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Una lunga estate crudele

In omaggio ad una delle simpatiche serie che amo leggere soprattutto in questa stagione, questa estate sembra non finire mai e ogni giorno, ogni grado che si innalza nel termometro, è un macigno di portare avanti manco fossi una Sisifo dei giorni nostri.
Forse ho rimosso i mesi della gravidanza, e non credo, ma quest’anno il caldo è davvero opprimente e rende tutto ancora più faticoso. Sarà tutto il nuovo anno in tre sulle spalle, ma quest’anno le vacanze, posticipate di una settimana, sembrano non arrivare mai. Ancora 12 lunghissimi giorni di corse ad ostacoli tra un ultimo brief e l’altro, ad anticipare l’anticipabile, una folle corsa a chi può lavarsene prima le mani.

La piccola Vittoria non è ancora mai andata al male e ovviamente, come tutte le madri da manuale, mi sento in colpa. Non tanto perché, aimè, a luglio oramai si lavora sempre e qui fa sempre più caldo ed è troppo piccola ancora per lasciarla un mese intero sola al mare con i nonni, ma perché forse nel fine settimana dovrei fare uno sforzo in più ma il caldo, di cui sopra, il traffico, il problema di dividere case piccole con mille parenti, ci hanno piazzato in pianta stabile a Roma. E quando potevamo partire, come da manuale, è stata male lei.

Sarà l’ennesima estate in cui fallirò la prova costume, più che mai e nonostante una folle ultima corsa alla perdita di qualche chilo nutrendomi di orride barrette pesoforma a pranzo, per poi comunque sfondarmi di aperitivi la sera. Perché in questa crudeltà quest’anno ci concediamo più piccole uscite preserali, principalmente nel quartiere, per evitare di accendere fornelli e per la poca pochissima voglia di cucinare.

È l’estate in cui sono più cadaverica dell’inverno, perché sono riuscita ad andare in piscina sì e no due volte e infatti la tentazione di ricorrere alle lampade, anche per non ustionarmi in quei soliti 4-5 giorni di mare che farò, è tanta.

È l’estate in cui ricomincerò a fumare… perché sono ansiosa, stanca, annoiata, nervosa, preoccupata e tentata e ho talmente tante cose da dover fare bene che quando è così una cazzata la devo fare sempre. Vedremo.

È l’estate senza serie tv e maratone, perché sono talmente stanca la sera che appena Vic si addormenta, quasi seguo a ruota ma è anche l’estate in cui ho ripreso a sentire un sacco di musica.

È l’estate in cui compirò 40 anni, aimè anche qui, e si sapeva e tanto non cambia niente perché oramai mi sento vecchia dentro ed è tutto in declino. Sic.

È l’estate in cui riabbraccerò l’est e riprenderò in mano una macchinetta fotografica.

È l’estate che anticipa un grande cambiamento, drastico, spaventoso ma bellissimo e che forse tutto sommato non vedo l’ora che finisca proprio per ricominciare (da dove avevo lasciato, in fondo…).

Ma soprattutto è la prima estate con mia figlia, ed è davvero crudele che, al 24 luglio, ancora non sia riuscita a godermela fino in fondo, in vacanza e senza pensieri, solo con lei.

Just a little patience

Pazienza. Sii paziente Anais è il mantra che sto cercando di ripetermi da circa 9 mesi (ma forse anche 10/11 se contiamo gli ultimi mesi di gravidanza con 40 gradi a Roma), praticamente ogni giorno, ogni ora, ogni momento, purtroppo non sempre con i risultati sperati.

Sii paziente Anais. Me lo ripeto ogni volta che salgo sulla bilancia e quei chili in più restano sempre appesi. Nonostante cerchi di farci attenzione, nonostante non sia sta gran forchetta, nonostante non mi fermi mai e ho l’impressione che dovrei starne 5 sotto, di chili, quelli sono lì. Sii paziente mi dico, nonostante amiche che hanno partorito anche dopo siano già belle longilinee e anche più magre di prima.

Sii paziente Anais che se ti impegni riesci, mi ripeto ogni volta che invece penso di mollare e allora mangio e bevo come non ci fosse un domani. Sii paziente e fregatene allora, perché arriverà il momento che sentirai da sola quello che sarà meglio per te.

Sii paziente, ogni volta che provo a indossare qualche abito o pantalone nell’armadio, anche quelli che un tempo non potevo più mettere perché fin troppo larghi e invece devo ripiegare su quelle poche 4 cose in croce che mi vanno, tra cui 3 dell’era premaman.

Sii paziente Anais, ogni volta che vedi amiche e conoscenti già belle abbronzate e dai fisici torniti dalla palestra, palestra che tu stai pagano (x te e per tuo marito…) da 3 mesi avendoci messo piede 3 volte.

Sii paziente Anais quando ti fanno inviti improponibili che devi declinare cerando di essere gentile e non far notare “ma come ti viene in mente”.

Sii paziente Anais quando arrivi a fine settimana e vorresti sprofondare 24 ore nel letto ma i venerdì stanno tornando ad essere più affollati di prima e non cela fai ma devi farcela. Sii paziente, prima o poi ti abituerai a lavorare il triplo, datti tempo.

Sii paziente quando devi sentire mille galli e cornacchie che cantano e vorresti solo silenzio. Sii paziente prima di alzare la voce, prima di sbattere porte e telefoni.

Sii paziente quando ti fai dei programmi che praticamente ogni giorno vengono ribaltati. Quando conti di poter uscire ad un’ora ma tutte le riunioni del mondo sono sempre convocate a quell’ora, soprattutto quando hai dormito solo 4 ore o sei sveglia dalle 4 del mattino.

Sii paziente quando non sai né vuoi rinunciare a  nulla, prima o poi capirai quale zavorra buttare fuori dalla barca.

Sii paziente Anais, quando sei stanchissima, hai la testa che scoppia, il sonno che ti chiude gli occhi ma tua figlia ha deciso che quella sera non le va di dormire.  Sii paziente sempre, perché lo sai, hai imparato che se non sei paziente poi è peggio e i 5 minuti per riaddormentarsi diventeranno 10, 20, 2 ore.

Sii paziente quando il tuo corpo ancora non lo riconosci, quando a 9 mesi di distanza le ferite si riaprono, i seni sono ancora pieni, tutto fa ancora troppo male e niente dà l’idea che si possa tornare a un seppur minimo equilibrio ormonale. Sii paziente Anais, ci vuole almeno un anno dai, ma un anno è tra due mesi, e vabbè.

Sii paziente anziché incazzarti quanto ti senti di essere trattata in maniera diversa da quando sei mamma oppure ti trattano allo stesso modo e non si rendono conto che però sei mamma. Insomma non sai neanche te come vuoi che ti trattino, sii paziente, lo capirai. O forse lo capiranno.

Sii paziente perché il mondo continua a girare anche se ti senti impalata o la tua testa e i tuoi pensieri ora girano solo intorno ad una persona o un argomento. Sii paziente, prima o poi tornerai a parlare anche di tante altre cazzate.

Sii paziente Anais, perché se di tutto quello che hai fatto sino ad ora non ti frega più nulla, ti senti continuamente fuori posto, disinteressata e poco interessante. Vedrai che è un momento, ti abituerai a questo tuo stato di trasparenza a cui probabilmente sono oramai abituate tutte le mamme del mondo.

Sii paziente Anais che prima o poi tutto tornerà a posto oppure tu riuscirai a trovare il tuo posto in tutto questo nuovo disordine ordinato.

Sii paziente Anais ma soprattutto sii paziente con Vittoria, che è l’unica per cui ne vale la pena.

Cccccchanges

Quando ti capita di vivere grandi cambiamenti nella vita, un cambio lavoro, cambio città, cambio compagno o, come nel mio caso, quasi un cambio “status”, ti rendi conto come a corredo, cambino anche tutte le piccole cose che ruotano intorno a te o a quell’evento e anche equilibri che pensavi consolidati da anni, improvvisamente iniziano a vacillare.

E lì arriva la sfida che sta a te accettare o meno o decidere come viverla. Sei una persona a cui i cambiamenti piacciono e vivi ogni diversità come nuova opportunità oppure fai fatica ad abituarti?
Io onestamente ancora non capisco in quale schiera collocarmi. In passato ad esempio, quando ho cambiato drasticamente lavoro devo ammettere che non ho avuto grandissime difficoltà a prendere questa decisione ma abituarmi al nuovo lavoro nonché al nuovo ambiente non è stato subito facile. Ecco forse io ho più problemi con le persone rispetto alla pratica di una attività, per quanto conoscere bene un lavoro o una professione può essere noioso ma anche molto rassicurante.
Pensiamo a come la fotografia digitale abbia stravolto tutto il mondo della fotografia, internet il mondo della tecnologia digitale, il cellulare il modo di stare in contatto, sti male/benedetti social il mondo della comunicazione (e delle relazioni).

Ogni piccolo ecosistema ha le sue regole, scritte o non scritte e ogni cambiamento provoca piccole e grandi scosse che a volte non sono neanche percepite, in altri casi necessitano giorni, mesi o anni per assestamenti. Talvolta non ci si riesce più ad assestare, crolla un po’ tutto allora forse vale più la pena buttare giù tutto che provare a reggere con precarie stampelle.

Il cambiamento è una leva fondamentale nella vita altrimenti non ci sarebbe evoluzione e crescita per nessuno. Ma io spesso faccio davvero fatica e in questo mi faccio un po’ tenerezza. Ci sono “cose”, abitudini, luoghi, rituali, comportamenti a cui mi affeziono o aggrappo con forza e vederli doverli cambiare mi fa destabilizza, a volte così tanto che non mi riprendo più, o molto difficilmente.

Ora è uno di quei momenti in cui nella mia vita stanno cambiando un sacco di cose. Molte già, altre lo staranno per fare. L’arrivo di un figlio, lo so sono banale, ma si porta dietro una valanga di cambiamenti che a mio avviso sono troppi anche per chi è abituato, figurarsi per una come me.

Cambi tu, il tuo corpo, i tuoi bisogni, i bioritmi, le priorità. Cambia la vita di coppia, la vita nelle famiglie coinvolte, i rapporti con gli amici, con i colleghi, con il lavoro. Ti sembra di esserti allontanata solo per pochi mesi eppure sono sufficienti per far sì che tutto un micro universo attorno a te cambi e tu, già provata dal particolare momento storico che stai vivendo, dalla stanchezza, dal sonno, dal sentirsi diversa, arranchi a stare dietro a tutto.  A volte ci vuole una vita per cambiare tutto, e forse non basta neanche quella, a volte pochi mesi e niente sarà più come prima. Tu non sarai più come prima.
All’improvviso sembri quasi trasparente per alcune cose, troppo ingombrante per altre, o come ti muovi, ti muovi male.
Tutto sta a capire se va bene così.

Loading mum

Un altro weekend casalingo, pioggia in sottofondo, tappeti che crescono, giochi e cuscini sparsi un po’ ovunque, TV fissa su top crime (finché si può) in attesa della nuova maratona Senza traccia, Holga che ogni tanto abbaia alle ombre e ci fa prendere colpi a tutti.

Nelle due ore di pausa che mia figlia mi ha concesso, vero regalo per questa prima festa della mamma, si susseguono i pensieri e nuove canzoni da una tracklist Indie Folk Spotify.

Domani ricomincierà un’altra settimana e il nervosismo (da denti?) di questi giorni lascia presagire che sarà dura. Che non è neanche più tanto la stanchezza fisica, infinita, e il sonno… è la stanchezza di continuare a reiterare gli stessi errori, le stesse fobie, le stesse scelte sbagliate.

L’idea ultimamente di sentirsi sempre fuori posto o nel posto sbagliato, di perdere tempo prezioso che non tornerà più.

Sto perdendo un sacco di tempo, già ne ho perso e sprecato tanto e alla soglia dei 40 anni, pensa un po’, mi sono stufata e voglio tornare bambina.

Guardo la mia bambina, con cui già sto sbagliando ogni giorno che passa, e penso che voglio essere una persona diversa anche per lei. Voglio insegnarle a saper prendere decisioni, che a me non lo hanno insegnato proprio bene.

Voglio condividere con lei il coraggio che porta con sé una sensazione bellissima, quella di potersi sentire libere. Voglio che si senta libera di poter fare ed essere tutto ciò che vuole. E voglio darle il buon esempio.

Ancora un po’ di pazienza, ma ci sto arrivando.

Angelo delle ragazze fortissime che accolgono le sfide con coraggio e della fortuna che sorride a chi ha voglia di tentare, scoprire ed amare

Nessuno mi può giudicare, soprattutto tu

Oggi voglio parlarvi di un fenomeno molto diffuso e piacevole come una verruca ad agosto: i consiglieri molesti. Categorie molto facile da incontrare già nella vita di tutti i giorni, ma che pare dare il meglio di sé nei confronti delle neo mamme.

Se poi si tratta di neo mamme inesperte, insicure è particolarmente influenzabili, tipo la sottoscritta, gli effetti possono essere più devastanti di un pedicello ripetutamente spremuto male.

Badate bene che non parlo di consigli in generale, magari quelli più pratici di cui abbiamo fortemente bisogno, ma di quelle affermazioni-verità, sillogismi inconfutabili, dall’alto dell’esperienza di mamma a volte anche di pochi mesi, che instillano in noi, giorno dopo giorno, notte insonne dopo notte insonne, il dubbio di compiere errori nefasti e irreparabili.

Uno su tutti? Non far dormire il piccolo nel lettone o non farlo addormentare in braccio, pena la condanna ad avercelo nel letto o attaccato alla gonnella fino a 30 anni. Fantastico quando poi queste affermazioni sono fatte dai papà ma loro è più facili ignorarli. Ma le mamme che lo dicono, che per noi mamme sono le detentrici assolute del sapere, beh loro feriscono sempre un po’.

Il bello poi è che queste affermazioni provengono da chi ha avuto bambini che da subito hanno imparato a dormire da soli – pertanto mi chiedo perché debbano parlare per non esperienza diretta, visto che il figlio con loro non ha dormito mai – o che hanno avuto la fortuna di avere bambini che da subito hanno iniziato a dormire normalmente, anche 7/8 ore di fila e quindi non hanno idea di cosa voglia dire non dormire affatto notti dopo notti o svegliarsi ripetutamente senza riuscire a riposare mai.

Ci sono poi giorni in cui tutto sembra andare storto, ogni cosa un pianto… dal vestirsi al lavarsi al mangiare, figurarsi al dormire o all’uscire, che sentirsi anche dire che poi verrà di peggio, non aiuta. Che sentirsi dire che dovresti fare in modo diverso o migliore, non aiuta. Che espressioni o sghignazzi o sospiri o frasi tipo benvenuta nel club, non aiutano.

Aiuterebbero abbracci, risate, bugie e bicchieri di vino come una volta e meno giudizi, velati o meno.

 

Prima o poi

Prima o poi, perderò questi fastidiosi chili in più, che non so neanche più se siano dovuti alla gravidanza o al nervosismo del momento.

La pancia si sgonfierà un po’, riuscirò a tornare in palestra, anche poche volte, e fare gli addominali non sarà più così ostico e doloroso.

Il seno, forse, tornerà alla mia taglia o quantomeno eviterà di cambiare continuamente taglia tra sera e mattina. E tornerò ad indossare una biancheria normale, forse anche vagamente sexy.

Le occhiaie ritorneranno a livelli normali, il colorito sarà meno grigio, i capelli ricresceranno, sì anche quelli bianchi, e saranno più gestibili. Non c’è niente a cui una coda non possa dar rimedio.

I pantaloni stringeranno meno, qualche giacca tornerà a richiudersi ed io, forse, tornerò a non sentirmi così goffa o così gonfia un po’ ovunque, mani, piedi, braccia… viso.

Prima o poi riprenderò un aereo o la macchina per più di un breve tragitto.

Tornerò a fare foto che non siano solo primi piani di guanciotte, piedini e manine a salsiccia.

Forse smetterò di spendere un patrimonio in farmacia, tra medicine e cure per l’umore e le occhiaie catatoniche tipo creme cremine e cremette.

Il mio umore si stabilizzerà ed eviterò di fare scenate per un bicchiere d’acqua caduto sul tavolo o un granello di polvere sotto le ciabatte. (spero).

Ma il sonno, tutte queste ore di sonno perso, non torneranno più. Così come forse la possibilità di tornare a riposare. Sic.

L’equilibrio del (tira)latte

È iniziata per me la fase II, quella della mamma equilibrista che torna a lavoro (troppo presto). Un equilibrio fatto di incastri che probabilmente non finirà mai ma che, specie all’inizio e per una neomamma, è molto difficile costruire.
Tornare a lavoro a scarsi 4 mesi dal parto è disumano ed è decisamente troppo presto, inutile quindi aggiungersi alla lunga coda delle mamme che rivendicano la necessità di prolungare la maternità almeno fino ai 6 mesi e se si allatta ancora le 2 ore concesse per legge sono briciole, specie se si lavora a distanza da casa.

Al di là dell’OMS che raccomanda allattamento esclusivo fino a 6 mesi, per quanto mi riguarda è più o meno dai 4 mesi che ho iniziato a capirci qualcosa con mia figlia e neanche ho fatto in tempo a “godermela” un po’ che sono dovuta repentinamente tornare alla mia vecchia vita, lasciare tuta, felponi e faccia acqua e sapone e rimettermi in pista, stretta in camicie e pantolini che tirano un po’ da tutte le parti e ricoperta di (inutili) quintali di fondotinta e copri occhiaie per tornare (a sembrare di) essere pronta, pimpante e performante.
E infatti il mio primo giorno di lavoro sono scoppiata subito a piangere.

Quindi oltre alla mamma che non si sente ancora pronta a lasciare la sua bambina c’è anche la donna che non si sente ancora pronta a ritornare alla vita di tutti i giorni. E sebbene sotto sotto si abbia voglia di abbandonare quella rigida routine fatta solo di poppate, ninne e cambi pannolino in cui è chiusa da mesi, dall’altra i postumi del parto e le conseguenze dell’allattamento ancora in corso si vedono e sentono e dire che non si è a proprio agio tra gli altri, soprattutto tra le altre donne, è un eufemismo.

Diventa quindi tutto un fragile equilibrio di calcolo di tempi e orari fra una poppata e l’altra, per cercare di saltarne il meno possibile perché poi il seno scoppia e perché ancora però non vuoi che il latte sene vada, quindi ti sottoponi a infinite e ripetute sedute di tiralatte in ogni momento possibile, a momenti anche quando sei in bagno, per cercare di raggiungere il quantitativo di almeno un biberon di latte “sano”… fin quando ti rendi conto che è tutta una corsa inutile contro un tempo che prima o poi arriverà e allora “cedi” al latte artificiale.

Quindi, altra cosa con cui le mamme iniziano subito ad avere a che fare, sono i sensi di colpa. Sensi di colpa che una mamma si autoinfligge e sensi di colpa inflitti dalla società, dagli operatori e soprattutto da altre mamme che, volenti o nolenti, si ergono sempre a un livello superiore del tuo. Le mamme che allattano ad oltranza, le mamme che possono o decidono di non tornare a lavoro, le mamme che iniziano a svezzare cucinando tutto bio ed espresso, le mamme che non mandano al nido o mandano subito al nido, le mamme che hanno aiuti e le mamme che fanno tutto da sole. Quando poi ciò che conta è solo come ci si sente e soprattutto ciò che è meglio per sé e per il proprio bimbo, trovando, anche in questo caso, il proprio equilibrio.

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Leggevo questa frase che mi ha colpita e che ritengo decisamente vera. Un po’ delle tante attenzioni che giustamente si dedicano al neonato andrebbero riservate anche alle neomamme perché davvero siamo neonate anche noi e si inizia a capire quello che davvero è un mestiere difficilissimo giorno dopo giorno.
Per me i primi 3-4 mesi con Vittoria sono stati difficilissimi e spiazzanti, non so se perché la bambina è stata particolarmene impegnativa. Diciamo che mi sento di affermare che non è stata tra i neonanti più difficili ma neanche particolarmente angelica… e scusate no, non è vero che tutti i neonati sono difficili perché o davvero la gente mente, e ci sta, ma ci sono anche tanti bimbi che o per un aspetto o per un altro, sono da subito più facili da gestire. Oppure tutti i miei amici hanno avuto bambini angelici. Poi magari “peggioreranno” o anche no, maecco partire in discesa è un pò più semplice che iniziare ad usare il freno a mano quando ancora neanche sai tenere in mano il volante.

Probabilmente molto è da imputare anche a me, troppo stanca o poco paziente per vedere ostacoli enormi anche laddove si trattava di esigenze normali. Forse un ultimo mese di gravidanza un po’ sofferto, soprattutto per il caldo o in generale una gravidanza in cui non mi sono fatta mancare nulla e di certo non ho passato stesa su un divano, ma da subito sono stata sopraffatta da un’enorme stanchezza. Ecco perché, proprio nel momento in cui le cose hanno iniziato a marciare a ritmi più umani, tornare a lavoro è stato per me un gran sacrificio.
Ho comunque la fortuna di lavorare molto vicino a casa, in un ambiente umano e accomodante, che mi permette ancora di giostrarmi gli orari e soprattutto ho il grande aiuto di mia mamma, (e qui molte mammine direbbero che non si fanno i bambini per farli crescere dai nonni!!) diversamente non so se sarei tornata o come avrei fatto.
Ora devo scappare, appena arriverò se la bimba melo concede cercherò di tirarmi un po’ di latte per la sera o per domani, oppure vorrà attaccarsi subito e allora dovrò farlo prima di dormire o invece niente domani artificiale… insomma, è tutto in mano alle tette, e al tiralatte.

Ritorni

E così purtroppo e per fortuna, la prima settimana di rientro a lavoro è terminata. Purtroppo perché ci siamo andati cauti e i lavoroni stanno entrando ora, per fortuna però perché non vedo l’ora di stare di nuovo due giorni con pupi mia, che oggi si è anche vaccinata. E credo sarà sempre così.

In questi giorni ho capito che posso riuscire a tornare a vivere, mio malgrado, senza il riposino pomeridiano, che sono ancora in grado di pensare e scrivere email e documenti nonché inventarmi qualche nome. Sul linguaggio invece dobbiamo ancora lavorare in quanto tra le volte che mi incacchio con mia madre o smadonno in notturna o faccio vocine, ho più difficoltà a formulare frasi articolate. Ecco.

(Ri) Cominciamo

E così domani, dopo (soli) 5 mesi dovrò ritornare a lavoro. Abbandonare momentaneamente i panni di mamma e la tuta in cui sprofondo da mesi, per rindossare scomodi abiti da lavoro ossia pantaloni che stringono e giacche che non si allacciano.

Si ricomincia quindi ma a dire il vero inizia anche un nuovo periodo della mia vita, quello di mamma lavoratrice che spero proprio di riuscire a conciliare, prima o poi.

Sono pronta? Onestamente no, affatto. Sono molto spaventata all’idea di non farcela perché sono ancora esausta (ma penso che oramai lo sarò per sempre) e sinceramente avrei avuto bisogno di più tempo. La bimba è ancora piccina, i ritmi sono ancora tutti sballati e non sono neanche pronta al distacco, a lasciarla, seppure in ottime mani, tante ore senza di me, senza la mamma.

Non ho dormito per giorni prima di questo giorno/ mi sembra ieri in cui iniziavo questo periodo a casa, spaventata all’idea di riposarmi per la prima volta dopo anni. Ma infatti da agosto ad oggi non mi sono aimè fermata mai, fino ad oggi che sono dovuta correre da Ikea e fare scatole per l’ennesima volta.

Non sono neanche tanto pronta a “tornare in pubblico” dopo mesi in cui non ho dovuto curarmi troppo del mio aspetto, del mio vestiario, del mio fisico appesantito e molliccio. Sono abituata a maglie scollate, tute, tette quasi sempre all’aria e ora gran parte delle cose che ho non riesco a vedermele adosso, oltre al fatto che venendomi a mancare un armadio ora ho tutto schiacciato, sgualcito e molte cose addirittura irraggiungibili in soppalco.

Per non parlare delle occhiaie, che mi hanno sempre contraddistinta ma che ora sono incancellabili neanche col miglior trucco e sono poi ora solcate da nuove profonde rughe, aimè, a testimonianza perenne di quanto questo periodo mi abbia fiaccata (ah ma vado dall’estetista prima o poi eh… mi terrò le tette calate ma almeno su questo qualcosa faró!!)

Ad ogni modo, non ho altra scelta. Tutte lo hanno fatto, cela farò anche io, grazie anche all’aiuto notevole che potrò avere a casa ma anche a lavoro. Spero solo che il mio cervello sia ancora in grado di produrre frasi e concetti e non solo latte.

In bocca al lupo a me!

Un anno fa

Un anno fa trascorrevamo una bellissima giornata in Toscana, tra Porto Stefano, Porto Ercole, Capalbio e pranzo a Orbetello.

Eravamo in piena fase – purtroppo o per fortuna durata poco – in cui volevamo diventare Instagram Influecers quindi cercavamo il più possibile di andarcene in giro a fare foto. A Roma e dintorni. È stato un periodo molto bello, al di là dell’espediente dei social.

Qualche avvisaglia c’era, ci giravamo intorno scherzandoci. Io senza saper né leggere né scrivere, quel giorno ho bevuto e soprattutto fumato come se non ci fosse un domani. Lo sapevo, melo sentivo. Da quel giorno poi ho smesso.

Un anno fa sono entrata in una farmacia timida e timorosa come se avessi ancora 20 anni.

Un anno fa la scoperta che le nostre vite sarebbero cambiate per sempre e non saremmo più stati soli.

Sono 4 mesi che ci sei Bubi, un anno che ti abbiamo conosciuto e qualcosa di più che fai parte di me.