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Odor di ricordi

Ci sono posti per cui non serve assaggiare un pezzo di biscotto per imbarcarsi all’improvviso in un viaggio tra i ricordi. 

I paesi d’origine sono una seconda casa, in tutti i sensi e ti conoscono, forse più della tua stessa città. 

Oggi a pelo d’acqua guardavo il profilo del litorale, che conosco a memoria nonostante negli anni i luoghi e i posti cambino e cerchino di camuffare il passare del tempo. Loro sì, possono e spesso ci riescono. Guardavo il balcone di una casa che un anno affittarono amici dei miei, da cui guardammo i fuochi di ferragosto. E parcheggio sempre sotto un’altra casa, quella dei palazzi brutti e passo a via pirgi 33, dove niente meno ho visto la puntata 1 di Beautiful e festeggiato un sacco di compleanni, all’ombra del pergolato con parenti e amici ora persi in chissà quali vite. 

Non è il ciabattio svogliato, l’odore del mare misto ai solari, la salsedine o il gongolare dei piccioni che più mi sollazza i ricordi, ma sono gli odori della campagna. Perché noi siamo una famiglia che viene dalla campagna, torrida e assolata. Quella dei finocchi, dei meloni, delle angurie giganti che zio Giovanni ci lasciava sotto al magazzino. E quella dei pomodori. Quell’odore acre di terra, sudore, marciume, che sento dai carri pieni che passano per l’aurelia. Lo riconoscerei tra mille. Lo stesso odore di quel magazzino, che mi faceva così paura, buio, angusto e polveroso, dove zie e mamma si chiudevano per fare le conserve che poi distribuivano per il paese. Ora quel magazzino è chiuso, vuoto, come la casa di mia zia, che ci ha lasciato quest’anno dopo novantanni. La zia che per me è stata nonna, quella da cui mamma mi mandava in vacanza a luglio, a schiarirmi i capelli e bruciarmi di sole. La zia che mi preparava i toast al formaggio, delle caramelle agli agrumi che rubavo di notte, delle prime sigarette fumate di nascosto alla finestra. La zia della campagna. Con Yuri e Diana, i primi cani che ho amato e a cui penso sempre quando guardo Holghina. 

Non serve avere un mucchio di foto per ricordare, finché la mente funziona e la malinconia pungola quel giusto, per spronarti a fare bilanci, a soppesare vittorie e sconfitte, ad apprezzarti per quella che sei, grazie anche a questi vicoli, alle colline, alle panchine dove hai pianto, sorriso, baciato e amato.

  

Un cervello geniale

Insomma c’è stato un periodo della mia vita, che ora mi sembra lontanissimo, in cui potevo tutto sommato considerarmi una persona acculturata.
Leggevo e studiavo tantissimo, libri, manuali, giornali. Vedevo tanti film, tutti impegnati, molti francesi. Li recensivo, persino. E li adoravo.
Poi è iniziato un lento declino. Sicuramente dopo la fine dell’università. Quando stavo col deficiente. Che sì mi portava spesso al cinema ma di francese rimanevano sole le crépes che ogni tanto poi ci mangiavamo ad arco di travertino.
Se penso invece a quei lunghi anni di scuola, che ora mi sembrano così pochi rispetto al resto della vita che mi attende, in cui dovevo solo studiare, leggere e quello era il mio dovere, mi assalgono enormi dubbi di non averne approfittato a sufficienza. E mi tornano in mente le parole sibilline della mia professoressa di chimica:
“studiate adesso, fatelo. Anche se so che adesso non ve ne importa nulla, anche se non vi piace. Fatelo. Avete un grande privilegio che non tornerà più indietro.”
Verissimo. E io per un periodo la chimica volevo farla davvero.
Studiare per me oggi è un privilegio. Che ogni tanto a dire il vero posso concedermi a lavoro, perché devo rimanere sempre aggiornata e migliorarmi. Ma non è più come prima. La mente è più pigra, fa mille giri, si distrae e di quello che leggi ti rimane molto poco.
Purtroppo anche di tante cose imparate nel passato mi è rimasta poca memoria. Ad Atene facevo persino fatica a distinguere le lettere, e sì che andavo bene in greco eh, ma ricordarsi verbi, declinazioni… giammai.
Penso sia normale, che per quanto scientificamente il nostro cervello sia sottosfruttato, l’impressione è sempre quella che sia sovraccarico e andando avanti decida lui dove immagazzinare le informazioni, quali stipare in posti troppo scomodi da raggiungere e quali addirittura buttare. Ovviamente lo fa adattandosi a te. A ciò che ti serve.

Molta colpa infatti è mia. Dovrei e potrei fare di più. Quando lavoravo all’università, e facevo un lavoro di merda, sentivo più l’esigenza di elevarmi in qualche modo. Anche il gran tempo sui mezzi pubblici mi aiutava a poter leggere di più.
Adesso invece che ho bisogno di maggiore concentrazione, nei momenti liberi cerco più svago, più leggerezza, semplicità. E troppo spesso le immagini sostituiscono le parole che, invece, restano e resteranno per sempre il mio primo amore.
Mi sento un po’ abbrutita. Lo ammetto.
Mi mancano alcuni discorsi. L’altra settimana con gli amici del circolo di scrittori falliti, si parlava come capita spesso di libri e cinema. Ed io detesto non sapere più quale sia l’ultimo film che ha vinto Cannes o il Sundance. Di non aver visto Youth o l’ultimo dei Dardenne di cui ho scritto parole su parole, perché alla fine sono andata a vedere quella cazzata di Fury sprecando una delle rare sere in cui oramai mi concedo il cinema.
Lo so che dovrei innanzitutto disintossicarmi di serie TV. Lo so. Eppure esimi colleghi riescono a conciliare tutto anche con la serialità.
Comunque, se non altro, ora sono due giorni che non mi stacco dalla Ferrante.
Ho divorato in due giorni l’amica geniale, ve lo consiglio davvero. Una storia bellissima e intensa, quella di Lila ed Elena, che non vedo l’ora di scoprire sempre più anche se so che mi dispiacerà tantissimo quando finirò la quadrilogia. Scritto benissimo, una Napoli che solo chi conosce può descrivere così e chi non la ama non può che invece esserne sedotta. Uno di quei libri che ti fa male per quanto senti vero. Che ti lascia con un misto di bene e malessere, perché ti sembra a te di vivere certe esperienze, salvo poi sentirti così fortunata di aver fatto la scelta giusta. Di leggere, bene, anziché cazzeggiare.

Testa alta

Vi tornano mai in mente aneddoti dell’infanzia? Frasi, momenti, cose che vi hanno detto e raccontato? 

Oggi mentre fumavo in terrazzo, sporgendomi un po’ con il turbante e i capelli bagnati, ho ripensato alle volte che mi affacciavo al terrazzo di casa o da qualsiasi minima altura e mia mamma mi diceva di stare attenta, che la testa pesa più di tutto il corpo e come niente finisci di sotto.

Ecco sta storia della testa che pesa più di tutto mi ha sempre turbata e non l’ho dimenticata mai. Non so se sia vero, son quelle cose di cui ti fidi e non vai ad appurare, se l’ha detto la mamma… E poi, con tutte le emicranie che ho avuto e avrò nella mia vita, mi sa che mi son portata sfiga da sola. 

Leg-ami

È bello risentire vecchi amici. Anche con messaggi, anche con Facebook. È bello riallacciare legami con chi ha percorso un pezzo di strada insieme a te, prima che il sentiero si dividesse. E vi dividesse. È sempre bello quando qualcuno, nonostante tutto, si ricorda ancora di te. 

Let’s shop

L’aver scoperto navigando nel sito di una di queste blogger super fashion, che Macys, il grande store americano, ha un e-commerce che spedisce senza problemi anche in Italia, ha davvero dato un senso, nonché destabilizzato, questa insulsa giornata. 

Tra l’altro, ho scoperto anche che, tramite un complesso metodo che devo studiarmi, è possibile acquistare anche da Century 21, il tempio dove ho lasciato cuore, occhi, bava e portafogli a NY.

Però, comunque, che due palle lo shopping on-line. 

Ci vuole un fisico d’annata

Dopo anni di più o meno assidua frequentazione, osservazione e studio ho capito qual è la categoria che più odio in palestra. Non le super fiche dal fisico perfetto, l’addome a tavola, il trucco intatto e mai un capello fuori posto. Con loro non c’è proprio partita, inutile intavolare un discorso. Ma sono le vecchie. Quelle signore pensionate o benestanti, insomma che non lavorano e si barricano giorno e notte in palestra. Quelle mezze lampadate, o che comunque col primo sole d’aprile stanno già in prima fila a Fregene per sfoggiare un anno di sforzi. La pelle super tirata, il capello fatto, ori e monili, completini sempre abbinati a gadget di qualche rinomato centro termale, creme rassodanti a litrate. Conoscono tutti gli insegnanti, le sequenze degli esercizi. Non ne sbagliano o saltano uno.
E sono impeccabili. Non sono mai in ritardo, le prime file sono sempre le loro. Madame di ferro. Prugne rinsecchite e che, però, mi danno sette piste mentre all’angolo in fondo mi barcameno col Pilates, di cui sono al livello meno zero: ossia capire come cavolo si inspira ed espira lentamente ma nel frattempo facendo almeno 20 ripetizioni di addominali, abduttori e glutei. Amen.

Tu chiamale se vuoi, letture

“Un bel libro Marcus non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che lo hanno preceduto. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.”

Joel Dicker – La verità sul caso Harry Quebert

È proprio così, io mi sento così dopo aver finito ogni libro. Sì, per fortuna mi capita spesso. Forse, nel tempo, sono diventata più brava a capire cosa mi piace o di cosa ho bisogno in determinati momenti. Avventura, amore, romanticismo, dramma, ispirazione, paura, trepidazione, suspance, sogno. Beh, soprattutto questo, dovrebbe esserci sempre.
Il caso Harry Quebert è uno di quei libri che ti inchiodano, non tanto per la forma, anzi, e neanche troppo per il messaggio o per la morale, ma è sicuramente la trama e quelle molliche – miriadi – di pane che lo scrittore ha sapientemente dosato nel suo percorso che non ti saziano mai e non riesci a dire basta.
Tutto sommato non è un giallo banale, volendo per noi aspiranti scrittori offre anche diversi spunti metodologici. È prolisso e a volte ripetitivo e sconclusionato, ma ti inchioda. E dopo quasi 700 pagine ti affezioni. Eccome. E quindi dopo una corsa matta e disperatissima per scoprire la verità (perché nonostante sia un’amante dei gialli e divoratrice di crimal drama, sono una pippa a scoprire chi è il cattivo) prima ancora di arrivare a leggere queste righe sentivo montare esattamente questo sentimento. Di melliflua malinconia. È il piacere dell’attesa, che quando poi si materializza, dopo la pancia piena, fa tornare l’acquolina, specie ricordando il gusto e il sapore piacevole della scorpacciata.
Senti quel pizzicore ancora, ritorni su alcune pagine, su passaggi, e ti sembra un tradimento passare già a qualcos’altro.
Ed è questo forse ciò che più amo della lettura, posso estremizzare nel dire che leggo aspettando questo momento, questa sensazione. Che è un po’ come rivivere sempre un primo appuntamento, con impressi quei ricordi che, ne bene o nel male, non ti lasciano più.

Rieccoci

Siete contenti che, anche questo Natale, ve lo siete levati dalle palle eh? Contenti voi. Vacanze finite, diete imminenti, rientri a lavoro traumatici, luci spente, carta regalo nella spazzatura, alberi e decorazioni colorate in soffitta. Contenti voi.
A me come sempre dispiace, quest’anno complice sicuramente un bellissimo viaggio, ho avuto poco modo di fare la turista per Roma e, ad esempio, vedere la nuova veste ripulita di Piazza Navona, e me n’è dispiaciuto assai. Inoltre quest’anno non sono neanche riuscita ad organizzare una fatidica serata di giochi e leccornie a casa e anche di questo mi rattristo. Il tempo sfugge sempre e la stanchezza era davvero ad altissimi livelli.

Io, come al solito al rientro da ogni vacanza, non sono mai sufficientemente pronta a ricominciare. Dei vari buoni propositi che ho letto in giro, ho deciso di sposare appieno la filosofia proposta da Oliver Burkeman su Internazionale. 

Primo, voglio riprendere a meditare. E’ incredibile, per una serie di motivi diversi, come il periodo dello yoga sia stato uno dei momenti, fisici e mentali, migliori della mia vita. Tante energie e forza di volontà. La vita mi ha allontanata, soprattutto dal mio grande insegnante, l’unico con cui mi fidi a fare yoga. Ma per meditare possiamo essere tutti capaci anche da soli e voglio riprovarci.

In secondo, le rinunce. Ah sì. Quanto più ci subissiamo di attività e compiti e lasciarli in sospeso è quanto di più frustrante. A cosa voglio riunciare? Voglio cercare di essere meno social. Sì lo so che vado anche contro parte del mio lavoro, ma questa vita appesa al pubblico, alla condivisione, al bisogno di conferme, al commento minuto per minuto, alla tuttologia, al prezzemolismo, al non voler e poter mai rimanere indietro, mi ha esasperata. Che non significa più privacy, non ho nulla da nascondere, ma significa godersi un film senza un telefonino in mano, vivere la propria vita senza bisogno di sapere per forza cosa fanno gli altri, senza voler riallacciare contatti con gente perduta nel tempo, che è solo un naufragar continuo nel mare della nostalgia, dei se fosse e avrei potuto. E fa male.
E rinunciare sì, mio malgrado, anche alla fotografia. Dove per fotografia intendo lavoro. Non si possono fare mille lavori per campare (per quanto per l’attuale momento economico sia spesso una necessità) perché si rischia di fare tutto male e in modo approssimativo. Rinuncio a qualche “sfizio” pur di godermi un po’ di più le gioie di questo strumento. Almeno per il momento, ho bisogno di una pausa. Di non rincorrere eventi fichi, vendibili, di non aggiornare portfoli, misure, lavorazioni, di non seguire per forza ciò che va o che non va. Tornare ad essere anche una semplice spettatrice.
Perché a che cosa non posso rinunciare? A lavorare, al WSP, alla mia famiglia, a Holghina, allo sport, a leggere, al cinema e alle serie Tv, agli amici, allo scrivere, alla musica, ai piccoli viaggi, alla mia casa e al mio mondo.

E per quanto riguarda l’essere meno severi con se stessi… sì, esser più indulgenti, concederci la possibilità di sbagliare, soprattutto pensare che niente è insostituibile, niente è definitivo e tutto, davvero tutto, anche se con tempi diversi, si risolve. O non permettere che siano gli altri a decidere per me, a giudicare per me, a farmi sentire come vogliono loro.
Ecco, dovrei essere più severa con gli altri, quello sì.

Cambio di stagione

Alla fine pare che il freddo sia arrivato. Come sempre tutto d’un fiato e tutto d’un colpo. Il giorno prima ancora in maglietta, il giorno dopo a battere le brocchette. Soprattutto a casa e in ufficio, dato che in questo periodo borderline i riscaldamenti ancora non si accendono e la temperatura interna è verosimilmente più bassa di quella esterna.
Ieri c’è stato anche il cambio d’ora. Un cambio svolta per me, che in queste settimane di stanchezza, sono riuscita a recuperare un sacco di forze e sonno.
Torna quel periodo dell’anno in cui esci dall’ufficio con buio pesto, freddo e hai solo voglia di andarti a buttare sotto il piumone abbracciata al pile. Torna il periodo in cui ti odi di più per esser fumatrice, a congelarti dalla testa ai piedi per il tuo maledetto vizio.
Ma torna anche il periodo degli stivali e dell’abbigliamento invernale, delle tisane bollenti, dei capelli che tornano lisci e un po’ meno crespi, delle caramelle per la gola, delle castagne, della pizza di mamma e delle cose buone al forno.
Eppure quest’anno l’inverno mi lascia più fredda del solito, e non mi sento ancora pronta. Pronta a chiudermi di nuovo in casa, a stringermi in maglioni pizzicosi, in cappotti voluminosi, calzamaglie strette.
Ché il cambio di stagione, spesso, non è solo una questione di meteo, bensì e per lo più di testa.
Ecco, la mia testa è rimasta in vacanza.

Let’s celebrate!

Certo il mio lavoro è un’ansia e un esame continuo, ma che soddisfazione quando il direttore di uno noto quotidiano cambia solo un punto della lettera di presentazione che hai scritto tu al suo posto e neanche una virgola di tutto il resto.
Del resto, i giornalisti non usano punti alla fine dei titoli. Mica come noi copywater…

E, poi come dice pure il cinico:
“Oh ma sto giornale lo leggerà pure Obama!”

Tra l’altro, tra il serio e il faceto, pensavo proprio oggi che in questo periodo “festeggio” i dieci anni di ingresso nel fantastico mondo del lavoro e della contribuzione inpese (di sangue e sudore suprattutto). Che poi in 10 anni ho fatto 10 lavori diversi, son quisquiglie.
Quindi, per sempre sia lodato…