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Lost in febbraio #2

Che poi neanche a dire che sia stato brutto, questo febbraio. Abbiamo organizzato tante cose al locale e sono andate bene, ho progettato ben 3 viaggi per i prossimi mesi: tornerò in due città che adoro, Lisbona e Berlino, e da cui manco da fin troppo tempo, e finalmente vedrò Copenaghen. Sono andata al cinema, a dei concerti, ho mangiato fin troppo, ho nuotato, non ho fatto troppo tardi a lavoro. Ecco, il lavoro. Quando ti pensi di andare bene, di aver capito un po’ come girano le cose, ti si chiede sempre di più. E a volte mi chiedo quanto ne valga la pena, mangiarsi il fegato per questo mio maledetto modo di prender tutto di petto e sul personale, per qualcosa tutto sommato avulso da te. Per quale motivo non mi sia accontentata di un impiego mediocre al posto di un lavoro stressante e comunque mal pagato. Perché se mi piace così tanto girovagare per il mondo, non mi sia impegnata per vivere di questo. Perché non ci hai creduto di più alle tue capacità da fotografa, visto che per un piccolo evento continuano ad arrivarti ringraziamenti e complimenti.

Perché ti senti una ribelle, intrappolata in un corpo da impiegata. O viceversa. 

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Roma non fa la stupida

Quanto sei brutta Roma quando piovi. Quando inizi a piagnucolare sin dal mattino per andare avanti, a intermittenza, tutto il giorno.
Sale quell’umidità sin dalle prime ore, con i vetri che si appannano, il freddo che si insinua nelle ossa, il crespo tra i capelli e quella puzza di fradicio e peccati sparsi che risale dalla strada.
Quanto sei triste quando sei così cupa e non ci aiuti. Non ci aiuti a tenere alto l’umore, già provato da stanchezza, stress e inutilità. Non ci aiuti triplicando un traffico già esausto, battendo il tempo con tergicistalli che scricchiolano sopra fogliame marcio e putrido. Sono questi tuoi piagnistei capricciosi a renderti così fastidiosa.
Potresti almeno farlo in privato, di notte, mentre nessuno ti guarda o chi lo fa è perché patisce le tue stesse pene.
E col calore della mia coperta quasi ti cingerei, per calmarti e donarci un domani sereno.
Invece piangi e insisti e forse lo farai anche domani e dal tuo grigio quotidiano è sempre più difficile scappare.

In the ghetto

Il bello di avere un cane, tra le tante cose, è che non ci si sente mai completamente soli. E così vagare per Roma da sola, a fare la turista, una bellissima e calda domenica mattina di settembre, è meno triste.

Piuttosto che la solita passeggiata di quartiere, stamattina io e Holga ci siamo imbarcate direzione Ghetto. Un caffè in centro in uno degli scorci che più amo di questa città. Anche se lo conosco a memoria, anche se ci sono andata milioni di volte, riesce sempre a sorprendermi.

È vero che è un piccolo mondo a parte, dove la comunità ebraica a volte mi sembra quasi meno integrata di altre. Ed è quasi automatico sentirsi un po’ straniera, quasi fuori posto, a casa tua. Ma ogni tanto è anche bello così.  Specie quando avresti voglia di sparire per un po’ e andartene lontana, ma non puoi.

 

La grande depressione – again

Oggi ho passato una bella serata. Sono riuscita ad uscire prima dell’ufficio e alle 18:30 ero a Piazza Vittorio, ospite di una piccola “manifestazione” per un reading con il mio gruppo di scrittori.

Era da tantissimo che non andavo, probabilmente dai tempi di quella bellissima esperienza che fu seguire il Piazza Vittorio Cricket Club. Ovviamente c’era gente di ogni razza e colore, e per quanto il NY Times abbia tacciato l’esquilino come il peggior esempio di quartiere multietnico, a me piace per questo. Anche se un ubriaco, nero, ad un certo punto si è messo a ridere e blaterare davanti la lettura del nostro insegnante. Anche se ho visto almeno tre persone dormire, sporche, sulle panchine. Da che eravamo un gruppo sparuto, a poco a poco le persone si sono avvicinate incuriosite. Io mentre leggevo le mie cose mi sono accorta di usare un sacco di parolacce, cazzo, non me ne ero mai resa conto. Dopo di noi un gruppo di attori e musici hanno letto e suonato, e un gruppo di bambine asiatiche si è avvicinato curioso per ascoltare e ballare. È stata una scena molto bella. Ho pensato, questa è la Roma che mi piace: aperta, solare, in piazza, con la musica, la cultura.


Poi quando sono arrivata sotto casa, in prossimità del portone, mi sono trovata un tizio, nero, che tranquillamente si è tirato giù i pantaloni e iniziato a pisciare a fontanella sul secchione, già putrescente, continuando a parlare con nochalance al telefono. Io ero a un metro, cazzo, mi son dovuta allontanare sennò mi schizzava pure. E tutta la magia è sparita di colpo.

Non si tratta di essere razzisti, poteva essere di qualsiasi colore, o poteva essere un romano di seconda generazione. E in ogni caso se vivi qui è la tua città, rispettala. Io non vengo a casa tua a pisciarti sul letto. Fatto sta che mi ha fatto schifo e tristezza. E io non ho avuto il coraggio di dire nulla, se non guardarlo sperando di farlo almeno vergognare, perché era buio ed ero sola e questa non è più città per eroi e tanto meno eroine.

Roma è marcia, ma il genere umano lo è sempre di più.

La grande depressione

Ci si può sentire depressi da e per via della città in cui si vive? Presumo di sì. E se un tempo pensavo potesse capitare solo a chi abita in zone molto disagiate o dove che so, fanno 5 ore di luce al giorno, fissi sotto le zero senza poter uscire o svagarsi, ora credo invece che stia capitando a me che, in teoria, abito in una grande capitale, una città che dovrebbe essere tra le più belle al mondo.

So che ultimamente è un tema trito e ritrito di cui si parla in tutte le salse, a volte fin troppo piccanti, ma oramai non si può più fingere di esser arrivati, davvero, all’esasperazione. 

Anni fa mi feci una litigata con la compagna argentina, trapiantata a barcellona, di un amico. Si lamentava di quanto Roma fosse sporca, sciatta, disorganizzata e io me la presi quasi sul personale, attaccandola. E non era niente al confronto di oggi. Bene o male “normali” disagi di una città, italiana, enorme e sovraffollata. In questo weekend sono stata a Milano e ho rivisto una ragazza napoletana che per anni ha vissuto a Roma e l’ha amata e l’ho sentita parlare bene della sua nuova città e di come la qualità della sua vita fosse migliorata. Di come sia tutto più organizzato, pulito, a portata di mano, quasi da sentirsi in vacanza, di come fossero tutti più gentili e cortesi. Sì perché anche noi romani siamo peggiorati e siamo diventati sciatti, sporchi, maleducati, complici e al contempo vittime di questo declino. E l’ho invidiata. E Milano mai come in questi giorni mi è sembrata così bella e noi, davvero, i cugini poveri e malaticci. 

Perché la città è sporca e putrida e l’Ama ci mette del suo, e i secchioni sono sempre pieni e di spazzini io non ne vedo da un’eternità, però chi butta materassi, mobili, elettrodomestici per strada? Chi lascia le piazze tappezzate di carte e bottiglie di birra vuote? Chi scrive sui muri appena ridipinti o li tappezza con poster abusivi? È perché non ci sono secchioni a sufficienza né servizi adeguati. Sì, a trovar alibi siamo da sempre maestri, così come nell’arte del lamento. 

Ma Roma fa schifo davvero, aimè, e non riesco più ad amarla e a ritrovarne la bellezza. Ad arrabbiarmi con chi ci chiama ladroni, con chi ci deride. Un tempo almeno, con i giornali locali, i panni sporchi si lavavano in casa. Adesso, con il web, la nostra disperazione è sotto gli occhi di tutti. Tutti ci compatiscono o ci deridono. Oggi persino il New York Times ci ha dedicato niente meno che la prima pagina. 

Ed io mi deprimo, come un’amante delusa, lasciata, abbindolata. Come nelle migliori coppie ci si ama e si soffre entrambi, ma c’è sempre qualcuno che la fa grossa e chi ne paga le conseguenze. Tu stai male Roma, lo so, ma a soffrire di più sono io, siamo noi, i tuoi cittadini che ti hanno amata e rispettata da sempre.

Mi fa male non poterti difendere da chi dice che siamo al livello di terzo mondo. È così. Ed io ho anche la fortuna di non dover affrontare più quella tortura quotidiana dei mezzi pubblici, che pure ho frequentato anche col sorriso e accettando disagi nella norma, ma quello che accade ai miei concittadini metropolitani è da incubo. E vedere che tutti ci guardano nella nostra disperazione, nel nostro parlare rozzo e più che mai sguaiato, mi mette così a disagio. 

Mi deprimi. Non ho più voglia di vederti, di frequentarti, in questa poi che dovrebbe essere tra le stagioni più belle per stare all’aperto, tra i parchi, i bistrot, i concerti. E invece puzzi e mi fai senso. Mangiare una pizza con le amiche e poi doversi tappare il naso per non sentire l’odore di piscio salire dalla strada, la monnezza ovunque e le foglie marce che tappezzano le strade. Le scritte sui muri di vie e quartieri sempre più squallidi. Casermoni di cemento cresciuti senza controllo, senza senno, macchine, chiasso. Mi manca l’aria e non ce la faccio e così ti evito. Non ho voglia di uscire, di vederti. Oramai è un continuo girare tra un locale e l’altro per non doverti incontrate mentre un tempo mi mancavi. Non mi attira più niente di quello che mi proponi. E mai come oggi vorrei abbandonarti perché non ce la faccio più.

Sono depressa, di una depressione da cui non so come guarire. Diamoci un’altra possibilità, come da copione, mi verrebbe da dirci. Anche se non so più davvero a cosa appigliarmi per guarire e farti guarire. 

Anais Bazar

Tempo fa a pochi metri da casa aveva aperto uno di quei market indiani/bengalesi. Era ovviamente aperto fino a tarda notte e offriva i principali generi alimentari d’emergenza a prezzi modici: olio, sale, birra, schweppes digestive.
Loro erano simpatici e disponibili, mi dava un po’ l’impressione di abitare in una città cosmopolita e non in un quartiere residenziale qualunque e noiosetto. Una sorta di virgola di Torpigna. Ma infatti è durato molto poco.
Stasera imboccando la strada di casa, esausta e nervosa dopo aver impiegato un’ora per rientrare visto che avevo dimenticato le mie chiavi e son dovuta passare a recuperarle dai miei, una scena mi ha rasserenata.
Un nuovo market prossimo all’inaugurazione, tutto illuminato, lindo e pinto, con soli i proprietari ancora, credo sempre bengalesi, tutti orgogliosi e sorridenti a farsi le foto con il cellulare. Ecco, una scena tenera, semplice. Mo’ se dietro sti markettini ci sta la Yakuza, se quelli son poveri schiavetti, se i loro prezzi “bassi” manderanno in crisi quei due tre market polverosi di zona con il loro 20% in più sul listino, non lo so.
Poco prima sulla las vegas oderisi da gubbio mi ha sorpreso vedere due negozi identici, due piadinerie a 800 m di distanza. Le solite licenze intelligenti che ci fanno odiare gli uni con gli altri.
Penso che si invece, nella diversità, si possa cercare di convivere tutti e che forse proprio il quartiere può essere la base di partenza per l’integrazione, per il dialogo se solo tutti non fossimo così ottusi e chiusi nei propri preconcetti.
Benvenuti!