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Pomeriggi Metropolitani

In qualsiasi altra capitale – almeno europea – il sabato pomeriggio in metro è un delirio di studenti, artisti che suonano, amiche in spedizione shopping, lavoratori che staccano o attaccano.
Il pomeriggio della metro romana, specie nelle fermate decentrate, è di una tristezza disarmante. Stazioni vuote, dove a dire il vero potresti esser tranquillamente aggredita o scippata e non sene accorgerebbe nessuno, una musichetta triste che rimbomba in banchine vuote. E facce tristi. Facce di gente triste, come forse lo sono un po’io, perché suvvia prendere la metro a Roma non fa fico, non è un servizio che agevola la vita e gli spostamenti degli autoctoni anzi. La metro la prendi se proprio devi, se non puoi farne a meno, se non hai l’auto. Ma se hai dovuto combatterci tutta la settimana, nel week-end te ne stai alla larga.
Così tutt’al più incontri musicisti zighani fastidiosi, quelli che ti chiedono du’spicci, ignari turisti – gli unici che sorridono – o tizie come quella che ho seduta di fronte, avvinghiata in leggins fintopellefintolurex, giacchino fintopellefintopelo, french vistose con quella moda terribile di colorare solo le punte, inverosimilmente lunghe, con strass e cazzetti indecifrabili. Fiati alcolici, che in un vagone umido e semivuoto riempiono e stordiscono e ci obbligano a svegliarci dal torpore.
Per fortuna, è il momento di scendere… e spero di lasciare sto senso di tristezza sul vagone dopo Termini un po’ meno vuoto, a farsi un balletto con i fiumi alcolici.

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Tutta mia la città

Oggi finalmente sono riuscita a farmi una bella e lunga passeggiata in centro.
C’è un sole bellissimo, un tepore che mi ha fatto sudare 7 camicie nel piumino super repellente (probabilmente domani avrò 40 di febbre) e approfittando di una visita che ho nel pomeriggio, ne ho approfittato per fare tutta una tirata.
Forse erano anni che non passavo per Via del Corso, e di fatto salvo sosta con relativo obolo nel nuovo mega store HM (fighissimo), mene sono tenuta alla larga. Ciò che c’è intorno però in giornate così è davvero da brivido.
Un timido Natale si affaccia nella Capitale. A parte palazzo Fendi e qualche viuzza interna, niente di esagerato e strillato. Forse meglio così. Ci siamo mangiati un bel pezzo di pizza croccante nel ghetto, poi avrei voluto vedere una mostra alla galleria del cembalo, un gioiello dove ancora non ho mai avuto piacere di andare, ma purtroppo era chiuso.
Mi sono portata avanti con molti regali e ho praticamente già quasi finito.
Se non fosse per questo raffreddore, una stanchezza atavica e il sonno persistente, sarebbe tutto perfetto.
Quando faccio questi giri non posso non chiedermi come avrei reagito alla vista di Roma in veste da turista. Cosa mi sarebbe piaciuto, dove sarei andata.
Non posso non notare come sia diversa da Parigi, Londra. Come siamo diversi noi che l’attraversiamo e viviamo come un grande salotto o una semplice sala d’attesa. Come se non fosse mai davvero fino in fondo nostra, se non nei confini dei nostri quartieri.
Ed è proprio lì che torno anche stasera. In quei viali di foglie, macchine, sporcizia, incuria. Perché poi Roma per noi romani di fatto è solo periferia.

The best and the worst

Mi sono di nuovo raffreddata, e io odio il raffreddore. Non so bene quando, probabilmente tra una sigaretta sotto zero e una svampata in centro commerciale. Centro commerciale in cui tra l’altro ho ritrovato la portiera della macchina segnata da una chiave. A sfregio. Non ero parcheggiata male, giuro. Una volta in effetti sotto casa avevo un po’ esagerato, eppure sono stati più “gentili”: sono un baffetto all’angolo.
Odio, odio. So che non risistemerò mai la portiera, per questioni di tempo, budget, rimarrà così. Un’altra imperfezione nelle pieghe imperfette della mia vita.
Dopo un week-end fuori, questo mi toccherà lavorarlo. Due giorni sola al locale, un matrimonio big da iniziare a sfoltire, un racconto da ultimare, mail da scrivere, documenti da sistemare. In questa settimana non sono riuscita ad arrivare a casa mai prima delle 21 e di conseguenza ad addormentarmi almeno all’una. Ho coltri di polveri, montagne di panni bagnati, umidi, stropicciati, stralci di valigie ancora da sistemare, disordine sparso.
Ho degli armadi che strabordano. Tra le mie fisse, questa è quella che tollero meno. Ogni anno la stessa storia: cambi di stagione in cui non mi trovo, abiti che passano di moda (o almeno dalla mia) e dai quali al contempo non riesco a staccarmi, continue altalene di peso e umore, tra brevi momenti stretch e lunghi periodi extrasize, per non parlare delle scarpe, che a casa mia sono davvero un problema. Così a momenti vorrei prendere tutto e ricominciare. Buttare, riordinare, riciclare. Quando riesco ad organizzare buste per il mercatino, passano i mesi prima che riesca ad andare, e cambiano le stagioni. Inoltre, dato che la maggior parte dei vestiti alla fine mi vengono scartati, me ne ritorno con queste buste di scarti di cui non so mai cosa farmene. In parrocchia ne portiamo già tantissimi. Così finisco per rimetterli nelle scatole e così ogni anno si ricomincia puntualmente.

Questo fine settimana poi c’è la fiera del libro a Roma. Oramai sono anni che ci vado sempre, anche se a dire il vero a parte un anno, non ho mai comprato gran che. Duemila gradi, confusione. Perché ovviamente riesco ad andare solo di domenica e non come molti fortunelli dagli orari ministeriali che al momento saranno già lì a godersi i libri, senza la folla. L’anno scorso mi ricordo perfettamente che uscendo salutai i miei amici che avrei rivisto solo dopo Natale, dopo Cuba… Non posso credere che sia già passato un anno, che quest’anno sarò di nuovo qui, a fare anghingò tra suoceri e genitori tra natale e cenone. Non posso credere che quel pezzo di merda ladrone sia invece lì, tra quelle strade, tra quella gente, cercando foto insulse con quel suo modo prepotente, spaccone e superficiale, senza capire un cazzo della verità di quel posto. Da una parte meglio così, se fossimo andati e avessimo trovato questa brutta sorpresa, sarebbe stato peggio.

Natale romano, quindi. Continuo ad essere entusiasta del natale, nonostante biglietti da scrivere, cesti e pacchi natalizi aziendali da fotografare. Spero di riuscire a fare una passeggiata in centro, tra le luminarie, spero di riuscire a fare l’albero già domenica, visto che l’anno scorso me lo sono goduto per pochissimo. Già ho iniziato con i regali, purtroppo sono pochi, e più giro più mi piacerebbe regalare il mondo a chi voglio bene, ma le mie mani bucate queste mese son diventate peggio che scodelle.
Sono tra le poche a cui, tutto sommato, le cene di natale con i parenti piacciono. Forse perché la mia famiglia è striminzita e, nonostante siamo davvero in pochi, riusciamo comunque a vederci solo una volta l’anno.

Sulle alluvioni poi, sono troppo triste al pensiero dei cagnolini sfollati in Abruzzo. Ho visto certe foto che non riesco a dimenticare. Non so come spiegarvi, a voi che magari non avrete animali e starete pensando alle famiglie, ai bambini che hanno perso case, cose… Questi animali non hanno nulla, se non sfortuna. Il dolore che provo per gli animali è inspiegabile. Li vedo più indifesi di noi umani, persino dei bambini. Incapaci di far del male se non per legittima difesa. Da quando poi ho Holghina davvero non riesco a non pensare che anche lei poteva essere vittima di questo. Vorrei una casa enorme, in campagna. Vorrei vivere piena di cani, lo ammetto. Ho fatto la volontaria per anni e anni. Sulle ambulanze, negli ospedali. Eppure con gli animali non ce la faccio. Non ce la faccio a stare vicino ad esseri troppo deboli, così come le persone con handicap mentale. Che io lo so, io lo so dentro dentro cosa penso quando vedo i malati di mente. E non ve lo so spiegare, è un dolore che non governo e mi assale e mi fa star male. Mi rende il cuore un pizzico, mi accartoccia le budella. A me, che un po’ ne ho passate e ho uno strato di lacca su alcuni sentimenti. A me che non sopporto i prepotenti, più di ogni altra categoria al mondo, i deboli fanno troppo male. Così farò un versamento per questi poveri cagnolini. Ecco il prossimo anno voglio fare più azioni di questo tipo. Dopo Greenpeace e gli orsi bianchi e l’Africa, aiutare gli animali. Perché a me, Holghina, aiuta tutti i giorni.

Scuola di scrittura. Alla fine questo corso un po’ mi ha delusa. Mi aspettavo qualcosa di più (da me? da loro?) o che scattasse maggiore empatia. Non so se continuare. Da una parte così mi sembrerebbe di aver sprecato solo tempo, di rimanere con un guanto bucato. Dall’altra non so quanto insistere, in termini di tempo, soldi. Debbo pensarci ancora un po’.

Ok. E a proposito di scrittura, oggi avevo bisogno di una bella full immersion. Scusate, cose così, ma tanto siete in pochi a passare da qui, per fortuna, e faccio pochi danni.

PS: è morto Mandela. Non è morto Pippo Baudo o un qualsiasi cantante, attore, politico, mimo, modello sconosciuto. Cosa vi torna a voi sarcastici del web a dover fare per forza i bastian contrari e i “diversi” snobbando o criticando chi ne parla? Dalla casalinga ai leader mondiali? Ma infastiditevi per altro, che di materiale in giro ce n’è assai.

Boring post x bored people

Questo è un post un po’lamentoso, vi avviso. Questa sera sono un po’annoiata e insofferente. È una serata noiosa, non ho altri termini per definirla, così come altre che mi capita di trascorrere. Volevo andare al cinema perché mi manca troppo ma alla fine non sono riuscita ad organizzarmi, così i 20 euro li ho mestamente dedicati alla benzina anziché ai Pop Corn unti che mi sognavo da ieri. Sono circondata da persone che vivono il loro tempo al meglio, non solo per lavorare… cene, aperitivi, film… mentre io non riesco mai ad organizzarmi un cazzo. Torno a casa e c’è sempre qualcosa da fare, da sistemare, i panni muffi in lavatrice, il cane e i peli che si intrufolano ovunque e le mie cene tutt’altro che golose. Se non sono a casa sono al locale, che mi piace per carità, ma alla fine anche quello è comunque lavoro, divertente ma anche faticoso, e per me alla fine mi sembra non rimanga poi molto. Non sono una forzata dei week-end (anche perché spesso lavoro!) dei locali, della movida. Mi basta poco per “divertirmi”, proprio per questo mi faccio ancora più rabbia quanto mi faccio abbattere dalla stanchezza o dalla pigrizia. Ma poi un giorno c’è un corso, un giorno ce n’è un altro, uno c’è un turno e non riesco a pensare di poter uscire dopo le 22 o le 23… io?? See e poi domani mattina a lavoro? O in piscina? E chi s’alza?
Però ecco, che palle. Oggi sono una noiosa casalinga annoiata, ecco. Con tanto di cardiganino alla Bree Van de Camp.

Per mettere un po’di pepe a questo post insulso vi parlo un attimo male dei miei vicini di casa: li odio. Vivo in un condominio di maleducati. Tra la psicopatica del piano sopra e le sue liti furenti con l’amante del catasto, la dirimpettaia sedata e il marito cafone che non paga il condominio, l’ingegnere dell’attico che s’è fatto un ascensore per cazzi suoi, quella del terzo piano che in 4 anni non ho mai mai visto. Pochi mesi fa sono arrivati dei ragazzi, al posto della lesbica che lavorava a Sky e il suo amico gay, un ballerino che ogni tanto ho pizzicato provare i balletti in calzamaglia nel cortiletto. Si sono presentati con odore di canne e braciolate per tutto l’isolato. E la monnezza sul pianerottolo. Poi però sono spariti pure questi o le rare volte che li becco non ti cagano manco di striscio. Non saluta mai nessuno, gran maleducati che non sono altro e mi fanno diventare tale anche a me ed è una cosa che non sopporto, ma a una certa mi son stufata di salutare l’aria.
Gli unici decenti sono una coppia con bambino del piano terra, tranne quando non rompono perché mi beccano sempre quelle rare volte in cui mi cadono 2 o massimo 3 gocce da quei 4 fiori rinsecchiti che ho sul balcone.
Ecco no per dire che magari in serate scojonate tipo queste potrei, che so, bussare a qualcuno. Ci facciamo due chiacchiere? Una partita a burraco? Non ci so giocare ma sono veloce ad imparare! Tiè, na cannetta?
E invece niente. Vabbè, fortuna che ci sono i libri, le serie TV, la musica e Holghina.

Ricominciare

La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni… o giù di lì. La prima settimana di rientro è già quasi finita, e a me per certi versi sembra di non aver staccato mai questa volta, sicuramente complice la tecnologia. O almeno, il mio modo di viverla.
Come si suol dire, settembre è il mese dei buoni propositi. Mi metto a dieta, rinizio la palestra, voglio avere più cura di me stessa, voglio passare più tempo con i miei amici, coltivare di più le mie passione e bla bla bla.
Ma la vita che mi sono scelta negli ultimi tempi è un pochino complicata, anche piacevolmente complicata, per cui già so che non ci sarà molto tempo e molto spazio per portare a termine questi propositi.
C’è stato un tempo, un momento bellissimo ma sempre più lontano, in cui questo è stato possibile.
Ma inutile girarci attorno, il 2013-2014 si prospetta come un nuovo anno bello carico di lavoro e di impegno, e per certi versi sicuramente meglio così.
Solo come tutti voi vorrei avere piu tempo. Per tutto, per me, per stare meglio. E poi sapete per cosa? Mi sono accorta che mi manca la mia città. Vivere rilegata in un quartiere, con i soliti posti, i soliti locali, le solite abitudini, inizia a starmi stretto.
Mi manca esplorare, conoscere nuovi posti, mi manca il centro, mi manca persino il vecchio quartiere dove lavoravo da cui era possibile raggiungere tutto.
Ecco allora forse questo potrebbe essere il mio proposito. Che sembra semplice, e no lo è affatto. Stupirmi per ciò che mi circonda, cambiare prospettiva, angolatura. O forse mettermi un paio d’occhiali.

Sì, viaggiare. Sì, amarsi.

“Pico Iyer, grande giornalista e scrittore di viaggi, racconta che “viaggiare è un po’ come essere innamorati, perché improvvisamente su tutti i sensi c’è scritto ‘acceso’.  […] Oggi, da dove vieni è meno importante di dove vai. Ma è solo fermando il movimento che puoi capire dove andare. Ed è solo facendo un passo indietro, dalla tua vita e dal tuo mondo, che puoi vedere quello a cui tieni di più, e quindi trovare casa. Il movimento è un privilegio fantastico. Ci consente di fare cose che i nostri nonni non potevano neanche sognare di fare. Ma il movimento ha senso solo se c’è una casa a cui tornare. E la casa, in fin dei conti, non è solo il posto in cui dormi. È il posto in cui stai”.

Ho trovato l’ultimo editoriale di Giovanni De Mauro davvero bello, quasi poetico. Soprattutto perché racchiude molti dei miei pensieri sul tema del viaggio. Adoro viaggiare quanto amo il momento di tornare a casa. Non prima, quando sei ancora in viaggio o a rifare valigie di vestiti ciancicati e biancheria arrotolata in buste da duty free shop e ti prende la nostalgia del rientro. Solo al momento in cui varco di nuovo la soglia della mia casa, con le mie cose, gli odori e i sapori dei miei sogni e della quotidianità della mia vita e della mia famiglia, capisco che anche tornare ha il suo fascino e il suo valore.  La mia vita si accresce di un altro tassello, di altri posti, luoghi, emozioni vissuti altrove che fanno apprezzare, odiare, ridiscutere, ciò che si ha e si è. Viaggiare è mettersi in discussione. E chi rimane sempre fermo, si perde la bellezza di conoscersi, amarsi e anche odiarsi, la linfa, il senso di tutto.

Il mattino ha imprecazioni in bocca

Cosa fa una persona normale se si sveglia molto prima dell’orario previsto? Magari si gongola ancora un po’ tra le lenzuola (effettivamente un po’ umidicce date le temperature tropicali di queste ultime notti), oppure si alza e fa una bella doccia refrigerante, una colazione sostanziosa, magari si concede un caffè e cornetto al bar, con annesso giornale, una passeggiata con il cane senza controllare l’orologio ogni minuto.

Anais invece stamattina alle ore 08.00 ha iniziato la giornata passando l’aspirapolvere e facendo pulizie… che sono durate più del previsto perché l’aspirapolvere ha deciso di incepparsi e quindi si è dovuti passare al lavaggio del filtro ostruito da miriadi di peli canini. Ha comunque fatto tardi e si è dovuta sbrigare per arrivare in orario decente a lavoro, sudando e imprecando contro vigili e infiniti lavori sull’Ardeatina, vanificando tutto il relax immaginato dal primo mattino.

Ho tanto bisogno di andare in vacanza…

Cose che andrebbero proibite al mare

1. Indossare costumi di taglie visibilmente più piccole. Vale anche per gli uomini (specie in piscina e se si è istruttori di acquafit…).

2. Trucco marcato, con naturale tendenza a discioglersi causa temperature tropicali e mascara waterproof comprati alla Upim.

3. Spiluccarsi la ricrescita con pinzette o, peggio ancora, giocare a schiacciarsi i peli incarniti. Rischio di abbronzatura con segni di ghigno malefico altissimo.

4. Sandali zeppa finto legno, finta pelle, che coniugano fastidiosi rumori di slittamento e ciabattamento. E poi sono orribili, renderevene conto.

5. Smalti dai colori improponibili, peggio ancora se scheggiati e non in tinta tra mani e piedi.

6. Monili vistosi e ingombranti. Specie se poi metti in croce il bagnino o il bimbo ciccio di turno, che devono tuffarsi nell’acqua alta con gli occhialetti a scandagliare il fondale per recuperarli.

Saldisaldisaldi

Alla fine ci sono ricascata e l’animo fanatico torna a far prepotentemente capolino. Perché l’anno scorso mene sono stata un po’ più buonina: non lavorando, o almeno non avendo un’entrata fissa, tutto era superfluo. Ma quest’anno il richiamo dei saldi è stato più forte di una Circe incazzata. 
Che poi non è solo il bisogno di comprare, il vestito che manca, la scarpa non abbinata. E’ più l’idea di accaparrarsi il capo a prezzo esagerato, che anche se non ti serve ora, prima o poi ne avrai bisogno. 
Poi non so, sono in una fase di cambiamento in cui alterno fasi freak a giornate che vorrei vedermi come una donna in carriera, che non sono e non sarò nell’animo ma magari nell’abito. Mia sorella una volta mi disse che io e l’eleganza siamo due rette parallele… più o meno. Forse è vero, forse a volte faccio accostamenti del cavolo, oso un blu con un marrone, un rosso con un viola, le scarpe non sono mai abbinate con le borse e tendo a ripetirmi, anche perché il mio fisico non mi aiuta molto. Però nel mio piccolo penso di avere un mio stile, a volte convulso, spesso ordinario, bipolare, un wannabe french o almeno… swedish. 

Insomma sono sempre io, e oggi che ho una maglietta, nuova per l’appunto, più sbrilluccicosa del solito, in ufficio passo per elegante. E sotto i baffi sorrido, perché bastano 5 euro da H&M per sentirsi e apparire diversa, almeno all’apparenza.