Io sono fortunata. Attualmente lavoro, e di questi tempi già è una fortuna, in più a due passi da casa. Ho una macchina, sebbene comporti più costi di una tessera metro, devo percorrere una sola strada, che ogni tanto chiudono per un albero pericolante, una fibra ottica o nuove buche che si riaprono su lavori appena fatti. Ma ecco, sostanzialmente al massimo posso impiegare 30 minuti per andare e tornare. Ma non dimentico un lungo passato da mezzo pubblico. Prima come universitaria, poi come impiegata con l’ansia che anche tardare 5 minuti potesse significare una lettera di richiamo. Mi ricordo le lunghe, lunghissime attese. Gli autobus pieni, che si rompevano fin troppo spesso, i cortei, gli scioperi. Non ho mai dovuto fare la pendolare, questo sì, a parte il periodo che avevo scelto di usare il trenino da trastevere, unico mezzo per raggiungere la metro da monteverde. Ma poi ho optato per svegliarmi ancora prima e tornare sui mezzi, che se possibile era meno peggio. Ma avevo comunque una scelta. Molti, purtroppo, no. Ricordo con piacere però i tanti libri letti, in piedi o le non troppo rare volte in cui riuscivo a sedermi, la musica sempre nelle orecchie e un occhio sempre rivolto all’orologio. Per cui in giornate come queste, davvero, il mio pensiero va a tutte le mie vecchie me, soprattutto alle mie vecchie colleghe, che non solo devono subirsi i disagi di questa città sempre più allo sbando, ma devono viverle col pensiero di quel posto, che non ammette umanità. Perché sì è brutto non lavorare, ma anche farlo con l’angoscia dentro, con la consapevolezza di gettare ogni preziosa giornata in pasto a emeriti imbecilli, non è tanto da augurare. Vi abbraccio. In bocca al lupo per oggi.
La dea dei termosifoni
Poi ci sono quelle volte in cui, per una botta di culo, vieni sorteggiato. Per il controllo random delle caldaie. Di cui ovviamente non sapevi nulla perché non sei andato a ritirare la raccomandata e pertanto una simpatica signora ti ha buttato giù dal letto.
E già tanto che hai sentito e non eri sola, altrimenti se non aprivi, come fai sempre, ti beccavi pure una multa.
Che fortuna essere sorteggiati.
Cambio di stagione
Alla fine pare che il freddo sia arrivato. Come sempre tutto d’un fiato e tutto d’un colpo. Il giorno prima ancora in maglietta, il giorno dopo a battere le brocchette. Soprattutto a casa e in ufficio, dato che in questo periodo borderline i riscaldamenti ancora non si accendono e la temperatura interna è verosimilmente più bassa di quella esterna.
Ieri c’è stato anche il cambio d’ora. Un cambio svolta per me, che in queste settimane di stanchezza, sono riuscita a recuperare un sacco di forze e sonno.
Torna quel periodo dell’anno in cui esci dall’ufficio con buio pesto, freddo e hai solo voglia di andarti a buttare sotto il piumone abbracciata al pile. Torna il periodo in cui ti odi di più per esser fumatrice, a congelarti dalla testa ai piedi per il tuo maledetto vizio.
Ma torna anche il periodo degli stivali e dell’abbigliamento invernale, delle tisane bollenti, dei capelli che tornano lisci e un po’ meno crespi, delle caramelle per la gola, delle castagne, della pizza di mamma e delle cose buone al forno.
Eppure quest’anno l’inverno mi lascia più fredda del solito, e non mi sento ancora pronta. Pronta a chiudermi di nuovo in casa, a stringermi in maglioni pizzicosi, in cappotti voluminosi, calzamaglie strette.
Ché il cambio di stagione, spesso, non è solo una questione di meteo, bensì e per lo più di testa.
Ecco, la mia testa è rimasta in vacanza.
Let’s celebrate!
Certo il mio lavoro è un’ansia e un esame continuo, ma che soddisfazione quando il direttore di uno noto quotidiano cambia solo un punto della lettera di presentazione che hai scritto tu al suo posto e neanche una virgola di tutto il resto.
Del resto, i giornalisti non usano punti alla fine dei titoli. Mica come noi copywater…
E, poi come dice pure il cinico:
“Oh ma sto giornale lo leggerà pure Obama!”
Tra l’altro, tra il serio e il faceto, pensavo proprio oggi che in questo periodo “festeggio” i dieci anni di ingresso nel fantastico mondo del lavoro e della contribuzione inpese (di sangue e sudore suprattutto). Che poi in 10 anni ho fatto 10 lavori diversi, son quisquiglie.
Quindi, per sempre sia lodato…
Sento puzza di marcio
Io il razzismo non lo capirò mai, mai! E onestamente neanche voglio perderci tempo a capire le motivazioni di ignoranti e caproni che per il solo motivo di esser nati da una parte dell’emisfero, si arrogano il diritto di sentirsi superiori ad intere popolazioni, razze. Sarà che per me davvero il mondo è di tutti, basta rispettarlo e basta rispettare le leggi e la decenza. Onestamente trovo più vergognoso che miei soldi vengano spesi in escort o mutande verdi, piuttosto che per aiutare persone in difficoltà. Se ne approfittano? C’è del marcio? Sarà, ma quando sento puzza di marcio mi vien più da puntare il dito su un italiano – politico o simil – che su un uomo di colore. Gente ignorante, che non vuole documentarsi né perder tempo a leggere un giornale. Eppure si ha tempo e voglia per fare le barricate davanti ad una scuola per impedire ad una bambina, italiana, di entrare regolarmente in classe perché reduce da un viaggio in Africa. Si ha il tempo di organizzare festini e stuprare lavoranti per il semplice fatto che, per non si sa quale motivo, ci si senta superiori e già tanto che offriamo loro la possobilità di calpestare la stessa terra. Si ha il tempo, la necessità di delinquere in mille piccoli altri modi, dal non fare e chiedere lo scontrino, le fatture, il biglietto dell’autobus. Ma noi siamo italiani, lo possiamo fare. Lo facciamo, tutti. È nel DNA. Rubano gli altri, rubiamo tutti. E a poco a poco, siam arrivati a questo punto, siam arrivati ad odiare tutti. No anzi, solo gli stranieri. E i gay.
E sì, i “froci” non sono una priorità, stanno bene dove stanno, possibilmente lontani, e gli immigrati sono delinquenti ed invasori. Non capendo, banalmente, che una regolarizzazione di un bambino/ragazzo nato in Italia, cresciuto in Italia, residente in Italia (al posto di molti altri che per un motivo o un altro hanno fatto fagotto e se ne sono andati) vuol dire un futuro di tasse da pagare, allo stato italiano.
È vero che il Paese vessa in situazioni critiche e che forse nel dramma e con la fame si tende a dare il peggio di sé secondo un’atavica logica del “mors tua vita mea”, ma possibile che ancora non si capisce che un Paese che non riconosce diritti civili, che non riconosce la libertà di culto, espressione, il colore della pelle… è un Paese che può solo che continuare a marcire? Quanto incide in questi sentimenti di paura e annebbiamento (mentale) la gravità del momento e quanto una deficienza, intesa come mancanza di senno e razionalità congenita? Banalmente… ci siete o ci fate? Perché se ci siete, uno stato civile farà in modo di occuparsi anche di voi, se ci fate allora potete tranquillamente sloggiare voi, che davvero di problemi, seri, ne abbiam tanti.
Farmadipendente
Ma sono l’unica che trova la farmacia un luogo sacro dello shopping? No perché tralasciando, vabbè, l’aspetto meramente salutistico a cui fortunamente ricorro saltuariamente, il resto per me è puro godimento. Oramai molte farmacie sono un vero e proprio tempio di bellezza e benessere. E sono anche un po’ pericolose per le tasche, perché ti senti al sicuro e in qualche modo autorizzata a spendere! E che fai non te lo compri quel bagnoschiuma o quella crema in offerta, che si sa sono buone qui… o il trucco, costa moolto meno che in profumeria e dai, sarà certamente migliore! Poi appunto, siccome uno non ci va con la frequenza di un supermercato, che fai… chissà quando ci ricapitoo, poi le offerte finisconoo e via… La farmacia dove vado spesso io poi ha una super tessera punti… che fai non ci vai quando i punti sono doppi, c’è il 10% di sconto (che spesso equivale manco a un euro) e puoi prenderti quelle tazzine super fighe dando una piiccola differenza? Sti cazzi se poi magari tra un mese ti accorgi che non sai che fartene e devi imbarcati verso il Mercatino. Poi sei lì alla cassa, ti fai mentalmente due conti e pensi che tutto sommato le pasticche che dovevi realmente prendere magari rovistando in qualche borsa ancora le trovi. E se no, ci tornerai, yeah! E cosa dire di quando la tua non ha quel farmaco crema e allora no che fai, lo ordini, meglio girare per altre, sia mai che trovi altre offerte, altre cose, altri campioncini. Insomma due cose dovevo prendere in questi giorni e ne sono uscita con due pacchi di vitamine “donna” che stavano 1+1, idem per la Valeriana, tanto si sa che uno si stressa, una maschera per capelli, un nuovo detergente intimo, una crema corpo che regalava pure lo scrub, una crema viso che avevo già ma che regalava lo struccante, una crema in sostituzione di quella che mi serviva ma che ho comunque ordinato. Stavo per prendere anche le supradyn a orsacchiotto modello carammella gommosa… Ma ho optato per le liquirizie. Sicché domani dovrò tornarci! Aiutatemi!
Desideri
Più tempo, solo più tempo chiedo ed è tutto ciò che vorrei.
Non soldi, né fama, né gloria, né stabilità.
Tempo per me, tempo da sprecare, da spendere come voglio, con chi voglio a fare ciò che mi va.
Benvenuto autunno
Poi ci sono quelle giornate che iniziano prima, molto prima delle altre, in un parco ancora pieno di brina e avvolto da temperature notturne di un ottobre che ancora albeggia, prima di una riunione, con ansia. Poi una perfetta sconosciuta, al semaforo, ti distrae di colpo dai tuoi pensieri.
Esce dall’auto tirandosi giu una mini gonna jeans decisamente mini e ormai fuori stagione, che la fa sembrare appena rientrata da un beach party.
“Scusa cara ma che chai d’accenne? Cho tutto rotto, l’accendino scarico, l’accendisigari che nun funziona… sto a sbroccà”.
Ovviamente l’accendino rosa che hai predisposto per la macchina è sparito, arraffi la borsa piena di documenti minacciosi di refusi, hard disk, pochette turche, lucidalabbra appiccicosi.
Ovviamente il semaforo nel frattempo si fa rosso.
Guardi il tuo mozzicone quasi finito, che sai di aver acceso troppo presto.
“Tieni usa questa, tanto è finita”.
“Grazie, grazie tanto bella è, sciao sciao buona giornata”.
Sì, dopo tutto è stata una buona giornata.
Il mondo è dei furbi
Poi ci sono quei giorni in cui ti sembra che i denti da latte ti siano caduti ieri.
Ovviamente, non per via di una sensazione di neonata gioventù.
Winnie Pooh non esiste
La storia dell’orsa Daniza è di una tristezza unica. È una storia vergognosa, di rabbia, cattiveria, stupidità e di solita incompetenza e approssimatezza italiana.
Forse non tutti sanno che gli orsi sono quanto di più lontano dal mito, che tanto io ho amato, dell’orsetto cicciotto mangiatore di miele e amico di maiali e asini. Gli orsi, all’occorrenza, asini e maiali se li mangiano pure. Ma non perché sono cattivi o aggressivi, semplicemente perché sono orsi. E questo vale ancor di più se sono mamme orse che devono nutrire i propri cuccioli.
Allora se ogni discorso e diritto vale per mamme e cuccioli umani, perché non deve valere lo stesso per gli animali.
Soprattutto, perché dobbiamo far venire gli animali appositamente da altri posti del mondo, se poi dobbiamo ucciderli?
Credo che la domanda da porsi, o meglio, che era da porsi, da parte delle autorità soprattutto regionali in questo caso, sia – come sempre – cosa vogliamo? Qual è il nostro obiettivo?
Vogliamo fare parchi fighi e muovere le leve del turismo richiamando raccoglitori di funghi da ogni dove, o ripopolare i boschi dei loro legittimi abitanti? No perché sono due obiettivi diversi, ciascuno dignitoso, ma che semplicemente non possono convivere. Se voglio che il bosco sia meta di famiglie e forestieri che bivacchino nei week-end (magari col rischio di sporcare, causare incendi, inquinare… ma questo è un altro discorso) e impavidi del pericolo perché, cosa vuoi che mi faccia un orsetto, si appostino dietro gli alberi con prole al seguito, evitiamo di mettere nello stesso posto animali che, per natura, sono “aggressivi”.
Se invece vogliamo fare davvero qualcosa per gli animali, vogliamo tutelarli e intervenire sul fenomeno dell’estinzione, dobbiamo restituirgli i loro habitat, e che siano solo a loro disposizione. Che siano liberi di cacciare, se hanno bisogno di nutrirsi, che siano liberi di girare senza incontrare esseri “pericolosi” per la loro incolumità: gli uomini.
Non si può decidere di abbattere un orso perché… aggressivo. Perché si sbrana qualche pecora (pecore che magari erano destinate a diventar ghiotti arrosticini). La pena di morte, per fortuna, in questo paese non esiste. Non deve esistere per nessuna specie. E per quanto errare sia umano (appunto), risulta alquanto difficile da accettare che, fatalmente, ci sia stato un errore nel dosaggio del medicinale che avrebbe dovuto solamente “sedare” Daniza (chissà poi perché) e non ucciderla.
Che gli altri poi pensino che i problemi son ben altri, che le emergenze siano altre, che continuino a credere che l’indecenza in cui viviamo non abbia niente a che vedere con questioni di umanità, intelligenza, competenza e rispetto. Che continuino a credere che siano solo i soldi a risolvere tutto.
Ciao piccola grande Daniza.
