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La grande depressione – again

Oggi ho passato una bella serata. Sono riuscita ad uscire prima dell’ufficio e alle 18:30 ero a Piazza Vittorio, ospite di una piccola “manifestazione” per un reading con il mio gruppo di scrittori.

Era da tantissimo che non andavo, probabilmente dai tempi di quella bellissima esperienza che fu seguire il Piazza Vittorio Cricket Club. Ovviamente c’era gente di ogni razza e colore, e per quanto il NY Times abbia tacciato l’esquilino come il peggior esempio di quartiere multietnico, a me piace per questo. Anche se un ubriaco, nero, ad un certo punto si è messo a ridere e blaterare davanti la lettura del nostro insegnante. Anche se ho visto almeno tre persone dormire, sporche, sulle panchine. Da che eravamo un gruppo sparuto, a poco a poco le persone si sono avvicinate incuriosite. Io mentre leggevo le mie cose mi sono accorta di usare un sacco di parolacce, cazzo, non me ne ero mai resa conto. Dopo di noi un gruppo di attori e musici hanno letto e suonato, e un gruppo di bambine asiatiche si è avvicinato curioso per ascoltare e ballare. È stata una scena molto bella. Ho pensato, questa è la Roma che mi piace: aperta, solare, in piazza, con la musica, la cultura.


Poi quando sono arrivata sotto casa, in prossimità del portone, mi sono trovata un tizio, nero, che tranquillamente si è tirato giù i pantaloni e iniziato a pisciare a fontanella sul secchione, già putrescente, continuando a parlare con nochalance al telefono. Io ero a un metro, cazzo, mi son dovuta allontanare sennò mi schizzava pure. E tutta la magia è sparita di colpo.

Non si tratta di essere razzisti, poteva essere di qualsiasi colore, o poteva essere un romano di seconda generazione. E in ogni caso se vivi qui è la tua città, rispettala. Io non vengo a casa tua a pisciarti sul letto. Fatto sta che mi ha fatto schifo e tristezza. E io non ho avuto il coraggio di dire nulla, se non guardarlo sperando di farlo almeno vergognare, perché era buio ed ero sola e questa non è più città per eroi e tanto meno eroine.

Roma è marcia, ma il genere umano lo è sempre di più.

La grande depressione

Ci si può sentire depressi da e per via della città in cui si vive? Presumo di sì. E se un tempo pensavo potesse capitare solo a chi abita in zone molto disagiate o dove che so, fanno 5 ore di luce al giorno, fissi sotto le zero senza poter uscire o svagarsi, ora credo invece che stia capitando a me che, in teoria, abito in una grande capitale, una città che dovrebbe essere tra le più belle al mondo.

So che ultimamente è un tema trito e ritrito di cui si parla in tutte le salse, a volte fin troppo piccanti, ma oramai non si può più fingere di esser arrivati, davvero, all’esasperazione. 

Anni fa mi feci una litigata con la compagna argentina, trapiantata a barcellona, di un amico. Si lamentava di quanto Roma fosse sporca, sciatta, disorganizzata e io me la presi quasi sul personale, attaccandola. E non era niente al confronto di oggi. Bene o male “normali” disagi di una città, italiana, enorme e sovraffollata. In questo weekend sono stata a Milano e ho rivisto una ragazza napoletana che per anni ha vissuto a Roma e l’ha amata e l’ho sentita parlare bene della sua nuova città e di come la qualità della sua vita fosse migliorata. Di come sia tutto più organizzato, pulito, a portata di mano, quasi da sentirsi in vacanza, di come fossero tutti più gentili e cortesi. Sì perché anche noi romani siamo peggiorati e siamo diventati sciatti, sporchi, maleducati, complici e al contempo vittime di questo declino. E l’ho invidiata. E Milano mai come in questi giorni mi è sembrata così bella e noi, davvero, i cugini poveri e malaticci. 

Perché la città è sporca e putrida e l’Ama ci mette del suo, e i secchioni sono sempre pieni e di spazzini io non ne vedo da un’eternità, però chi butta materassi, mobili, elettrodomestici per strada? Chi lascia le piazze tappezzate di carte e bottiglie di birra vuote? Chi scrive sui muri appena ridipinti o li tappezza con poster abusivi? È perché non ci sono secchioni a sufficienza né servizi adeguati. Sì, a trovar alibi siamo da sempre maestri, così come nell’arte del lamento. 

Ma Roma fa schifo davvero, aimè, e non riesco più ad amarla e a ritrovarne la bellezza. Ad arrabbiarmi con chi ci chiama ladroni, con chi ci deride. Un tempo almeno, con i giornali locali, i panni sporchi si lavavano in casa. Adesso, con il web, la nostra disperazione è sotto gli occhi di tutti. Tutti ci compatiscono o ci deridono. Oggi persino il New York Times ci ha dedicato niente meno che la prima pagina. 

Ed io mi deprimo, come un’amante delusa, lasciata, abbindolata. Come nelle migliori coppie ci si ama e si soffre entrambi, ma c’è sempre qualcuno che la fa grossa e chi ne paga le conseguenze. Tu stai male Roma, lo so, ma a soffrire di più sono io, siamo noi, i tuoi cittadini che ti hanno amata e rispettata da sempre.

Mi fa male non poterti difendere da chi dice che siamo al livello di terzo mondo. È così. Ed io ho anche la fortuna di non dover affrontare più quella tortura quotidiana dei mezzi pubblici, che pure ho frequentato anche col sorriso e accettando disagi nella norma, ma quello che accade ai miei concittadini metropolitani è da incubo. E vedere che tutti ci guardano nella nostra disperazione, nel nostro parlare rozzo e più che mai sguaiato, mi mette così a disagio. 

Mi deprimi. Non ho più voglia di vederti, di frequentarti, in questa poi che dovrebbe essere tra le stagioni più belle per stare all’aperto, tra i parchi, i bistrot, i concerti. E invece puzzi e mi fai senso. Mangiare una pizza con le amiche e poi doversi tappare il naso per non sentire l’odore di piscio salire dalla strada, la monnezza ovunque e le foglie marce che tappezzano le strade. Le scritte sui muri di vie e quartieri sempre più squallidi. Casermoni di cemento cresciuti senza controllo, senza senno, macchine, chiasso. Mi manca l’aria e non ce la faccio e così ti evito. Non ho voglia di uscire, di vederti. Oramai è un continuo girare tra un locale e l’altro per non doverti incontrate mentre un tempo mi mancavi. Non mi attira più niente di quello che mi proponi. E mai come oggi vorrei abbandonarti perché non ce la faccio più.

Sono depressa, di una depressione da cui non so come guarire. Diamoci un’altra possibilità, come da copione, mi verrebbe da dirci. Anche se non so più davvero a cosa appigliarmi per guarire e farti guarire. 

Anais Bazar

Tempo fa a pochi metri da casa aveva aperto uno di quei market indiani/bengalesi. Era ovviamente aperto fino a tarda notte e offriva i principali generi alimentari d’emergenza a prezzi modici: olio, sale, birra, schweppes digestive.
Loro erano simpatici e disponibili, mi dava un po’ l’impressione di abitare in una città cosmopolita e non in un quartiere residenziale qualunque e noiosetto. Una sorta di virgola di Torpigna. Ma infatti è durato molto poco.
Stasera imboccando la strada di casa, esausta e nervosa dopo aver impiegato un’ora per rientrare visto che avevo dimenticato le mie chiavi e son dovuta passare a recuperarle dai miei, una scena mi ha rasserenata.
Un nuovo market prossimo all’inaugurazione, tutto illuminato, lindo e pinto, con soli i proprietari ancora, credo sempre bengalesi, tutti orgogliosi e sorridenti a farsi le foto con il cellulare. Ecco, una scena tenera, semplice. Mo’ se dietro sti markettini ci sta la Yakuza, se quelli son poveri schiavetti, se i loro prezzi “bassi” manderanno in crisi quei due tre market polverosi di zona con il loro 20% in più sul listino, non lo so.
Poco prima sulla las vegas oderisi da gubbio mi ha sorpreso vedere due negozi identici, due piadinerie a 800 m di distanza. Le solite licenze intelligenti che ci fanno odiare gli uni con gli altri.
Penso che si invece, nella diversità, si possa cercare di convivere tutti e che forse proprio il quartiere può essere la base di partenza per l’integrazione, per il dialogo se solo tutti non fossimo così ottusi e chiusi nei propri preconcetti.
Benvenuti!

Un acquazzone ci salverà

Io sono fortunata. Attualmente lavoro, e di questi tempi già è una fortuna, in più a due passi da casa. Ho una macchina, sebbene comporti più costi di una tessera metro, devo percorrere una sola strada, che ogni tanto chiudono per un albero pericolante, una fibra ottica o nuove buche che si riaprono su lavori appena fatti. Ma ecco, sostanzialmente al massimo posso impiegare 30 minuti per andare e tornare. Ma non dimentico un lungo passato da mezzo pubblico. Prima come universitaria, poi come impiegata con l’ansia che anche tardare 5 minuti potesse significare una lettera di richiamo. Mi ricordo le lunghe, lunghissime attese. Gli autobus pieni, che si rompevano fin troppo spesso, i cortei, gli scioperi. Non ho mai dovuto fare la pendolare, questo sì, a parte il periodo che avevo scelto di usare il trenino da trastevere, unico mezzo per raggiungere la metro da monteverde. Ma poi ho optato per svegliarmi ancora prima e tornare sui mezzi, che se possibile era meno peggio. Ma avevo comunque una scelta. Molti, purtroppo, no. Ricordo con piacere però i tanti libri letti, in piedi o le non troppo rare volte in cui riuscivo a sedermi, la musica sempre nelle orecchie e un occhio sempre rivolto all’orologio. Per cui in giornate come queste, davvero, il mio pensiero va a tutte le mie vecchie me, soprattutto alle mie vecchie colleghe, che non solo devono subirsi i disagi di questa città sempre più allo sbando, ma devono viverle col pensiero di quel posto, che non ammette umanità. Perché sì è brutto non lavorare, ma anche farlo con l’angoscia dentro, con la consapevolezza di gettare ogni preziosa giornata in pasto a emeriti imbecilli, non è tanto da augurare. Vi abbraccio. In bocca al lupo per oggi.

La dea dei termosifoni

Poi ci sono quelle volte in cui, per una botta di culo, vieni sorteggiato. Per il controllo random delle caldaie. Di cui ovviamente non sapevi nulla perché non sei andato a ritirare la raccomandata e pertanto una simpatica signora ti ha buttato giù dal letto.
E già tanto che hai sentito e non eri sola, altrimenti se non aprivi, come fai sempre, ti beccavi pure una multa.
Che fortuna essere sorteggiati.

Benvenuto autunno

Poi ci sono quelle giornate che iniziano prima, molto prima delle altre, in un parco ancora pieno di brina e avvolto da temperature notturne di un ottobre che ancora albeggia, prima di una riunione, con ansia. Poi una perfetta sconosciuta, al semaforo, ti distrae di colpo dai tuoi pensieri.
Esce dall’auto tirandosi giu una mini gonna jeans decisamente mini e ormai fuori stagione, che la fa sembrare appena rientrata da un beach party.

“Scusa cara ma che chai d’accenne? Cho tutto rotto, l’accendino scarico, l’accendisigari che nun funziona… sto a sbroccà”.

Ovviamente l’accendino rosa che hai predisposto per la macchina è sparito, arraffi la borsa piena di documenti minacciosi di refusi, hard disk, pochette turche, lucidalabbra appiccicosi.
Ovviamente il semaforo nel frattempo si fa rosso.
Guardi il tuo mozzicone quasi finito, che sai di aver acceso troppo presto.

“Tieni usa questa, tanto è finita”.
“Grazie, grazie tanto bella è, sciao sciao buona giornata”.
Sì, dopo tutto è stata una buona giornata.

Pomeriggi Metropolitani

In qualsiasi altra capitale – almeno europea – il sabato pomeriggio in metro è un delirio di studenti, artisti che suonano, amiche in spedizione shopping, lavoratori che staccano o attaccano.
Il pomeriggio della metro romana, specie nelle fermate decentrate, è di una tristezza disarmante. Stazioni vuote, dove a dire il vero potresti esser tranquillamente aggredita o scippata e non sene accorgerebbe nessuno, una musichetta triste che rimbomba in banchine vuote. E facce tristi. Facce di gente triste, come forse lo sono un po’io, perché suvvia prendere la metro a Roma non fa fico, non è un servizio che agevola la vita e gli spostamenti degli autoctoni anzi. La metro la prendi se proprio devi, se non puoi farne a meno, se non hai l’auto. Ma se hai dovuto combatterci tutta la settimana, nel week-end te ne stai alla larga.
Così tutt’al più incontri musicisti zighani fastidiosi, quelli che ti chiedono du’spicci, ignari turisti – gli unici che sorridono – o tizie come quella che ho seduta di fronte, avvinghiata in leggins fintopellefintolurex, giacchino fintopellefintopelo, french vistose con quella moda terribile di colorare solo le punte, inverosimilmente lunghe, con strass e cazzetti indecifrabili. Fiati alcolici, che in un vagone umido e semivuoto riempiono e stordiscono e ci obbligano a svegliarci dal torpore.
Per fortuna, è il momento di scendere… e spero di lasciare sto senso di tristezza sul vagone dopo Termini un po’ meno vuoto, a farsi un balletto con i fiumi alcolici.

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Tutta mia la città

Oggi finalmente sono riuscita a farmi una bella e lunga passeggiata in centro.
C’è un sole bellissimo, un tepore che mi ha fatto sudare 7 camicie nel piumino super repellente (probabilmente domani avrò 40 di febbre) e approfittando di una visita che ho nel pomeriggio, ne ho approfittato per fare tutta una tirata.
Forse erano anni che non passavo per Via del Corso, e di fatto salvo sosta con relativo obolo nel nuovo mega store HM (fighissimo), mene sono tenuta alla larga. Ciò che c’è intorno però in giornate così è davvero da brivido.
Un timido Natale si affaccia nella Capitale. A parte palazzo Fendi e qualche viuzza interna, niente di esagerato e strillato. Forse meglio così. Ci siamo mangiati un bel pezzo di pizza croccante nel ghetto, poi avrei voluto vedere una mostra alla galleria del cembalo, un gioiello dove ancora non ho mai avuto piacere di andare, ma purtroppo era chiuso.
Mi sono portata avanti con molti regali e ho praticamente già quasi finito.
Se non fosse per questo raffreddore, una stanchezza atavica e il sonno persistente, sarebbe tutto perfetto.
Quando faccio questi giri non posso non chiedermi come avrei reagito alla vista di Roma in veste da turista. Cosa mi sarebbe piaciuto, dove sarei andata.
Non posso non notare come sia diversa da Parigi, Londra. Come siamo diversi noi che l’attraversiamo e viviamo come un grande salotto o una semplice sala d’attesa. Come se non fosse mai davvero fino in fondo nostra, se non nei confini dei nostri quartieri.
Ed è proprio lì che torno anche stasera. In quei viali di foglie, macchine, sporcizia, incuria. Perché poi Roma per noi romani di fatto è solo periferia.

Anais urbana

Ci sono pochi locali a Roma che adoro particolarmente come Urbana 47 a Monti. Innanzitutto sta a Monti, che dopo trastevere è in assoluto il mio quartiere romano preferito, con le sue boutique vintage e retro, i parrucchieri rockabilli, le scuole di musica, i negozi dell’usato e quei pochi artigiani che fanno business contro la globalizzazione i grandi magazzini. E poi è il quartiere del primo bacio con l’amore mio e che ho riscoperto grazie a lui e alla fotografia, per cui sarà sempre un po’ speciale. Urbana 47 è un locale decisamente fighetto e un po’sopra i miei standard, che ha fatto la sua fortuna grazie alla rinascita dello stile insustrial-chic e le puttanate km 0, dove si spende forse un po’troppo in rapporto qualità/prezzo, ma dal momento che io non amo sputtanarmi i soldi magandomeli, letteralmente, rappresenta per noi quello strappo alla regola dal solito aperitvo mordi e fuggi e dal cibo da trattoriola.
Oggi non si festeggiava niente di particolare, se non forse un anno di duro e buono lavoro e una dichiarazione dei redditi stranamente a credito.
Sarà il caldo, l’arrivo delle ferie o l’ottimo chardonnay laziale che andava giù come una bellezza, ma mi sento stranamente leggera seppur a panza piena, e chiudo questa sensazione nella scatola dei ricordi o nel vasetto del tiamisù, da rispolverare per serate invernali buie e tempestose.

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