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Gnaa posso fa’ (Ovvero: l’arte dello scrivere pipponi)

Alla fine questa settimana di rientro è stata ancora più tosta e noiosa di quanto ho sperato.
La realtà ti travolge subito, non aspetta i tuoi tempi, e la quotidianità fa capolino come una mannaia.
Il lavoro è stato l’ultimo dei miei problemi, si è rivelato strategico in realtà tornare ad agosto, perché i tempi ancora sono laschi, quei pochi clienti rientrati hanno meno voglia di te di lavorare, e ammortizzi meglio la botta in vista del frenetico settembre.
Sono altre cose che mi hanno “travolta”, cazzate che proprio per questo mi fanno incazzare ancora di più.

Innanzitutto mi sono raffreddata. Non so come, né quando, ma dopo aver sfidato sudori, umidità, arie condizionate, capelli bagnati e asciugati al sole, all’improvviso il moccolo e il pizzicore alla gola.
Inoltre l’estate ha pensato bene di affacciarsi di nuovo a Roma il 29 agosto, quando tutti torniamo a lavoro, con i suoi bei 32-34 gradi e ovviamente l’aria condizionata mi si è scaricata di nuovo. Sempre in ambito auto, ho trovato la schiappetta adornata di un nuovo graffione color blu, non fatto da me ovviamente. La ruota aveva un chiodo incastrato, per fortuna l’ho potuta riparare e rigonfiare con le altre, con bene placido del gommista:
“Signorì io se vòle jha gonfio e basta ma più a tera de così manco un sampietrino”…
A poi la radio, una stupida e tecnologica radio che ho da sempre odiato perché detesto il frontalino. Io volevo una di quelle scrause di dotazione perché fosse per me io la radio l’accenderei anche 3 secondi per cambiare parcheggio, mentre così stacca e leva stacca e leva, alla fine s’è rotta, sulla Roma-Civitavecchia, sulle note di Nico. E mai più danno fu grave per me.
Ora, cerca assistenza, vai assistenza, capisci se è fattibile assistenza, quanto costa assistenza, assistenza cara, cerca nuova autoradio, paga nuova autoradio, installa nuova autoradio, paga installazione nuova autoradio.
Apriamo la questione pagamenti: oltre all’imminente scadenza di bollo e assicurazione auto, che già so e che dovrei pure cambiare perché mi costa un botto ma tanto per pigrizia non cambierò, l’evento della settimana è stato la clonazione della carta di credito prepagata.
“Ma stranissimo, non capita quasi mai, avrò fatto si e no una diecina di pratiche”. Ma a me è accaduto.
Nel torpore impiegatizio agostano sono stata avvisata dal trillo di sms di acquisti da Parigi. Beati loro. Poca roba, quel poco che era rimasto sulla carta dopo le vacanze e che stupidamente non mi sono spesa a Roma. Va a far la parsimoniosa! Ora ci si sono divertiti loro, da quel che ho capito su siti di incontri, e a me resta la trafila.
Chiama banca, blocca carta, vai polizia per denuncia, polizia dice vai prima banca, vado banca che dice torna da polizia poi ritorna, ma nel frattempo che è qui che ne dice di compilarmi tutta la nuova procedura per la firma digitale, fai firma anzi fai 10 firme digitali più altrettante cartacee, chiedi nuova carta, carica nuova carta. Ora torna polizia perché nel frattempo hai dimenticato i moduli da firmare a casa e lunedì ritorna banca.

E poi il matrimonio, che avevo lasciato in sospeso, più vecchia amica di vecchio matrimonio che si è trasferita all’estero da due anni e che in due anni non ha mai ricevuto le mie foto – non per mia negligenza ma pensavo le fossero state date – per cui recupera vecchie foto + recupera foto di battesimo sfuggite dalla selezione in alta, il tutto entro lunedì perché poi iMac – che è mezzo rotto a sua volta – deve finalmente andare in assistenza.
Non è tanto pigrizia di per sé, sono le perdite di tempo quando uno tempo poco ne ha che detesto. Ma questo, aimè, è il paese delle perdite di tempo. Senza contare che gran parte dell’Italia continua ad esser tarata sugli impiegati statali che o fanno (o hanno sempre fatto) come pare a loro, o alle 16 escono, tiè le 17.
Per chi come me lavora fino alle 19 o alle 20 è sempre tutta una corsa, un incastro, un rimandare ai week-end che diventano tour de force, senza contare che molti esercizi tipo meccanico, gommista, medico, riparazioni, il sabato ti fanno proprio che ciao ciao!

Ma oggi è venerdì no? Week-end in piscina, visto che è tornata l’estate?
De che! I soliti geni del mio circolo hanno chiuso la piscina scoperta già dal 24 agosto, per cui non solo io non vado oramai da quasi un mese, ma non potrò tornarci prima di metà settembre, praticamente regalandogli un mese di abbonamento (quello che in teoria loro dicono di regalarti quando rinnovi, 0-0 e patta).
Quindi devo assolutamente ridare una parvenza di pulizia e decoro alla mia casbah!
Ecco, capitolo casa. Sono nella fase che, dopo aver visto il mondo, vorrei cambiare tutto. O almeno, cercare di aggiustare quelle cose sconquassate. E’ da prima di partire poi che vedo, rivedo e ho visto polveri e sozzeriette. Poca roba, ma bisogna agire. Lavatrici, asciugamani vecchi, lenzuola da piegare e poi ricominciare di nuovo a ripensare alla spesa, a cucinare o anche solo a pensare, oggi che si mangia? Domani?

E poi ci sono i viaggi che ho sempre in testa, tutta la voglia che ho di girare, vedere, posti che non potrò mai permettermi di raggiungere o forse sì… basta rinunciare a qualcosa, forse. Ma forse avrò i soldi ma non avrò le ferie. 

Insomma si ricomincia, e a me quest’anno proprio non mi va. Le giornate sono già più corte, questa estate è stata un soffio e ritornano ad essere più o meno tutte uguali.
Guardo il panorma dalla finestra e mi chiedo per quanti anni ancora dovrò vederlo. Sempre lo stesso.
Ho un problema con la routine, è evidente.

I pomeriggi degli altri.

Sono scesa 10 minuti per comprare le sigarette, alle 17 e uno schiaffo mi ha accolto. Una giravolta nel quartiere in cui lavoro oramai da quasi due anni e che non conosco affatto, al di fuori del supermercato – tral’altro caro e non troppo fornito – e del bar – come sopra – che bazzico in pausa pranzo. Mi sono resa conto che il quartiere è vivo e lotta insieme a noi, o meglio, che il quartiere vive mentre io, lentamente, muoio ad una scrivania.
Quanta caspita di vita c’è nel mondo, alle 17 del pomeriggio? Una vita che non conosco, fatta di ragazzini al bar, al campetto, cani che possono giocare con altri cani e non girare da soli perché i padroni possono portarli fuori solo a tarda serata, mamme che chiacchierano su una panchina al parco giochi, pensionati che passeggiano o giocano a carte, palestre con sale non stipate di sudore e atleti dell’ultim’ora, caffè al gusto di caffè e non bruciato nespresso.
Ah la lentezza del tardo pomeriggio, una vita altra oltre al lavoro, che non vivo più da un po’ e che ho vissuto per un lasso di tempo fin troppo breve, quanto mi manca e per quanto ancora mi mancherà…

Una serie di catastrofici tecnologici eventi.

Insomma, è un momento tecnologicamente sfigato.Non riesco a concepire di avere una macchina senza aria condizionata. Sarà che quando ero più piccola e viaggiavo ancora con i miei, dalle retrovie pativo un gran caldo e ogni volta era una lotta per farla accendere perché ovviamente sui lunghi viaggi, il costo si accusava. Poi mio marito, che ha la sua rotta oramai da anni e anni ma è la sua macchina e gli sta bene così. A me no. Lo so che poteva anche andarmi peggio e rompersi qualcosa di più serio, fatto sta che macchina scura con sedili neri + la mia totale avversione al caldo + estate romana, sono un terzetto che va stroncato al più presto. E sta cosa già so che mi costerà assai. Che palle! Non mi frega dei bozzi, dei graffi, del cerchione che mi è saltato chissà quando e fa tanto zingara, ma non toglietemi l’aria. In tutti i sensi. Poi che palle andare in giro con i finestrini tirati giù, con tutti quelli che ti si affiancano al semaforo e ascoltano tutto quello che dici e ascolti, per non parlare dei lavavetri che manca poco e t’infilano la paletta dal finestrino. Ora, chiama Toyota, prendi appuntamento, chiedi permesso in ufficio, capisci di che morte devi morire e come muoverti nel frattempo e già sudo.
Poi, la macchina fotografica ha un sensore sporco da schifo, un faretto led di cui andavo tanto orgogliosa che si è fuso,insieme al vecchio compagno che ha smesso di funzionare a dovere quando mi è caduto al primo giorno di uso (a dire il vero me l’hanno fatto cadere) e un obiettivo forse ha un po’ di muffa.
Ho il portatile che andrebbe formattato, perché è saturo e poi perché mister microsoft ha scoperto il mio inghippo e ogni 3X2 s’impalla con avvisi che mi ricordano del mio status criminale. Ma al sol pensiero di dover andare a ricercare tutti i programmi da installare mi vien la pelle d’oca e quindi arranca ancora lì in soggiorno. Anche l’iMac fa le bizze da tempo, lanciandomi continui segnali di dolore dall’interno delle ventole. Anche qui, chiama Apple, prendi appuntamento, controlla turni marito perché non ce la farai mai ad incollarti da sola il bambinello, chiedi permesso in ufficio, ricercal’estensione di garanzia che hai fatto e pagato e come al solito non sai dove hai messo, son mesi che rimando fino a che lo so che piangerò lacrime amare.
Il telecomando del televisore, alla ventesima capitolata dal letto, ha alzato bandiera bianca. Ha deciso di far abdicare giusto qualche tasto: volume e cambio canale. Ah, anche il menu. E voi direte, vabbè ma che te frega del menu del televisore? Teoricamente niente, se non fosse che è l’unico televisore che io conosca che ogni mese, giorno più o giorno meno, si azzera e devo risintonizzare tutti i canali… con il tasto menu. Ho giusto qualche giorno ancora di autonomia.
L’iPhone ha nuovamente il vetro scalfito, cadendomi in maniera stupidamente becera dalle mani. E’ brutto ma nel mucchio delle sfighette tech, passa decisamente in coda.
Poi ci sarebbe anche tutta una lunga serie di piccole stupidagini casalinghe, tipo l’acqua fredda che non esce, se non un filino, il vano del porta bicchieri rotto con grande gioia del mio bicipite moscio ogni volta che devo svuotare la lavastoviglie, la macchia di muffa in bagno che con oggi compie 5 anni (dal momento che si è creata essattamente un paio di giorni dopo che abbiamo finito i lavori e siamo entrati a casa) insieme alle mattonelle avanzate che campeggiano in terrazzo coperte da 10 kg di polvere, inferriate sporche e arrugginite da verniciare, pezzi di intonaco che iniziano a staccarsi da bagno e cucina, un buco al muro dietro a una porta che ho fatto io facendo accidentalmente cadere la tavola da stiro nell’unico giorno in cui l’ho usata. Insomma cose così, cazzate, che in pomeriggi noiosi tornano a galla come certe bisogni indigesti.

Un mese inutile

Mi annoio un po’ in queste ultime settimane, sarà per questo che sono arrivata a pensare che tutto sommato giugno sia un mese pressoché inutile.
Non succede nulla di importante, se non, quando ci dice culo, avere due giorni di vacanza in più. Le ferie sembrano ancora lontane anni luce, e quest’anno che le ho prenotate con un certo anticipo ancor di più.
E’ arrivato il caldo asfissiante, anche se da quando passo gran parte della giornata in ufficio, me ne accorgo di meno.
Gran parte delle attività estive ancora non sono iniziate del tutto, e tutto del resto è ancora a metà, almeno per me. La piscina aprirà questo week-end per cui arriveranno le prime bruciature, il sole a chiazze, l’herpes (ah no su quella mi sono portata avanti), il mio armadio ancorà è per metà estivo e per metà inutile, i capelli li ho dovuti scorciare un po’, ossia della metà, e fanno di nuovo quella piega insopportabile all’insù all’altezza delle spalle. Poi ora asciugarli diventerà improbabile e vai con due mesi di riccio indisciplinato e cipolle permanenti. Anche i piedi ancora faccio fatica a scoprirli, ma con le ballerine adesso il rischio vesciche è sicuro.
Le gambe color mozzarella le risparmio alla mia vista suscettibile, inoltre non ho ancora completato l’operazione ceretta estiva, ossia quella che completa anche le cosce che durante l’inverno ci possiamo anche risparmiare.
Che pizza. Avevo iniziato un buon allenamento camminando per un’ora la sera con Holghina, al rientro da lavoro, ma adesso con questo caldo se mi becca una delle canare del quartiere mi denuncia pe maltrattamenti.
Non riesco ad essere entusiasta dell’estate, si sa, però l’anno scorso avevo più energie, più voglia di uscire, tirar tardi. Ma infatti è anche così, sarà così, spero, ma a luglio.
A luglio è estate, c’è roma sul tevere, almeno uno dei miei lavori è in ferie e posso tornare a poter godere di qualche week-end come tutti i cristiani. E’ il mese delle cene di chiusura, delle cene dei saluti, degli aperitivi a tirar tardi, ingannando il tempo in attesa di decollare.
Toh, quest’anno vorrei anche andare ogni tanto al mare, pensate quanto so matta!
Fortuna che questo week-end piove.
Insomma mi annoio a giugno, per cui, ti sbrighi a finire?

Social Media Ansia

Mi sono iscritta ad un corso di social media marketing. Conosco già abbastanza bene il settore per miei sudatissimi studi, ad ogni modo sono in cerca di qualche spunto in più e soprattutto vorrei testare questi corsi, dato che in giro c’è molta aria fritta e in tanti illustri articoli scopro spesso l’acqua calda.
Comunque, usufruendo di un early booking (awanagana) l’ho pagato ad un prezzo accettabile. Diversamente, avrei lasciato perdere.
La comodità è che è online, in sincrono o scaricandoti poi tutti i materiali. Ed ovviamente è munito di un gruppo di discussione apposito e molto animato e mi pare che dalle domande degli altri ci sia molto più da imparare. Ma ecco, veniamo agli altri. Oggi mi sono collegata al webinar (awanagana 2) e collegati eravamo più di 100 persone! Per carità, penso che la scuola sia buona, nonché una delle prime a specializzarsi sull’argomento. Ma cribbio… cento persone sono un botto!
Se penso a quanta fatica facciamo noi a volte a far partire corsi di fotografia o workshop che costano anche meno della metà, mi son messa un po’ paura.
Ma davvero abbiamo così bisogno di questo strumento per fare “business”, per farci conoscere? Chiuderci sui nostri pc o tablet, con una reperibilità H24? Ma non è meglio stare all’aria fresca o esercitarci in qualcosa di più creativo? Oppure perché il nostro tempo libero e i nostri soldi li dedichiamo comunque a qualcosa che afferisce al mondo del lavoro?
Bah, davvero perplessa della potenza di questi strumenti, del loro richiamo e anche di chi, nostalgicamente, ancora crede che non siano importanti.
Mi piace questa realtà, ci lavoro, eppure quanto rimpiango certi schemi decisamente più sociali, più empatici.
Quanto vorrei avere oggi l’età dei miei genitori, e vivere in un tempo in cui non dobbiamo tutti sentirci in obbligo di commentare su tutto, di condividere tutto, di bramare che qualcuno condivida il nostro mondo, in cui la carta ancora vinceva sul sasso, freddo e insensibile, computer.

E a proposito di carte, ora vado a scansionarmi le oltre 20 pagine di testi corretti con penna rossa e righello per il corso di editor e correttore di bozze. Dal presente, alla preistoria.

Desaturata

Poi ci sono delle giornate così, in cui apparentemente niente va male, ma niente va troppo bene. Giornate in cui sai che il tuo umore non è dei migliori, ma ne ignori i motivi.
Giornate in cui ti senti fuori contesto. Un quadro piccolo e sbiadito, perso in un’enorme galleria.
Giornate in cui ti manca la pazienza oppure sono gli altri a non averla nei tuoi confronti. E anneghi in un bicchiere colmo d’inadeguatezza. Verso il mondo, verso gli altri, verso te stessa.
E non capisci di che colore vuoi essere, anche se indossi quello più vistoso.

Io e loro

Una delle poche cose positive del corso di scrittura alla Scuola Omero, è stata la riscoperta di David Sedaris. Non so se avete letto il racconto “Noi e Loro”, c’è un pezzo in cui lui si dispera perché la madre vuole regalare i suoi dolcetti di Halloween al figlio dei vicini, così per evitarlo finisce per trangugiarsi in un sol colpo kili di cioccolata e dolciumi vari. Ecco così sono un po’io il giorno della Befana, che combatto con il rito atavico dello scambio dei dolciumi con sorella e cugino. Sarà perché a me i dolci piacciono tutti e non li cambierei con niente al mondo, ma poi per anni è stato questo il solo periodo dell’anno in cui mi concedevo cioccolata. Solo questo. Inoltre mio cugino è sempre stato più avvelenato di me, ma essendo ospite l’educazione e le insistenze di mia madre mi obbligavano a cedere. E a tuttoggi, nonostante le nostre età, è così. Un piccolo e sottile duello psicologico tra golosi che non potrebbero neanche permettersi tutti questi zuccheri.
Ad ogni modo, come sempre le feste finiscono oggi e domani si ricomincia. Con tutto. Con il lavoro e con il locale. E il peso della responsabilità torna a fare capolino. Sarà per questo che amo la Befana. L’ultimo e unico giorno per essere ancora un po’bambini, per fare qualche capriccio. Perché da domani non si scherza più.

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Il buio oltre Anais

L’inverno il tempo sembra dimezzarsi. Colpa del buio, che rende tutto più fugace e complicato. Ed io torno a casa che è troppo buio, specie ultimamente.
Buio per portare il cane se voglio godermi una passeggiata o almeno evitare di portarmi chili di cacca in casa, buio x annaffiare piante appassite se non voglio correre il rischio di bagnare il terrazzo di sotto, buio per raccogliere i panni che sono qui fuori ad ammuffirsi da una settimana e sono troppo umidi per ritirali e troppi per quei 4 termosifoni striminziti che mi ritrovo.
Fortuna che in questo periodo ci sono le luci dell’albero, peccato che quando torno lo trovo sempre spento. E un po’ mi mette tristezza. L’idea di una casa sempre vuota, sempre spenta. Buia.
La verità è che questo 2013 non vedo l’ora che finisca. Anche se è stato un grande anno, un’ottima annata, piena di bei cambiamenti e belle cose. Ma sono grandi giorni di stanchezza che sto tirando avanti con un po’di fatica.
Ho bisogno di qualche giorno a non fare nulla, ho bisogno di ore in più di luce. Di libri, musica, chiacchiere. Di quelle lunghe maratone di film sul divano che facevo un tempo con mio padre e mi sono accorta che mi mancano un sacco. La luce dei miei genitori mi manca, nonostante tutti gli screzi. Perché quando vado da loro è sempre caldo, c’è sempre sole, odore di qualcosa di buono. Mentre io vado avanti a risotti knorr, surgelati e minestre in casa.
Ho bisogno di un po’ di luce, magari anche per due foto. Così, a tempo perso. Ecco, ho voglia di perdere tempo.

Muco

Sono certa che il forte raffreddore che mi sto portando dietro da 10 giorni, senza sosta e senza potermi permettere soste ma solo allegre herpes di contorno, si trasformerà in un gran febbrone sotto l’albero. E mentre tutti staranno mangiando e festeggiando, io probabilmente starò cagando muco. Perché non so più da dove farlo uscire e il mio naso è andato in ferie.
Vi lascio con questa bella immagine, godetevi la cena, per me minestra calda con contorno di camomilla e miele e un tocco di catarro.