sembrano all’improvviso insulsi o da alcuni è giunto il momento di separarci perché certe emozioni sono passate, andate, sono dentro di me e non ho più bisogno di indossarle. Devo poi far posto ai souvenir, alle calamite e sistemare la dispensa, che è sempre semi vuota, così come il frigo, anche se passeranno giorni prima che mi torni la voglia di cucinare. Per non parlare della voglia di riprendere le solite abitudini. Il lavoro, le incombenze, il locale. Ogni anno è sempre più dura per noi malinconici. Abbiamo i nostri tempi, lasciateci un po’ in pace. Poi, torneremo anche noi. 

Insonnia da sudore

Una notte insonne ogni tanto ci può stare? Anche no! Dio mio che cosa brutta deve essere soffrir d’insonnia. Io ne ho di robe eh, ma per fortuna io e il sonno siamo sempre andati molto d’accordo… ma stanotte è da morire! Ci saranno 35 gradi in questa stanza, un letto minuscolo e scomodo, le lenzuola bagnata e raggrinzite xké troppo grandi per un materasso da lillipuziano, ben due ventilatori del 15-18 che sembrano trattori e smuovono solo polvere, mia sorella che a 43 anni ha imparato a russare, ed io voglio morì… sono a letto dall’una e guardo l’orologio aspettando che si faccia almeno un orario decente per alzarmi perché non mi addormenterò più… nonostante la stanchezza, la musica, niente… E il brutto poi che se ti capita che non sei neanche a casa tua mica puoi alzarti e fare come ti pare… Mi andrei a vedere la tv, mi fumerei settecento sigarette e invece sto qui a fare la sindone, ripercorrendo mentalmente un anno di lavoro e lavori, facendomi già prendere il panico di quelli che arriveranno a settembre, che poi per me è tra due settimane…

Porco zio, quanto odio l’estate, quanto odio il caldo, voglio partire, non ce la faccio più!!

Odor di ricordi

Ci sono posti per cui non serve assaggiare un pezzo di biscotto per imbarcarsi all’improvviso in un viaggio tra i ricordi. 

I paesi d’origine sono una seconda casa, in tutti i sensi e ti conoscono, forse più della tua stessa città. 

Oggi a pelo d’acqua guardavo il profilo del litorale, che conosco a memoria nonostante negli anni i luoghi e i posti cambino e cerchino di camuffare il passare del tempo. Loro sì, possono e spesso ci riescono. Guardavo il balcone di una casa che un anno affittarono amici dei miei, da cui guardammo i fuochi di ferragosto. E parcheggio sempre sotto un’altra casa, quella dei palazzi brutti e passo a via pirgi 33, dove niente meno ho visto la puntata 1 di Beautiful e festeggiato un sacco di compleanni, all’ombra del pergolato con parenti e amici ora persi in chissà quali vite. 

Non è il ciabattio svogliato, l’odore del mare misto ai solari, la salsedine o il gongolare dei piccioni che più mi sollazza i ricordi, ma sono gli odori della campagna. Perché noi siamo una famiglia che viene dalla campagna, torrida e assolata. Quella dei finocchi, dei meloni, delle angurie giganti che zio Giovanni ci lasciava sotto al magazzino. E quella dei pomodori. Quell’odore acre di terra, sudore, marciume, che sento dai carri pieni che passano per l’aurelia. Lo riconoscerei tra mille. Lo stesso odore di quel magazzino, che mi faceva così paura, buio, angusto e polveroso, dove zie e mamma si chiudevano per fare le conserve che poi distribuivano per il paese. Ora quel magazzino è chiuso, vuoto, come la casa di mia zia, che ci ha lasciato quest’anno dopo novantanni. La zia che per me è stata nonna, quella da cui mamma mi mandava in vacanza a luglio, a schiarirmi i capelli e bruciarmi di sole. La zia che mi preparava i toast al formaggio, delle caramelle agli agrumi che rubavo di notte, delle prime sigarette fumate di nascosto alla finestra. La zia della campagna. Con Yuri e Diana, i primi cani che ho amato e a cui penso sempre quando guardo Holghina. 

Non serve avere un mucchio di foto per ricordare, finché la mente funziona e la malinconia pungola quel giusto, per spronarti a fare bilanci, a soppesare vittorie e sconfitte, ad apprezzarti per quella che sei, grazie anche a questi vicoli, alle colline, alle panchine dove hai pianto, sorriso, baciato e amato.

  

Family days

Mi piace troppo venire a Tarquinia pre o dopo le vacanze “vere”. Questo paesino, che mi ha vista crescere e che ogni anno cambia un pochino ma non troppo, proprio come me, è la giusta pausa dopo ogni anno intenso di lavoro. Quest’anno ho deciso di concedermi una settimana intera e non penso di pentirmene. Sono con la mia famiglia, che mi dedica mille attenzioni e cure, ma al contempo sola. È vero qui non ho più amici né comitive, perché il mio carattere solitario mi ha fatto un po’ terra bruciata dopo anni onorati di scorribande adolescenziali, eppure sto bene proprio per questo. Sono seduta col mio aperitivo solitario, il mio quaderno e Holga. Tira una leggera brezzolina e sono abbronzata il giusto. Passeggio x questi vicoli immacolati e tutto il caos romano sembra per un attimo un lontano ricordo. Qui ho i miei riti e li adoro. La mamma che la mattina mi porta i cornetti e la pizza calda, il  cinema o le maratone seriali con mio padre, i libri e le parole crociate, quei pochi negozietti rimasti da cui mi piace rifornirmi, per una borsetta, un monile, un paio di sandali demodé. Ma tu hai Roma, che te ne fai di questi 4 negoziacci? Eppure ogni anno che, aimè, ne chiude uno, è un dramma, un tassello che si sposta e rovina il tutto. E poi i nostri localetti, gli aperitivi all’alberata, la pizza a orbetello, tra i ricchi che non siamo né saremo mai, le quantità industriali di creme e cremette che trovo a casa, per coccolarmi più che fossi da me. E i miei vecchi vestiti, ogni volta un viaggio tra taglie e ricordi. Guardo i miei genitori e le loro rutualità di adesso mi fanno tenerezza e vorrei tanto riuscire ad arrivare anche io come loro. Li ricordo da giovani e so che queste cose non le facevano. I centri commerciali, i quiz alla TV. Mi fanno sorridere, come mi fa sorridere mia madre che mi chiede cosa voglio a cena, tu che ti mangi la sera? Lei che mi ha cresciuta e sfamata per una vita e ora conosce così poco le mie abitudini. Questi giorni glieli devo. Li devo a loro, a me, al mio essere parte di una famiglia. Vorrei ci fosse anche mio marito qui, che questi riti fossero anche un po’ i suoi, che questi posti appartenessero ad entrambi. E so che mi sentirei più felice e meno malinconica. Anche se la solitudine la amo, la cerco e ne ho bisogno, ma avremo presto modo di stare insieme, tra i nostri posti.