Quattro anni fa, tra una villa e l’altra, alla ricerca del prezzo più basso e del posto meno kitch dove festeggiare il nostro matrimonio, abbiamo fatto una piccola deviazione al canile di Muratella. Eri lì, secca impaurita, piena di pulci e sopraffatta da un cagnolone che ti toglieva il poco spazio che avevi. L’unica che non abbaiava per attirare l’attenzione. Ma la nostra l’hai avuta eccome. Avevamo già deciso. Anche l’operatrice aveva capito che eri il cane giusto per noi che, alla prima esperienza, eravamo più impauriti di te. Le tragicomiche per portarti, maldestri, alla macchina, che non ne volevi sapere perché forse proprio da lì ti avevano gettata via.
Hai conquistato tutti subito. Mi ricordo ogni particolare di quel giorno. Quel collarino che ti andava grande per quanto eri malnutrita, le crocchette che hai spazzolato subito, il tuo essere silenzioso e malinconico, che ogni tanto ti appartiene ancora. Come noi.
Quante volte va fatta uscire? Quante volte deve fare la cacca? Come si toglie questa puzz di strada e prigione? Come si estirpa una pulce? Mi morderà? Ci vorrà bene lo stesso? Si fiderà di noi?
Ogni giorno con te è speciale, ogni giorno non ci fai mai mancare una scodinzolata, un bacio, un abbraccio, a modo tuo. E lo so che sono sentimentale, per chi non ha animali esagerata, che i cani non sono i figli e lo so bene. Ma tu sei comunque un amore speciale che non smette di crescere giorno dopo giorno.
Tanti auguri Holghina, tanti auguri di noi.
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Tu chiamale se vuoi, letture
“Un bel libro Marcus non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che lo hanno preceduto. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.”
Joel Dicker – La verità sul caso Harry Quebert
È proprio così, io mi sento così dopo aver finito ogni libro. Sì, per fortuna mi capita spesso. Forse, nel tempo, sono diventata più brava a capire cosa mi piace o di cosa ho bisogno in determinati momenti. Avventura, amore, romanticismo, dramma, ispirazione, paura, trepidazione, suspance, sogno. Beh, soprattutto questo, dovrebbe esserci sempre.
Il caso Harry Quebert è uno di quei libri che ti inchiodano, non tanto per la forma, anzi, e neanche troppo per il messaggio o per la morale, ma è sicuramente la trama e quelle molliche – miriadi – di pane che lo scrittore ha sapientemente dosato nel suo percorso che non ti saziano mai e non riesci a dire basta.
Tutto sommato non è un giallo banale, volendo per noi aspiranti scrittori offre anche diversi spunti metodologici. È prolisso e a volte ripetitivo e sconclusionato, ma ti inchioda. E dopo quasi 700 pagine ti affezioni. Eccome. E quindi dopo una corsa matta e disperatissima per scoprire la verità (perché nonostante sia un’amante dei gialli e divoratrice di crimal drama, sono una pippa a scoprire chi è il cattivo) prima ancora di arrivare a leggere queste righe sentivo montare esattamente questo sentimento. Di melliflua malinconia. È il piacere dell’attesa, che quando poi si materializza, dopo la pancia piena, fa tornare l’acquolina, specie ricordando il gusto e il sapore piacevole della scorpacciata.
Senti quel pizzicore ancora, ritorni su alcune pagine, su passaggi, e ti sembra un tradimento passare già a qualcos’altro.
Ed è questo forse ciò che più amo della lettura, posso estremizzare nel dire che leggo aspettando questo momento, questa sensazione. Che è un po’ come rivivere sempre un primo appuntamento, con impressi quei ricordi che, ne bene o nel male, non ti lasciano più.
Un lungo inverno
Che non finisce più. Quest’anno, nonostante mi sia sempre fatta portatrice della bandiera della stagione fredda e invernale, non ne posso più. A mia discolpa posso certamente dire che è stato, ed è ancora, un inverno romano di merda. Pioggia battente, umido penetrante e cielo grigio non fanno che toglierci le forze e buttarci il morale a terra.
Tutte le mattine scosto le tende e penso a quei 10, 15 minuti volanti con Holghina, nella “brughiera” Appia, con io che mi congelo, lei che non trova la zolla giusta oppure lo fa apposta, il pelo poi che puzza, le impronte per casa, e già la mattina parte stanca.
Il bunker dove lavoro, al piano terra di un caseggiato di cemento armato, non prende luce neanche d’estate, figurarsi d’inverno. Il gelo arriva da terra e sale su, e dover stare a riscaldamenti spesi causa crisi asmatiche del collega, non aiuta. Ogni sera torno a casa convinta che, ecco, è arrivata. Brividi di freddo, nausea, e giù a impasticcarmi per non rischiare di ammalarmi. Anche se forse a questo punto dovrei lasciarmi andare, fidarmi degli anticorpi o che sto freddo becco si impossessi di me come si deve e chissene.
E’ stato un inizio 2015 tosto, lo immaginavo. Orari di lavoro duri, scadenze, gare, cene in ufficio, riavvio di mille cose e mi sento già così spompata, anche perché immagino almeno altri due mesi così.
Ho rindossato maglioni e calzamaglie che neanche pensavo più di possedere, e ripetutamente perché il mio armadio tende di certo più all’autunnale primaverile che allo skypass. La pioggia da Istanbul non mi ha più mollata, così come il freddo.
Sono qui al locale nonostante ieri sera avessi voglia di dormire dalle 19 ad infinitum. Volevo leggere ma alla fine ho lavorato lo stesso per le cose nostre, per i nuovi corsi, perché fino a marzo è tutta ansia e comunicazione. E colite. Ho gli occhi che mi si incrociano tra password di siti, social, seo, sem e surf.
Sabato scorso, nonostante una settimana da 80 ore lavorative, sono stata ad una full immersion di copywriting e content management. Una folla twittante e hashtaggante. Tanto entusiasmo, tanto potenziale, ma anche tanto… uff. Volere altro, che sta vita digitale è no stress senza sosta né tag.
Comunque, anche il week-end a Londra mi ha dimostrato di nuovo come però non basti dire “me ne vado mollo tutto”, noi italiana siamo alla base della piramide anglosassone, come criceti ci muoviamo orbi dietro a macchine del caffè, friggitrici, casse. E io una vita così, anche se londinese, non vorrei farla.
Mi continua a ronzare in testa un ritornello, “scegli e credici”. Tutto sta a capire cosa.
Pistaa
Suppongo che il limite cittadino di 50 km/h sia stato, a suo tempo, debitamente ponderato e sperimentato.
Orde di scienziati ed ingegneri ad interrogarsi sul modo più sicuro di circolare in un centro abitato, con i loro aggeggini, gli stivali di nappa, i cappelli e i paltò avvitati.
Ora, ci mancherebbe che io dica di infrangerlo, ma non è da considerarsi infrazione anche allontanarsi per difetto? In autostrada ci sono limiti da non superare né da cui scendere.
Ordunque perché sistematicamente, con una media di un giorno su due, a me capitano sull’Ardeatina gli aficionados dei 20/30 all’ora?
Dico non è che sia una strada particolarmente bella, specie di notte, per assaporare il panorama romano. Che cazzo, possibile che certe lumache ambulanti, specie quando vado di fretta, debbon capitare sempre davanti a me?
Rieccoci
Siete contenti che, anche questo Natale, ve lo siete levati dalle palle eh? Contenti voi. Vacanze finite, diete imminenti, rientri a lavoro traumatici, luci spente, carta regalo nella spazzatura, alberi e decorazioni colorate in soffitta. Contenti voi.
A me come sempre dispiace, quest’anno complice sicuramente un bellissimo viaggio, ho avuto poco modo di fare la turista per Roma e, ad esempio, vedere la nuova veste ripulita di Piazza Navona, e me n’è dispiaciuto assai. Inoltre quest’anno non sono neanche riuscita ad organizzare una fatidica serata di giochi e leccornie a casa e anche di questo mi rattristo. Il tempo sfugge sempre e la stanchezza era davvero ad altissimi livelli.
Io, come al solito al rientro da ogni vacanza, non sono mai sufficientemente pronta a ricominciare. Dei vari buoni propositi che ho letto in giro, ho deciso di sposare appieno la filosofia proposta da Oliver Burkeman su Internazionale.
Primo, voglio riprendere a meditare. E’ incredibile, per una serie di motivi diversi, come il periodo dello yoga sia stato uno dei momenti, fisici e mentali, migliori della mia vita. Tante energie e forza di volontà. La vita mi ha allontanata, soprattutto dal mio grande insegnante, l’unico con cui mi fidi a fare yoga. Ma per meditare possiamo essere tutti capaci anche da soli e voglio riprovarci.
In secondo, le rinunce. Ah sì. Quanto più ci subissiamo di attività e compiti e lasciarli in sospeso è quanto di più frustrante. A cosa voglio riunciare? Voglio cercare di essere meno social. Sì lo so che vado anche contro parte del mio lavoro, ma questa vita appesa al pubblico, alla condivisione, al bisogno di conferme, al commento minuto per minuto, alla tuttologia, al prezzemolismo, al non voler e poter mai rimanere indietro, mi ha esasperata. Che non significa più privacy, non ho nulla da nascondere, ma significa godersi un film senza un telefonino in mano, vivere la propria vita senza bisogno di sapere per forza cosa fanno gli altri, senza voler riallacciare contatti con gente perduta nel tempo, che è solo un naufragar continuo nel mare della nostalgia, dei se fosse e avrei potuto. E fa male.
E rinunciare sì, mio malgrado, anche alla fotografia. Dove per fotografia intendo lavoro. Non si possono fare mille lavori per campare (per quanto per l’attuale momento economico sia spesso una necessità) perché si rischia di fare tutto male e in modo approssimativo. Rinuncio a qualche “sfizio” pur di godermi un po’ di più le gioie di questo strumento. Almeno per il momento, ho bisogno di una pausa. Di non rincorrere eventi fichi, vendibili, di non aggiornare portfoli, misure, lavorazioni, di non seguire per forza ciò che va o che non va. Tornare ad essere anche una semplice spettatrice.
Perché a che cosa non posso rinunciare? A lavorare, al WSP, alla mia famiglia, a Holghina, allo sport, a leggere, al cinema e alle serie Tv, agli amici, allo scrivere, alla musica, ai piccoli viaggi, alla mia casa e al mio mondo.
E per quanto riguarda l’essere meno severi con se stessi… sì, esser più indulgenti, concederci la possibilità di sbagliare, soprattutto pensare che niente è insostituibile, niente è definitivo e tutto, davvero tutto, anche se con tempi diversi, si risolve. O non permettere che siano gli altri a decidere per me, a giudicare per me, a farmi sentire come vogliono loro.
Ecco, dovrei essere più severa con gli altri, quello sì.
Diario di inizio anno (da Istanbul)
Gli anni passano, un capodanno dopo l’altro, tra un cenone e una lista di buoni propositi. Ed io inizio ad accorgermi sempre più del peso di certi anni, degli ultimi. Insomma, in questi giorni ho capito che viaggiare d’inverno proprio non fa per me. Non riesco ad organizzare una valigia adatta, probabilmente perché non sono una di quelle tecniche, che fa snow e settimane bianche ed ha abiti sportivi adatti e fighissimi, io adatto il mio abbigliamento romano e il risultato è stato un disastro. 3 strati di calze e pantaloni, 3 calzettoni con un polpaccio che manco Sebino Nela, 4 strati di maglie e maglioni, un piumino sempre più spiumato, tre ombrelli rotti per il vento, un paio di guanti bucati. Un continuo sudare lungo il cammino, nei posti bollenti, alternato a raffiche gelide da cacarella istantanea e punte dei piedi anchilosate.
Insomma, non so prenderla sportivamente e girare, per forza, con questo tempo, è stato abbastanza un incubo. Ogni pipi una lotta impari con strati e turca. Per non parlare del cenone di Capodanno che ho avuto il culo di passare seduta tra tre spifferi, rischiando un blocco della schiena a vita. E poi il cibo. Possibile che basta cambiare aria un giorno, una schifezza in più e mesi di palestra si vanno a benedire? Colite, gastrite, blocchi intestinali… Ecco ho l’assetto della donna Michelin, una colite che può sollevarmi e riportarmi direttamente a Roma, librando piume d’oca nell’aere. Non cho proprio più l’età, e più non voglio arrendermi e continuare a bere e mangiare e girare come non ci fosse un domani, più devo prendere atto dei miei limiti… e di due occhiaie che manco nelle settimane più intense di lavoro. Una donna che va al tappeto col caldo e non riesce però manco a sopportare il freddo… eppure le altre ce la fanno, ma come fanno?
Ora al pensiero di Londra a gennaio ho un po’ di brividi di ansia… xké anche lì la temperatura di certo non sarà caraibica, ma oramai… però giuro, basta viaggi al freddo e d’inverno. E per un po’ basta Istanbul.
Anche se è davvero una città pazzesca, unica. Un intero e totale universo circoscritto in questo angolo di terra sovraffollato, sovraccalcato, colorato, chiassoso. La città dei gatti, de commercio, del the, dei barbieri e del pane, dei dolci al miele, degli arazzi, le stoffe, le pietre, tra paccottiglia e mille e una notte. La città dei gabbiani, del mare, dei mari, dei battelli a tutte le ore, dei pescatori di cozze, dei sali e scende e delle 3000 moschee.
Speriamo di rincontrarci, speriamo di tornare e prima o poi di andare d’accordo.
E soprattutto, speriamo di farcela sto 2015!
Anais Memo
Vi presento Anais Memo, l’ultimo nato in casa Anais. Sin da piccola ero solita appuntarmi su innumerevoli quadernini, stralci di canzoni o film ma soprattutto pezzi di storie che più toccavano le mie corde. Questo perché la memoria purtroppo non è tra le mie doti, e nonostante le centinaia di libri letti (e a volte riletti) ho la brutta tendenza a dimenticare, non tanto le trame, quanto soprattutto le parole. Ciò che non dimentico è certamente le sensazioni che ogni lettura mi lascia. A volte può trattarsi di indifferenza, noia o semplice curiosità, a volte, un piacere immenso misto ad inquietitudine, nel sentirsi così coinvolti in storie altre che per svariati motivi senti tue, in parole che avresti voluto dire o addirittura scrivere più volte. E sei grata a chi è riuscito a farlo in modo migliore di te. Quelle volte, più rare, sono doni, preziosi.
Poi c’è il piacere fine a se stesso di noi lettori esteti, che ci compiaciamo semplicemente nel leggere cose scritte magistralmente, discorsi che filano lisci più dell’acqua più cristallina, che fanno rabbrividire nella loro semplice perfezione.
Da quando poi ho conosciuto Alessandro e il suo modo di insegnare e interpretare gli incipit, i finali e le storie più belle, questo nuovo blog è stata una diretta e conseguente necessità.
Mi piace il template, questi palloncini esili e leggeri, che di volta in volta cambiano posizione, volando qua e là, come queste parole, che una volta toccano il cuore, una la mente, a voltre si incastrano altre vagano all’infinito, a volte, per tornare, quando meno te lo aspetti.
Il tempo delle creme
So che rischio di essere ripetitiva ma è più forte di me. Ammiro profondamente la fenomenologia delle donne negli spogliatoi delle palestre. Quell’attenzione maniacale che dedicano al loro corpo, nonostante la stanchezza di una intera giornata, la fatica, il piatto di pasta (o l’insalata) che le attende a casa. Loro passano interi minuti a spazzolarsi, fonarsi e spalmarsi creme, sì più d’una, con una maestria da far impallidire la migliore estetista. Oggi ad esempio avrei osservato per ore una signora, tonicissima nonostante l’età, e i suoi movimenti perfetti, energici e fluidi. Partendo dalle dita dei piedi, da ogni singolo interstizio, è salita con dovizia fin su, senza tralasciare un centimetro, insistendo su cosce e pancia. Avrei voluto chiederle ti prego, insegnalo anche a me, fallo anche a me, che invece mi dedicherò solo pochi minuti più tardi, sul divano, tirando un po’ su le maniche, i pantaloni, infilandomi goffamente dall’alto per arrivare almeno alle spalle. Una pivella. Vi stimo sorelle e vi invidio anche un po’ ma senza cattiveria, giuro.
Cambio di stagione
Alla fine pare che il freddo sia arrivato. Come sempre tutto d’un fiato e tutto d’un colpo. Il giorno prima ancora in maglietta, il giorno dopo a battere le brocchette. Soprattutto a casa e in ufficio, dato che in questo periodo borderline i riscaldamenti ancora non si accendono e la temperatura interna è verosimilmente più bassa di quella esterna.
Ieri c’è stato anche il cambio d’ora. Un cambio svolta per me, che in queste settimane di stanchezza, sono riuscita a recuperare un sacco di forze e sonno.
Torna quel periodo dell’anno in cui esci dall’ufficio con buio pesto, freddo e hai solo voglia di andarti a buttare sotto il piumone abbracciata al pile. Torna il periodo in cui ti odi di più per esser fumatrice, a congelarti dalla testa ai piedi per il tuo maledetto vizio.
Ma torna anche il periodo degli stivali e dell’abbigliamento invernale, delle tisane bollenti, dei capelli che tornano lisci e un po’ meno crespi, delle caramelle per la gola, delle castagne, della pizza di mamma e delle cose buone al forno.
Eppure quest’anno l’inverno mi lascia più fredda del solito, e non mi sento ancora pronta. Pronta a chiudermi di nuovo in casa, a stringermi in maglioni pizzicosi, in cappotti voluminosi, calzamaglie strette.
Ché il cambio di stagione, spesso, non è solo una questione di meteo, bensì e per lo più di testa.
Ecco, la mia testa è rimasta in vacanza.
Let’s celebrate!
Certo il mio lavoro è un’ansia e un esame continuo, ma che soddisfazione quando il direttore di uno noto quotidiano cambia solo un punto della lettera di presentazione che hai scritto tu al suo posto e neanche una virgola di tutto il resto.
Del resto, i giornalisti non usano punti alla fine dei titoli. Mica come noi copywater…
E, poi come dice pure il cinico:
“Oh ma sto giornale lo leggerà pure Obama!”
Tra l’altro, tra il serio e il faceto, pensavo proprio oggi che in questo periodo “festeggio” i dieci anni di ingresso nel fantastico mondo del lavoro e della contribuzione inpese (di sangue e sudore suprattutto). Che poi in 10 anni ho fatto 10 lavori diversi, son quisquiglie.
Quindi, per sempre sia lodato…








