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Buona esposizione a tutti

In treno di rientro da Milano, tanta stanchezza anche per dormire, nel silenzio che finalmente alleggia in carrozza dopo l’esodo di una scolaresca, provo a riflettere su questa giornata intensa e campale. Per lavoro mi sono trovata a seguire l’ideazione, la creazione e l’allestimento dello stand di un’associazione in un Padiglione del prossimo Expo. Un lavoro intenso, frenetico ma professionalmente molto stimolante. Per la prima volta mi sono trovata ad interagire, anche se non proprio in prima persona, con un gigante come l’esposizione universale. 

È stato emozionante oggi entrare nel cantiere seppur di corsa e in modo convulso e confuso. Poco tempo, ancora poca organizzazione, poche navette, per paura di perder il treno di rientro ci siamo buttati sotto la tangenziale per tagliare verso Rho. 

È stato scioccante vedere lo stato dell’arte, per quanto lo sospettassi. Per via di questo lavoro ho anche approfondito un po’ la storia di Expo e dell varie porcate all’italiana che hanno inciso e non poco sui ritardi. E allora vien da dire ecco la solita Italia cialtrona, pelandrona, seppure persino a Shangai sia iniziato tutto con padiglioni ancora da costruire.

Però sarà la stanchezza, un’indole bambina, ma tralasciando i discorsi politici, economici, ecologici che non mi sento di approfondire in questa sede, io oggi un po’ di orgoglio italiano un po’ l’ho provato. Ed era tanto che non mi succedeva. Ho visto un sacco di persone, tantissime, a lavoro e migliaia di più ce ne saranno, a lavorare sodo, in modo convulso, con turni massacranti per fare le cose al meglio, per fare del loro meglio. Perché l’Expo sarà una roba enorme e milioni di persone verranno nel nostro Paese. Io spero davvero che le cose vadano bene, auguro un successo. Non voglio essere l’italiana che si autoaugura la sconfitta pur di potersela poi prendere con qualcuno, con la solita politica.

Ammiro le persone normali come me, che nel loro piccolo fanno e hanno fatto di tutto per lavorare al meglio, nonostante le mille difficoltà di un paese malato, di cui noi gente per bene continiuamo ad esser inbattibili anticorpi.

In bocca al lupo a tutti!

  

Diario ungherese

Eccoci di nuovo qui. Lavoro, ritmi serrati, casa, sveglie, pulizie, spesa. Quando parto, in arrivo o al rientro, guardo i miei compagni di  volo e mi chiedo: chi sono? Cosa fanno? Che lavoro hanno, se sono contenti, appagati, se sono felici di partire o più di tornare. Questi giorni me lo sono chiesta anche quando fotografavo decine di giovanotti ungheresi. Bellissimi e fieri nei loro abiti tradizionali, curati in ogni dettaglio, accessorio. Allegri, bravi e orgogliosi delle loro origini e del compito che hanno scelto. Amo il folklore e ammiro davvero quando giovani, adolescenti e ragazzi si impegnano e dedicano il loro tempo a perpetuare antiche tradizioni. C’era qualcosa di forte in loro, un legame intergenerazionale. Che unisce uomini e donne di tutte le età. Mamme che pettinano bambine, sorelle che si intrecciano i capelli a vicenda, per non parlare di amori che sbocciano tra una danza e l’altra. Li ho guardati tanto e anche un po’ invidiati, tra quelle montagne, quei villaggetti curati ed essenziali, pensando alle nostre vite dove ogni ritardo, ogni stupidagine a lavoro o nella vita diventa troppo spesso una tragedia immane. Siete stressati voi? Avete paura di sbagliare, di dimenticare la coreografia o non tenere il passo? O sapete che sempre qualcuno vi sosterrà?

È sempre bello viaggiare, conoscere posti, persone, cibi e usanze nuove e immaginare altre vite e mondi possibili o apprezzare sempre di più la tua. Sono così felice di avere questa curiosità, sono diversa ogni volta che torno. Più grande.

L’Ungheria è un paese fiero. Le persone sono gentili, anche se riservate. Non è Maramures. I paesini che ho visitato sono comuni paesi del nostro entroterra, con porte chiuse, giardini curati ma pochi bambini che giocano in strada. Sono stata a Salogotarjan, una città che porta fiera il suo retaggio sovietico, una cattedrale di cemento che stona tra le colline windows, ma affascinante proprio per questo contrasto. Distese infinite di binari abbandonati e treni minuscoli per viaggiare nel tempo. Qua e là accampamenti di case di legno e roccia. Come quella di Nicolas, la nostra breve guida che fiera de suo poco inglese ci ha raccontato di sé, del suo rap, del suo laghetto putrido da cui pesca pesci grandi e piccoli. Che ha fatto Waow quando ho estratto l’iphone6 per segnare il suo contatto Facebook. Perché sì siamo in Europa, siamo poveri. Ma mai senza dignità. E wi-fi.

Spring is an attitude

È finito un mese piuttosto inutile, per quanto faticoso. Marzo è un mese di passaggio, né inverno né primavera, assolutamente instabile e bipolare, fatto di primi sprazzi di sole e aria di vacanza, da stordimenti grigi, raffiche di vento gelate che di botto ti riportano al momento esatto in cui stavi per aprire un panettone.
Gennaio e febbraio 2015 sono stati due macigni parte di una lunga coda franosa e di cui non si riusciva più a vedere fine.
Marzo mi ha illusa di forza e vigore, sole e solarità, per poi darmi un bello schiaffo e un calcetto nel sedere. Ad ogni modo, è finito anche lui, ed aprile è tutta un’incognita. Quest’anno la bella stagione si fa attendere ma io ne ho un gran bisogno, così me ne frego e ho già pensionato il piumino. Voglio sentirmi leggera, ho bisogno di leggerezza, allegria e cose semplici. I grattacapi e le incazzature degli ultimi mesi hanno portato con loro, di nuovo, dei gran bei mal di testa. Marzo è stato tutto un mal di testa. E oggi che, voglio dirlo a bassa voce, respiro e sospiro senza occhi gonfi e palpebre pesanti, voglio che sia primavera, dentro.
Domani poi si parte e a dire il vero sarà un’altra calata nelle gelide terre dell’est. Troppo alta (o bassa?) sta Pasqua per cui mi sa che il mio spirito primaverile dovrà prendersi una breve pausa, se non vuole buscarsi una polmonite.
E di nuovo gelo sia. E siano aglio, cipolla, stufato, carne speziata, patatine, birre, case di legno, prati e fattorie, donne fiere con rughe e fazzoletti, capelli biondi e grembiuli, hard disk e schede da riempire. Primavera dentro, poi il sole prima o poi, tornerà.

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Un tranquillo weekend di editing

L’after hour wisspino se non altro mi ha permesso di dedicarmi un po’alle mie foto. Che, sempre più oramai, sono di viaggi. Bene, ulteriore stimolo a viaggiare sempre più.
È incredibile comunque come, andando a caso, il mio anzi i miei hard disk siano un concentrato di foto inutili. A volte, riguardandole, mi chiedo e cerco di ricordare cosa avessi mai visto in quella situazione. Anche nelle centinaia di foto turistiche, che insisto a fare nella speranza di stamparle prima o poi e magari chissà, farle vedere ai miei genitori, vado a pizzicare delle robe assurde che… boh!
Se poi avessi sta gran tecnica da poterle rivendere che so, su qualche sito stock e farci due lire, invece hanno sempre quel qualcosa che le rende così banalmente imperfette. E vabbè.
Comunque, visto che inizia già a salire l’attesa pasquale, che quest’anno sarà ungherese, tanto per rimanere in clima est, ecco una selezione di foto dal Maramures:
http://danielasilvestri.org/2015/02/21/hristos-a-inviat/
Ci sarei tornata molto volentieri perché anche se forse dalle foto, poche come si comanda, non emerge, è un posto bellissimo che mi è rimasto nel cuore. E spero che l’Ungheria non mi deluderà.
Invece, incredibilmente prima di qualsiasi altra gallery, ecco anche le foto di Istanbul: http://danielasilvestri.org/2015/02/21/istanbul-sinfonia/
Una piccola rinvincita dato che, la scorsa estate, a parte qualche gatto e minareti storti, ero riuscita a fare ben poco anzi, direi proprio nulla.
Per i puristi professionisti… purtroppo ho un sito pezzotto e come tale, mi sputtana tutta la sequenza nella galleria. Teoricamente sarebbe quella che appare nella griglia con le miniature. Oo so, non si dovrebbe fare, ma tanto anche il sito fotografico è oramai sempre più un blog, fotografico, un’appendice o forse meglio dire un’ernia di gighi e gighi che premono per uscire, anche se il mondo se ne frega. Enjoy!

Masjeed

Masjeed

Some girls are bigger than others

Send me the pillow
The one that you dream on
Send me the pillow
The one that you dream on
And I’ll send you mine…

Ecco, poche cose mi rimettono al mondo e mi aiutano a superare fasi di sconforto come la voce di Morrissey e quelle canzoni favolose e magiche. Che vita sarebbe senza gli Smiths e la malinconia.

Ecco sì, io sono una di quelle donne più grandi di altre, di altri…
Fuck!

Ps: riportatemi a Londra!

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Diario di inizio anno (da Istanbul)

Gli anni passano, un capodanno dopo l’altro, tra un cenone e una lista di buoni propositi. Ed io inizio ad accorgermi sempre più del peso di certi anni, degli ultimi. Insomma, in questi giorni ho capito che viaggiare d’inverno proprio non fa per me. Non riesco ad organizzare una valigia adatta, probabilmente perché non sono una di quelle tecniche, che fa snow e settimane bianche ed ha abiti sportivi adatti e fighissimi, io adatto il mio abbigliamento romano e il risultato è stato un disastro. 3 strati di calze e pantaloni, 3 calzettoni con un polpaccio che manco Sebino Nela, 4 strati di maglie e maglioni, un piumino sempre più spiumato, tre ombrelli rotti per il vento, un paio di guanti bucati. Un continuo sudare lungo il cammino, nei posti bollenti, alternato a raffiche gelide da cacarella istantanea e punte dei piedi anchilosate.

Insomma, non so prenderla sportivamente e girare, per forza, con questo tempo, è stato abbastanza un incubo. Ogni pipi una lotta impari con strati e turca. Per non parlare del cenone di Capodanno che ho avuto il culo di passare seduta tra tre spifferi, rischiando un blocco della schiena a vita. E poi il cibo. Possibile che basta cambiare aria un giorno, una schifezza in più e mesi di palestra si vanno a benedire? Colite, gastrite, blocchi intestinali… Ecco ho l’assetto della donna Michelin, una colite che può sollevarmi e riportarmi direttamente a Roma, librando piume d’oca nell’aere. Non cho proprio più l’età, e più non voglio arrendermi e continuare a bere e mangiare e girare come non ci fosse un domani, più devo prendere atto dei miei limiti… e di due occhiaie che manco nelle settimane più intense di lavoro. Una donna che va al tappeto col caldo e non riesce però manco a sopportare il freddo… eppure le altre ce la fanno, ma come fanno?
Ora al pensiero di Londra a gennaio ho un po’ di brividi di ansia… xké anche lì la temperatura di certo non sarà caraibica, ma oramai… però giuro, basta viaggi al freddo e d’inverno. E per un po’ basta Istanbul.

Anche se è davvero una città pazzesca, unica. Un intero e totale universo circoscritto in questo angolo di terra sovraffollato, sovraccalcato, colorato, chiassoso. La città dei gatti, de commercio, del the, dei barbieri e del pane, dei dolci al miele, degli arazzi, le stoffe, le pietre, tra paccottiglia e mille e una notte. La città dei gabbiani, del mare, dei mari, dei battelli a tutte le ore, dei pescatori di cozze, dei sali e scende e delle 3000 moschee.
Speriamo di rincontrarci, speriamo di tornare e prima o poi di andare d’accordo.
E soprattutto, speriamo di farcela sto 2015!

Diario di fine anno (da Istanbul)

Dire che sto finendo l’anno fradicia e intirizzita fino al midollo è un eufemismo… mai presi tanta acqua e tanto freddo come in questi giorni! Mi ero ripromessa di tornare ad Istanbul per godermela un po’ meglio e per una volta che rispetto i patti, questo il risultato… una città gelida e bagnata da mattino a sera, con raffiche di vento polare che persino scendere a far colazione diventa un’impresa. Che palle!! Stanotte sarà Capodanno, il mio primo Capodanno estero, e di tante cose che avremmo potuto fare in una città stupenda come questa, ci limiteremo a magnà.

Insomma, un capodanno un po’ metafora di questo 2014… molto potenziale ma sfruttato non fino in fondo. Per colpe non sempre e non solo nostre. Non posso dire che sia stato un anno brutto o particolarmente sfigato, ma non lo ricorderei neanche per qualcosa di speciale che è accaduto. È stato un anno difficile, faticoso e intenso e temo che anche il 2015 inizi piuttosto in salita.

Quello che mi auguro? È impossibile! Trovare tutta la fiducia e la sicurezza che non ho incontrato in 35 anni, tutte le certezze che non ho costruito e che anzi, spariscono sempre più. Vorrei diventare più brava nel mio lavoro, soprattutto vorrei continuare ad avere un lavoro e che possibilmente sia pagato il giusto perché vorrei smettere di vivere con l’ansia del domani e… del conto corrente. Poi cazzate tipo non ingrassare, scrivere, usare sti 1600 euro di fuji, passare più tempo con Holghina, fare un viaggione a Bali, non tagliare i capelli, non smetter con la piscina, diminuire con il fumo. Ma, soprattutto, vorrei non perdere quello che ho, che mi sono costruita e per cui lotto giorno dopo giorno, che mi merito ed è la mia fortuna e felicità. Con lo sguardo alto, verso l’orizzonte.
Buona fine e buon inizio!

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Diario serbo-turco-balcano

Anche se, ridendo e sbuffando, è già quasi trascorso un mese dal bellissimo viaggio estivo, ecco qualche nota di viaggio che chissà, magari a qualcuno potrà tornare utile, anche se dubito vi eviterà facce strane e sorrisi spenti quando comunicherete ad amici e conoscenti di aver preferito niente meno che i Balcani a più blasonate mete transoceaniche o caraibiche.

  • Belgrado: la città inizialmente mi ha lasciata perplessa. Non posso dire che sia bella, a differenza di altre città dell’Est (tipo Tallin, Vilnius o Riga) che nel frattempo si sono trasformati in veri e propri gioielli turistici. Proprio per questo, Belgrado è una città autentica, dove respirare la stessa aria dei conterranei. Difficilmente sarete assaliti da orde di turisti, potrete sedervi in uno delle centinaia di locali carini che la città vi propone e mischiarvi tra i ragazzi serbi con nonchalance. Chi ama le atmosfere parigine inoltre sarà felice di cenare nel dehors di uno dei tanti localetti bohemienne a Skadarlija, musica tzigana al posto delle armoniche. Non stupitevi però se al momento di pagare vi presenteranno un conto scritto in cirillico e rimarrete con il dubbio di non aver consumato proprio tutte quelle voci.
    Girandola un bel po’ poi ti accorgi che ha tantissime facce, oltre a quella ricostruita e imbellettata del centro, ci sono ancora le ferite aperte della guerra, testimoniate dai diversi edifici bombardati ancora lontani dall’esser ricostruiti, oltre che l’influsso comunista soprattutto nell’architettura similsovietica del quartiere Novibeograd. Un alveare squadrato di casermoni, grigi in una giornata grigia, ma fotograficamente davvero interessanti, da perderci le ore.
    La street art è molto diffusa, il mercato come sempre si rivela una figata da fotografare e le persone, seppur sembrano sempre perennemente incazzate, specie se anziane, sono tranquille. Il lungo fiume è un po’ triste rispetto ad altre capitale che si giovano delle carezze del Danubio. Si mangia diciamo bene, soprattutto carne, carne e carne a prezzi decisamente convenienti.
  • Guca: ovvero, il festival più pazzo del mondo. Spesso ci siamo interrogati come sarebbe stato un festival del genere in Italia, con la possibilità di fare quel che cavolo ti pare praticamente H24, tra bere, fumare, ballare ecc ecc ecc. E di gente strana ce n’era, ma il tutto amalgamato in un caos piacevolmente equilibrato e tranquillo, nonostante per circa 3 giorni abbiamo perso l’uso dell’udito. Il caldo ci ha massacrato, tra le temperature alte e il fumo e il calore proveniente dai centinaia di spiedi arrosto sparsi per tutto il paese, è stata dura. Per fortuna che la Sòra Milena ci ha messo a disposizione un bellissimo gazebo di fronte alla nostra casa dei nanetti, ed è stato piacevole fare editing tra caffè turchi, sorsi di rakja e fughe al bagno.
    Di per sé il festival non mi ha dato grandi spunti, un po’ una grande fiera, come sempre più sta diventando il San Lazzaro Cubano, ed è stato davvero difficile isolare qualcosa di più interessante. Mi sono innamorata infatti delle giostre, della luce al tramonto poca prima che si accendessero le luminarie, tra i volti rugosi e bruciati dei veri giostrai zingari, con i denti d’oro, le panze prominenti e le barbe come mangiafuoco.
  • La Macedonia: se qualcuno dovesse farsi beffa di voi perché avete scelto questa meta, così come la Romania del resto, sorridete. Tante persone si perdono la possibilità di visitare posti belli, a portata di mano e soprattutto molto economici per chissà quale pregiudizio. La Macedonia è tutto un susseguirsi di montagne dolci, vaste distese di un verde lussureggiante e accogliente, monasteri nascosti tra le rocce, paesini dalle case basse e dalle persone pronte ad ospitarti per offrirti un caffè e fare due chiacchiere, in tutti i gesti del corpo possibili. Città come Bitola, Ohrid, Skopje mi hanno tolto il fiato ma non per la bellezza, perché certamente non posso paragonarle a capitali come Parigi o Londra, ma per l’atmosfera magica che le avvolge. Sei in Europa ma ti sembra di esser immersa in un’alta realtà, in un coacervo di culture che sembrano integrarsi a perfezione e dove tu, pur sentendoti un po’ fuori luogo, vieni piacevolmente immerso. I profili delle Moschee che si trovano un po’ ovunque, le più moderne delle quali hanno l’aspetto di navicelle spaziali, con le cupole dalle tinte sgargianti d’alluminio, il muezzin che risuona quando tu ovviamente non te l’aspetti, i bazar, l’odore di thè misto a quello lacustre, di un lago però che sembra mare per quanto è grande, che ti porta fino in Albania, che ha un’acqua trasparente e bellissima e calda e che mi verrebbe da consigliare a tutti gli amici patiti del mare. Skopje è una cittadina assurda, con un centro nuovo che muore dalla voglia di imporsi nel mondo, con i monumenti enormi che sembrano casinò di Las Vegas, le statue equestri imponenti che cozzano con i viottoli della città vecchia, un open bazar con vecchietti che giocano a scacchi, donne velate, vecchie botteghe e barbieri aperti fino a tarda notte.
    Che dire poi del Canyon Mathka, di quell’albergo incastrato nel dirupo, la terrazza del ristorante a lume di candela.
    A Dhiovo abbiamo dormito in una residenza d’epoca bellissima, anche qui gli ospiti ci hanno accolto come persone di famiglia, in un giardinetto fatto di travi di vite, fiori freschi e mobili di legno, offrendoci biscotti caffè, racconti e le coccole di Bruno, un cucciolone di labrador nero che difficilmente dimenticherò.
    Anche Jose, il pazzo logorroico di Ohrid sarà difficile dimenticare, soprattutto per le improbabili decorazioni ad elefante fatte con gli asciugamani più duri che abbia mai sentito dopo i miei e i 40 gradi della mansarda, a picco sotto solo il sole. Ma per fortuna che il suo pozzo privato ci refrigerava con acqua fresca H24, buonissima!
  • Istanbul: che dire. Sicuramente 12 giorni in giro su e giù e con botte di 4/6 ore di macchina tra una destinazione e l’altra un po’ hanno influito sulla stanchezza. E poi passare dai villaggetti ai 16 milioni di abitanti è stato un trauma non indifferente. Il caldo anche qui ci ha messo a dura prova e il tempo purtroppo era poco per concedersi pause. È bella, io poi tra quei negozi di spezie, argenti e monili ci passerei le ore ma il troppo mi ha destabilizzata, il non saper dove guardare, persino come inquadrare tanta mastodonzia. E il grandangolo non è proprio il massimo per foto così. Sì, per la prima volta sono tornata davvero con foto di merda, ma di merda eh. E con poche foto nostre, perché eravamo talmente distrutti dal caldo da essere improponibili! Vorrei tornarci, in un altro periodo e sicuramente per più tempo, perché credo che soprattutto la parte asiatica, che abbiamo toccato solo per pochi minuti, sia molto più affascinante e valga la pensa prendersi i tempi giusti. La moschea blu mi ha davvero lasciato a bocca aperta e credo sia una delle costruzioni più belle che abbia mai visto, ma anche in questo caso la confusione non ha affatto giovato. Per cui, non sono stata rapita dall’atmosfera turca, spero di rimediare.

Un viaggio ricco di tante cose, di tanti posti, con una compagnia fantastica e ben assortita che ha reso tutto più bello, più vivo. Come sempre del pacco di foto fatte non ci farò nulla, ma più le riguardo e più sono contenta, più ricordo e mi emozioni. Come sempre, è stato bello provarci.

Meno uno

Finalmente ci siamo. Finalmente vacanze. Non voglio pensare a quanto tempo ho aspettato questo giorno, di contro a quanto velocemente trascorreranno queste settimane. Al fatto che quando tornerò a Roma sarò più vecchia di un anno, al lavoro che mi aspetta a settembre, che in parte già conosco, alle gestioni separate che non saprò come chiamare diversamente, ai naming, all’assicurazione che mi scade, a tutta la comunicazione dei corsi da riempire, alle sedie nuove, al parquet, al racconto che devo scrivere. Alle foto che forse non verranno come vorrò ma sarà bellissimo crederci, ai rulli che non vedrò l’ora di sviluppare, ancora con quell’attesa, dei bambini sotto natale.
Voglio pensare ai tanti posti nuovi che vedrò, alle risate con amici vecchi e nuovi, alle birre, alle cose nuove che assaggerò e ai chili di brioschi, ai piedi e alle gambe che mi faranno male, agli occhi che si stupiranno ancora, ai capelli coperti nelle moschee, ai tramonti sul bosforo, ai modi fantasiosi che inventeremo per parlare nei villaggi macedoni. Alle tante sigarette che fumerò, forse troppe o forse meno. Alla tanta musica che mi accompagnerà, agli ottoni, a Goran Bregovic e a Carofiglio che porto in valigia. Un pezzo del mio paese, che per qualche giorno vorrò dimenticare, magari per tornare a sentirne la mancanza.
Buone vacanze.

Meno sette

Forse dovrei cominciare a fare mente locale sulla prossima partenza per non ridurmi sempre all’ultimo minuto.
Tipo iniziare ad indossare cose che teoricamente vorrei portarmi, fare mente locale su cosa dovrei portarmi, controllare medicine, attrezzature, scegliermi un libro, studiarmi la guida. Ecco cose così, vacanziere.