È bello risentire vecchi amici. Anche con messaggi, anche con Facebook. È bello riallacciare legami con chi ha percorso un pezzo di strada insieme a te, prima che il sentiero si dividesse. E vi dividesse. È sempre bello quando qualcuno, nonostante tutto, si ricorda ancora di te.
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Let’s shop
L’aver scoperto navigando nel sito di una di queste blogger super fashion, che Macys, il grande store americano, ha un e-commerce che spedisce senza problemi anche in Italia, ha davvero dato un senso, nonché destabilizzato, questa insulsa giornata.
Tra l’altro, ho scoperto anche che, tramite un complesso metodo che devo studiarmi, è possibile acquistare anche da Century 21, il tempio dove ho lasciato cuore, occhi, bava e portafogli a NY.
Però, comunque, che due palle lo shopping on-line.
Ci vuole un fisico d’annata
Dopo anni di più o meno assidua frequentazione, osservazione e studio ho capito qual è la categoria che più odio in palestra. Non le super fiche dal fisico perfetto, l’addome a tavola, il trucco intatto e mai un capello fuori posto. Con loro non c’è proprio partita, inutile intavolare un discorso. Ma sono le vecchie. Quelle signore pensionate o benestanti, insomma che non lavorano e si barricano giorno e notte in palestra. Quelle mezze lampadate, o che comunque col primo sole d’aprile stanno già in prima fila a Fregene per sfoggiare un anno di sforzi. La pelle super tirata, il capello fatto, ori e monili, completini sempre abbinati a gadget di qualche rinomato centro termale, creme rassodanti a litrate. Conoscono tutti gli insegnanti, le sequenze degli esercizi. Non ne sbagliano o saltano uno.
E sono impeccabili. Non sono mai in ritardo, le prime file sono sempre le loro. Madame di ferro. Prugne rinsecchite e che, però, mi danno sette piste mentre all’angolo in fondo mi barcameno col Pilates, di cui sono al livello meno zero: ossia capire come cavolo si inspira ed espira lentamente ma nel frattempo facendo almeno 20 ripetizioni di addominali, abduttori e glutei. Amen.
Tu chiamale se vuoi, letture
“Un bel libro Marcus non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che lo hanno preceduto. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.”
Joel Dicker – La verità sul caso Harry Quebert
È proprio così, io mi sento così dopo aver finito ogni libro. Sì, per fortuna mi capita spesso. Forse, nel tempo, sono diventata più brava a capire cosa mi piace o di cosa ho bisogno in determinati momenti. Avventura, amore, romanticismo, dramma, ispirazione, paura, trepidazione, suspance, sogno. Beh, soprattutto questo, dovrebbe esserci sempre.
Il caso Harry Quebert è uno di quei libri che ti inchiodano, non tanto per la forma, anzi, e neanche troppo per il messaggio o per la morale, ma è sicuramente la trama e quelle molliche – miriadi – di pane che lo scrittore ha sapientemente dosato nel suo percorso che non ti saziano mai e non riesci a dire basta.
Tutto sommato non è un giallo banale, volendo per noi aspiranti scrittori offre anche diversi spunti metodologici. È prolisso e a volte ripetitivo e sconclusionato, ma ti inchioda. E dopo quasi 700 pagine ti affezioni. Eccome. E quindi dopo una corsa matta e disperatissima per scoprire la verità (perché nonostante sia un’amante dei gialli e divoratrice di crimal drama, sono una pippa a scoprire chi è il cattivo) prima ancora di arrivare a leggere queste righe sentivo montare esattamente questo sentimento. Di melliflua malinconia. È il piacere dell’attesa, che quando poi si materializza, dopo la pancia piena, fa tornare l’acquolina, specie ricordando il gusto e il sapore piacevole della scorpacciata.
Senti quel pizzicore ancora, ritorni su alcune pagine, su passaggi, e ti sembra un tradimento passare già a qualcos’altro.
Ed è questo forse ciò che più amo della lettura, posso estremizzare nel dire che leggo aspettando questo momento, questa sensazione. Che è un po’ come rivivere sempre un primo appuntamento, con impressi quei ricordi che, ne bene o nel male, non ti lasciano più.
Rieccoci
Siete contenti che, anche questo Natale, ve lo siete levati dalle palle eh? Contenti voi. Vacanze finite, diete imminenti, rientri a lavoro traumatici, luci spente, carta regalo nella spazzatura, alberi e decorazioni colorate in soffitta. Contenti voi.
A me come sempre dispiace, quest’anno complice sicuramente un bellissimo viaggio, ho avuto poco modo di fare la turista per Roma e, ad esempio, vedere la nuova veste ripulita di Piazza Navona, e me n’è dispiaciuto assai. Inoltre quest’anno non sono neanche riuscita ad organizzare una fatidica serata di giochi e leccornie a casa e anche di questo mi rattristo. Il tempo sfugge sempre e la stanchezza era davvero ad altissimi livelli.
Io, come al solito al rientro da ogni vacanza, non sono mai sufficientemente pronta a ricominciare. Dei vari buoni propositi che ho letto in giro, ho deciso di sposare appieno la filosofia proposta da Oliver Burkeman su Internazionale.
Primo, voglio riprendere a meditare. E’ incredibile, per una serie di motivi diversi, come il periodo dello yoga sia stato uno dei momenti, fisici e mentali, migliori della mia vita. Tante energie e forza di volontà. La vita mi ha allontanata, soprattutto dal mio grande insegnante, l’unico con cui mi fidi a fare yoga. Ma per meditare possiamo essere tutti capaci anche da soli e voglio riprovarci.
In secondo, le rinunce. Ah sì. Quanto più ci subissiamo di attività e compiti e lasciarli in sospeso è quanto di più frustrante. A cosa voglio riunciare? Voglio cercare di essere meno social. Sì lo so che vado anche contro parte del mio lavoro, ma questa vita appesa al pubblico, alla condivisione, al bisogno di conferme, al commento minuto per minuto, alla tuttologia, al prezzemolismo, al non voler e poter mai rimanere indietro, mi ha esasperata. Che non significa più privacy, non ho nulla da nascondere, ma significa godersi un film senza un telefonino in mano, vivere la propria vita senza bisogno di sapere per forza cosa fanno gli altri, senza voler riallacciare contatti con gente perduta nel tempo, che è solo un naufragar continuo nel mare della nostalgia, dei se fosse e avrei potuto. E fa male.
E rinunciare sì, mio malgrado, anche alla fotografia. Dove per fotografia intendo lavoro. Non si possono fare mille lavori per campare (per quanto per l’attuale momento economico sia spesso una necessità) perché si rischia di fare tutto male e in modo approssimativo. Rinuncio a qualche “sfizio” pur di godermi un po’ di più le gioie di questo strumento. Almeno per il momento, ho bisogno di una pausa. Di non rincorrere eventi fichi, vendibili, di non aggiornare portfoli, misure, lavorazioni, di non seguire per forza ciò che va o che non va. Tornare ad essere anche una semplice spettatrice.
Perché a che cosa non posso rinunciare? A lavorare, al WSP, alla mia famiglia, a Holghina, allo sport, a leggere, al cinema e alle serie Tv, agli amici, allo scrivere, alla musica, ai piccoli viaggi, alla mia casa e al mio mondo.
E per quanto riguarda l’essere meno severi con se stessi… sì, esser più indulgenti, concederci la possibilità di sbagliare, soprattutto pensare che niente è insostituibile, niente è definitivo e tutto, davvero tutto, anche se con tempi diversi, si risolve. O non permettere che siano gli altri a decidere per me, a giudicare per me, a farmi sentire come vogliono loro.
Ecco, dovrei essere più severa con gli altri, quello sì.
Cambio di stagione
Alla fine pare che il freddo sia arrivato. Come sempre tutto d’un fiato e tutto d’un colpo. Il giorno prima ancora in maglietta, il giorno dopo a battere le brocchette. Soprattutto a casa e in ufficio, dato che in questo periodo borderline i riscaldamenti ancora non si accendono e la temperatura interna è verosimilmente più bassa di quella esterna.
Ieri c’è stato anche il cambio d’ora. Un cambio svolta per me, che in queste settimane di stanchezza, sono riuscita a recuperare un sacco di forze e sonno.
Torna quel periodo dell’anno in cui esci dall’ufficio con buio pesto, freddo e hai solo voglia di andarti a buttare sotto il piumone abbracciata al pile. Torna il periodo in cui ti odi di più per esser fumatrice, a congelarti dalla testa ai piedi per il tuo maledetto vizio.
Ma torna anche il periodo degli stivali e dell’abbigliamento invernale, delle tisane bollenti, dei capelli che tornano lisci e un po’ meno crespi, delle caramelle per la gola, delle castagne, della pizza di mamma e delle cose buone al forno.
Eppure quest’anno l’inverno mi lascia più fredda del solito, e non mi sento ancora pronta. Pronta a chiudermi di nuovo in casa, a stringermi in maglioni pizzicosi, in cappotti voluminosi, calzamaglie strette.
Ché il cambio di stagione, spesso, non è solo una questione di meteo, bensì e per lo più di testa.
Ecco, la mia testa è rimasta in vacanza.
Let’s celebrate!
Certo il mio lavoro è un’ansia e un esame continuo, ma che soddisfazione quando il direttore di uno noto quotidiano cambia solo un punto della lettera di presentazione che hai scritto tu al suo posto e neanche una virgola di tutto il resto.
Del resto, i giornalisti non usano punti alla fine dei titoli. Mica come noi copywater…
E, poi come dice pure il cinico:
“Oh ma sto giornale lo leggerà pure Obama!”
Tra l’altro, tra il serio e il faceto, pensavo proprio oggi che in questo periodo “festeggio” i dieci anni di ingresso nel fantastico mondo del lavoro e della contribuzione inpese (di sangue e sudore suprattutto). Che poi in 10 anni ho fatto 10 lavori diversi, son quisquiglie.
Quindi, per sempre sia lodato…
Farmadipendente
Ma sono l’unica che trova la farmacia un luogo sacro dello shopping? No perché tralasciando, vabbè, l’aspetto meramente salutistico a cui fortunamente ricorro saltuariamente, il resto per me è puro godimento. Oramai molte farmacie sono un vero e proprio tempio di bellezza e benessere. E sono anche un po’ pericolose per le tasche, perché ti senti al sicuro e in qualche modo autorizzata a spendere! E che fai non te lo compri quel bagnoschiuma o quella crema in offerta, che si sa sono buone qui… o il trucco, costa moolto meno che in profumeria e dai, sarà certamente migliore! Poi appunto, siccome uno non ci va con la frequenza di un supermercato, che fai… chissà quando ci ricapitoo, poi le offerte finisconoo e via… La farmacia dove vado spesso io poi ha una super tessera punti… che fai non ci vai quando i punti sono doppi, c’è il 10% di sconto (che spesso equivale manco a un euro) e puoi prenderti quelle tazzine super fighe dando una piiccola differenza? Sti cazzi se poi magari tra un mese ti accorgi che non sai che fartene e devi imbarcati verso il Mercatino. Poi sei lì alla cassa, ti fai mentalmente due conti e pensi che tutto sommato le pasticche che dovevi realmente prendere magari rovistando in qualche borsa ancora le trovi. E se no, ci tornerai, yeah! E cosa dire di quando la tua non ha quel farmaco crema e allora no che fai, lo ordini, meglio girare per altre, sia mai che trovi altre offerte, altre cose, altri campioncini. Insomma due cose dovevo prendere in questi giorni e ne sono uscita con due pacchi di vitamine “donna” che stavano 1+1, idem per la Valeriana, tanto si sa che uno si stressa, una maschera per capelli, un nuovo detergente intimo, una crema corpo che regalava pure lo scrub, una crema viso che avevo già ma che regalava lo struccante, una crema in sostituzione di quella che mi serviva ma che ho comunque ordinato. Stavo per prendere anche le supradyn a orsacchiotto modello carammella gommosa… Ma ho optato per le liquirizie. Sicché domani dovrò tornarci! Aiutatemi!
Again
Sicché, as usual, è arrivato anzi, tornato, il momento del rientro. Di per sé non tutto il male vien per nuocere, non mi dispiace tornare alla mia vita di sempre, alle mie cose, agli amici, al pensare all’avvicinarsi dell’autunno, ai corpi che si rivestono, al non vedere più tutte le persone più abbronzate di me o foto esotiche da vacanze in capo al mondo. Per questo ci vorrà ancora un po’… si torna presto in ufficio e le prossime vacanze sono così lontane. Perché questo è il vero lato brutto, la fine della vacanza, come viaggio e come stato mentale. Tornare alle responsabilità, al lavoro anzi, ai lavori, al vivere faticosamente la città e le giornate tra gli impegni, tra gli stralci che rimangono dopo le responsabilità.
Non so se sono pronta al nuovo anno, del resto non lo sono mai, e quest’anno ho l’impressione che sia più faticoso e difficile.
Le mie vacanze sono state belle, il viaggio nei Balcani si è rivelato ben al di sopra delle aspettative e la compagnia è stata complice nell’amplificare ogni sensazione e ogni ricordo. Come al solito son tornata carica di giga di emozioni e nuove scoperte, che non so ancora se saranno in grado di raccontare al meglio le atmosfere di quei giorni, di quei posti, così diversi tra loro. Ma come sempre, è stato bello provarci.
Ora mi godo queste ultime ore di libertà, a ridosso dei festeggiamenti del mio nuovo anno. Sono davvero grande, ormai, sarà forse per questo che mi sento più malinconica del solito.
Accidiamente
Insomma ogni tanto su facebook scopro l’esistenza di locali e posti nuovi a Roma, all’apparenza fighissimi, dove non solo non sono mai stata ma di cui non ho neanche mai lontanamente sentito parlare. In più, la maggior parte di questi “suggerimenti” nascono proprio dal fatto che molte persone a me vicine ci sono state, per non dire che son frequentatori abituali.
Ogni tanto allora mi sale un po’ di sconforto, al pensiero di quanti luoghi e quante realtà in questa città tentacolare mi rimangono estranei. Quanto potenziale non visto, non vissuto. Ed è troppo facile nascondersi dietro il mignolo del poco tempo, perché di certo anche queste persone più “viveur” di me non si grattano la panza da mattina a sera. Per quanto forse, a mia discolpa, mi dico sempre che 10 mesi su 12 ho praticamente il 90% dei miei week-end impegnati a lavorare, e quelli che riesco a guadagnarmi se posso preferisco trascorrerli diversi chilometri aerei lontana dal G.R.A.
Per cui mi chiedo quanti confini ci costruiamo senza rendercene conto e prima ancora di sentirci poi chiusi e oppressi sempre negli stessi posti, sempre nelle stessa routine.
Questa è un’estate un po’ strana, sarà il tempo, saranno i 35 che si avvicinano ma a volte ho l’impressione di esser incollata da ore interminabili alla fermata di un tram fantasma, perché tutti quelli che continuano a passare davanti mi sembrano sempre troppo pieni o terribilmente vuoti.
Esco scarica dal lavoro e di questa estate romana sto assaporando ben poco, sento un rumore soffuso in lontananza, che neanche mi attira più di tanto.
Mancano soli 10 giorni alla partenza, sempre troppo a ridosso del primo giorno di ferie e per quanto non veda l’ora ho come l’impressione di non aver reso giustizia alla mia città, di averla trascurata e snobbata in luogo di quella circe malefica chiamata accidia.
Nell’estate più fredda e ideale di tutti i tempi, mi manca l’inverno.