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Diario belga

Quattro giorni intensi e volati via, as usual, in un’atmosfera da fiaba! Complice sicuramente il periodo natalizio, Bruges mi ha accolta e abbracciata di enorme bellezza e dolcezza. Era da tempo che volevo andare in questa cittadina perché ne ho sempre sentito parlare molto bene ma dire che le aspettative riposte si sono superate è poco. È un posto fuori dal mondo, sembra di girare in un set irreale e perfetto ma è davvero così. Casupole, canali, laghetti, tetti spioventi, negozietti e bistrot curati in ogni dettaglio, un sogno. E poi la cioccolata, mon dieu, profumo di zucchero e dolci in ogni dove. E le birre, uh! Sono stata in un ristopub in cui potevi assaggiarne più di 400 tipi. Insomma sembrava di stare a disneyland o agli universal studios, ma è realtà. E mi chiedo cosa significhi poter vivere in una cittadina così bella e così piccola, pulita, funzionale e funzionante. I proprietari del nostro Bellissimo Bb si sono trasferiti qui dall’olanda, hanno mollato tutto 20 anni fa e si sono trasferiti lì. È un tipo di posto che fa fare queste pazzie.

Insomma se vivessi a Bruxelles, che continuo a ritenere una cittadina carina e piena di giovani, penso che verrei a ricaricarmi di bellezza a Bruges un weekend sì e un no.

Penso sia cambiata Bruxelles dopo gli attentati ma quello che ho visto in questo weekend è una città che ha una forte voglia di girare pagina, di affermare la propria voglia di vivere, ridere, essere felice. Tantissima gente come a Roma non ne vedo da un po’, forse dalle epifanie a Piazza Navona quando ero piccola. Ecco, più vado in giro ultimamente e più Roma mi sembra depressa e in declino. Laddove il resto d’Europa va avanti qui tutto sembra cristallizato e polveroso e decadente.

Andateci a Bruges, davvero! E se siete in coppia anche meglio, Bruges è davvero romantica!

 

Diario lituano-lettone-estone

Eccomi di ritorno da questi splendidi e veloci 10 giorni nel mio amato Est, non senza già un accenno di nostalgia. I ricordi sono infatti ancora vivi e le sensazioni e le immagini di questi giorni ancora pulsano nella mia testa.

È bello viaggiare in posti nuovi, ma alcuni posti meritano i ritorni e tornare in luoghi che già si conoscono ha il suo fascino. Rivivere certi ricordi, misurare eventuali cambiamenti, ricontrare volti e situazioni. Non ci siamo però fatti mancare anche nuove scoperte, visitando per la prima volta un po’ più di Lituania. Quasi 2000 km in totale passando dalle foreste, i paesini dei pescatori, le barche e le dune della penisola curlandese ai campi sterminati e i paesetti ancora stile soviet della Lettonia più russa, per tornare ai villaggetti di legno e all’Estonia più selvaggia dei nostri Seto per assistere ad una delle celebrazioni a loro più cara e affascinante: la proclamazione del nuovo Re. È stata davvero una giornata intensa fotograficamente, ricca di spunti e situazioni. È assurdo sentirsi così lontani e diversi seppur nello stesso continente ed esser guardati con curiosità e interesse. I baltici non sono molto espansivi e accoglienti, c’è da dirlo. Sono un po’ freddi, diffidenti, seppur cordiali e gentili. Forse si meravigliano che qualcuno possa ritenere interessanti posti e cittadine apparentemente così spogli ed essenziali. I Seto sono leggermente più accoglienti ma era anche diversa la situazione. Anche loro sono comunque chiusi e se in altre situazioni e paesi la nostra presenza ha suscitato curiosità e domande, qui ci hanno pacificamente ignorati ma dandoci comunque la possibilità di fotografare senza problemi. Eppure alcuni ci hanno anche riconosciuto e magari una domanda sul perché questi due pazzi tornino in questi luoghi sperduti se la saranno anche fatta, ma anche la difficoltà della lingua li fa stare sulle loro e non andare oltre timidi sorrisi.

Alla fine poi abbiamo concluso con due ricchi giorni nell’iper turistica, colorata e lussuosa Tallin, finalmente in un albergo degno di chiamarsi tale. E un po’ ci volevano, anche se tornare al chiasso, alla modernità e alla “movida” ( e agli italiani in vacanza!!) è sempre un po’ destabilizzante. Anche qui abbiamo cercato itinerari meno battuti, tra rovine brutali di villaggi olimpici e basi russe, e negozietti di antiquariato dove scovare non poche chicche. Siamo quindi tornati carichi di libri e riviste fotografiche antiche, spillette, vintage camera e, ovviamente, caramelle. 

Ora non resta che vedere le foto e sperare che sia uscito fuori qualcosa di interessante, oltre alle centinaia di foto turistiche che finiranno in uno dei miei adorati album. Sebbene sia la quarta volta, mi sembra sempre solo di sfiorare questi popoli, mentre vorrei davvero avere più tempo per approfondire, conoscere, entrare nelle situazioni, raccontare e non descrivere. Quest’anno stavo anche valutando se iscrivermi ad un corso di russo. Così magari il prossimo anno scavalleremo sto confine, che lambiamo da troppo tempo.

Ora mi sembra assurdo che tutto sia già finito e che dovranno passare come minimo altri 365 giorni prima di una vacanza degna di questo nome. Fortuna che ho ancora qualche giorno per riprendermi. Se mi riprendo.
Nei prossimi giorni, la top ten!intanto ecco qualche scorcio. 

penisola curlandese – Nida

allo yacht club

la collina delle croci a Siauliai

il museo fotografico di siauliai

da qualche parte, in Lettonia

vecchia stazione di Gubene – Lettonia

the kingdom day – Varska

sul lavo Peipsi, guardando la Russia

Albergo Soviet Style a Varska

rovine olimpiche a Tallin

il faro puù alto d’Estonia

Diario danese

Di rientro da questa splendida mini vacanza nella capitale danese, con piccola puntatina in Svezia nella bellissima cittadina di Malmo.
Come sempre, sono in quei giorni traumatici post-rientro in cui tornare alla normalità, alla vita di tutti i giorni, al lavoro, ai cassonetti strabordanti, alle cartacce, al traffico e alla sporcizia romana, mi incupisce assai. Specie dopo essermi immersa in cotanta bellezza. Copenhagen non mi ha affatto delusa anzi, ha superato di gran lunga le mie aspettative. Pensavo di trovare una cittadina piccola, molto turistica e poco accogliente, invece si è rivelata tutt’altro. È vero che è un gioiellino, curato e coloratissimo, con i suoi palazzi variopinti a schiera, le piazzette brulicanti e i bar alla moda, ma anche i suoi piccoli difetti che la rendono quindi più umana e meravigliosa.
Siamo state davvero fortunate perché abbiamo trovato davvero un tempo insperabile per la zona, 5 giorni di sole pieno e caldo al limite dell’insolazione, tutto pensavo tranne di tornare abbronzata dalla Scandinavia.
Non credevo inoltre di incontrare una città così vivace e piena di ragazzi. È vero che abbiamo beccato il weekend del secolo, visto che c’erano tantissimi eventi tra cui il Festival dell’anno della nightlife danese, il Distortion, che nella fattispecie si è manifestato in un’invasione di giovani di ogni età riversarsi sulle vie verso varie feste e concerti sparsi in ogni quartiere e a tutte le ore.
Nonostante sia poi una città, aimè, davvero cara come si dice (con meno di 30 euro a testa in un ristorante, anche il più scrauso, non mangi), c’erano tanti turisti, ma non troppi come ad esempio a Londra o a Barcellona, che però si mischiano con le persone del luogo che sono solite frequentare anche i luoghi da guide, ad esempio il bellissimo porto nuovo, il Nyhavn.
Ma il loro passatempo preferito è abbarbicarsi lungo il mare, che si tratti di una banchina in cemento, in legno o una striscia di erba, e crogiolarsi al sole scolando birrette. Mica male, no?
Pause pranzo rigorosamente al sole, e nel fine settimana largo alle gite in barchetta e ai bagnetti, nonostante l’acqua a me sia sembrata tutt’altro che invitante. E penso sia una necessità imposta dopo mesi e mesi di buio e freddo, specie quando ti arriva un’estate così, con un sole alto e caldo fino alle 22 passate.
Mi è sembrato tutto un inno alla vita lenta, alla semplicità, e con le loro casette di legno e vetri, il giardinetto e l’attracco a mare, li ho davvero ma davvero invidiati. Come invidio tutti gli abitanti di città alla mano, vivibili, in cui per spostarti hai mille alternative anche se non sei in pieno centro.

Lo so di avere la fortuna di vivere in una grande e importante e a onor del vero bellissima città, ma sta diventando tutto così lercio e difficile e nauseante che la magnificenza e la storia inizia a non bastarmi più. I tipici quartieri romani, tutto cemento, tag sui muri, cassonetti stracolmi, macchine ovunque, erbacce mi fanno mancare l’aria. E quindi questi break mi ridanno ossigeno.
Davvero l’unica nota negativa è il caro vita. Proprio nelle cose di tutti i giorni: ostelli ed alberghi dove alloggiare, l’acqua, una cena, un aperitivo, persino una birra che lì la producono anche. Insomma a me personalmente che non mi piace molto spendere tanto per il magiare, e che non navigo nell’oro, spendere minimo 20 euro ogni volta che mi siedo e voglio regalarmi un break un po’ pesa. Poi sicuramente esistono luoghi più economici: paninerie, caffetterie, fastfood, però decisamente l’atmosfera è diversa. Per quanto riguarda gli acquisti invece capisco perché HM vada alla grande lì e tutte, anche le più strafighe e modelle, fondamentalmente si vestano lì. Visto il loro tenore di vita è come acquistare da una bancarella perché i prezzi sono comunque bassissimi. Quindi per lo shopping tutto sommato si possono fare buoni affari (tipo rifornirsi di shorts e canottiere visto che avevo una valigia manco partissi per l’Islanda a dicembre).
Sicuramente è una città dove vorrò tornare e andrò sicuramente più preparata e oculata.

Ecco una piccola classifica di cosa mi è piaciuto di più:

  1. Il mare e i canali. Se andate a Copenhagen non potete non fare un giro sui tanti battelli e spiare dal basso la vita lungo danese lungo lo scorrere dell’acqua. Vista bellissima di tutta la città, un’oretta buona per riposare le gambe e abbronzarsi un po’ e vedere la Sirenetta. Noi abbiamo addirittura bissato! Consigliatissimo e con la guida in italiano è tutta un’altra cosa!
  2. Il Nyhavn. È davvero uno struscio piacevole e una pace per gli occhi con tutti quei colori, le barche, la musica, la gente e i tantissimi locali dove trovare di tutto. Con una strizzata alla casetta di Andersen!
  3. I vicoletti adiacenti a Storget, la via principale. Perdetevi piacevolmente tra le stradine laterali e rimarrete sorpresi da piazzette, chiesette, parchi, monumenti dai mattoni rossi che spuntano in ogni dove.
  4. Christiania vale sicuramente una visita per la sua particolarità. Pusher street è senz’altro un posto singolare ma singolare sono gli abitanti, i bambini che giocano sereni con i loro banchetti, i mercatini e le botteghe di artigiani. L’importante è che non corriate né facciate foto dove espressamente non richieste.
  5. I giardini di Tivoli sono nient’altro che un parco giochi luna park, eppure l’atmosfera che si respira, così occhieggiante alla Belle Epoque, è davvero unica. Tutte quelle luci, i giochini, i ristorantini fanno da cornice ad una piacevole serata per tornare bambini.
  6. La vita culturale. I musei a Copenhagen sono tantissimi e per tutti i gusti. Io non ho avuto modo di visitarne nessuno, a parte una scappata al Festival di fotografia (una delle tante cose trovate in questo weekend) ma la scelta è davvero ampia.
  7. Le stazioni. Sono tutte molto curate e non si ha mai la sensazione di pericolo che spesso si prova ad aggirarsi anche a tarda sera. Spazi ampi, pulizia (salvo alcuni angolini urinatoi) e soprattutto, treni in orario e a qualsiasi ora!
  8. Liquirizie, pane e dolcetti alla cannella. Le mie droghe! I paesi nordici da questo punto di vista per me sono croce e delizia vista la vasta offerta in termini di dolci, caramelle e chi più ne ha più ne metta. Una goduria, soprattutto per chi come me non ama particolarmente le gioie della cucina marina.
  9. Il ponte Oresund. Incredibile come in poco più di mezzora si possa raggiungere un’altra nazione. Un viaggio davvero piacevole da fare assolutamente in bus per godere della splendida vista sullo stretto.
  10. Due parole anche su Malmo, cittadina davvero piccina ma che vale davvero una visita, specie se avete previsto un weekend lungo a Cop. Anche qui giro in barca d’obbligo, visto che non avrete molto tempo per girarla in lungo e in largo. Se poi beccate una guida pazza come la nostra allora il divertimento è assicurato. Passerete sotto ponti bassissimi, lungo la zona portuale dai reperti di archeologia industriale,lungo l’università e i palazzi ecodinamici e vi immergerete di verde perché c’è un parco enorme in cui correre, passeggiare e visitare i propri cari visto che una parte ospita anche il vecchio cimitero. Pranzetto su Lillatorg, la piazzetta più carina. Ma anche qui occhio: salasso assicurato!

 

Diario berlinese

Eccomi di rientro da una tre giorni mordi&fuggi in terra d’Allemagna. Che dire… ero stata a Berlino nel lontano 2005. Ebbi la fortuna (e l’intelligenza) di starci almeno 8 giorni e girarmela in lungo e in largo perché Berlino, per conoscerla un pochino di più e soprattutto al di fuori del circuito turistico, merita assolutamente di più di 3 giorni.
I quartieri più giovani e alla moda, la Berlino multietnica, la Berlino storica, artistica, nei suo tantissimi e stupendi musei, negli angoli che ti ricordano una ferita ancora aperta.

Siamo state molto fortunate con il tempo, sebbene il freddo siamo riuscite a non beccare pioggia, nonostante le previsioni fossero tutte contro di noi.
Viaggiare è sempre bellissimo, ti permette di staccare dalla vita di tutti i giorni e confrontarti con altre realtà e anche deprimerti per il modo barbaro e bieco in cui viene trattato il nostro bellissimo paese che pure non avrebbe nulla da invidiare agli altri, anzi.

Ma vedere la cura per la città (poca sporcizia, netturbini un po’ ovunque e a tutte le ore, birre lasciate di notte sparite immediatamente al mattino), l’efficienza (metro aperta tutta la notte, frequenza altissima, rete super capillare) e la facilità con cui è possibile vivere, è davvero frustrante, specie per noi romani.

Ho rivisto il mio vecchio amico Vincenzo, con cui iniziammo a fare i primi incontri dell’Associazione al suo locale romano, che oramai da 3 anni insieme al socio, si è trasferito e ha aperto Oblomov in una stradina di Kreuzberg. Lo abbiamo raggiunto con 20 minuti di metro all’una di notte, e senza paure siamo ritornate sempre in metro, tra milioni di persone e netturbini, alle 3 di notte.
La vita è più facile lì, è così. Vincenzo spera di tornare in Italia prima o poi perché come tutti noi romani, ama la sua città, il suo sole, il suo caldo, e appena può torna. Ma 500 euro di licenza, 400 euro di affitto per una bella casetta, zero auto, zero abbonamento (nonostante tutto funzioni!), bici e la possibilità di godersi, nonostante tutti i sacrifici, un’attività propria, credo siano insostituibili al momento.

Il suo locale fumoso (sì aimè in molti locali ancora si fuma molto) alle 2 di notte ancora pullulava di giovani, molti italiani che a loro volta lavorano o hanno locali nelle vicinanze. Del resto, Berlino è stracolma di locali italiani, anche in modo imbarazzante. E gli italiani non li trovi a fare i camerieri da Starbucks, Subway o altre catene… molti sembrerebbero avercela fatta davvero. Abbiamo avuto anche l’occasione di conoscere, in modo bizzarro e in un locale molto carino, un architetto italiano che oramai vive lì da 30 anni e ha la sua attività… forse traffichino, chissà.

Ma a parte questo, a me piace troppo l’atmosfera berlinese che sì, forse è un po’ fredda, un po’ spigolosa e malinconica… e mi ricorda appunto qualcuno. I suoi skyline a perdita d’occhio, che incrociano ferraglie, rimasugli industriali, monumenti e palazzoni stile soviet. Le stazioni immense, binari su binari a perdita d’occhio. Angoli ognuno diverso tra loro e la potenzialità fotografica è immensa.
Per non parlare del fervore culturale. Cavolo ho visto una mostra di Stephen Shore che penso sia la più bella e meglio allestita mai vista. E a soli 10 euro. E la fondazione Helmut Newton? Ma anche realtà minori, sparse per la città, con piccole e grandi gallerie di artisti molto Parigi style.

Spero davvero di poterci tornare al più presto, e non tra 10 anni, e magari chissà, fare una mia mostra all’Oblomov come i vecchi tempi.
Non so se mi trasferirei a vivere a Berlino, ma invidio tanto tutti quelli che vivono la vita in modo meno statico e cambiano città e case e lavori e persone. Perché il cambiamento è davvero il sale della vita, e dopo ogni viaggio tornare alla vita di sempre, bella e fortunata, per carità, ma sempre la stessa, un po’ avvilisce.

 

Diario portoghese

Eccomi fresca fresca (oddio, con il volo alle 6 di mattina si fa per dire…) di rientro da questo breve e intenso viaggetto in Portugal, in particolare Lisbona, Obidos e Castelo de Vide, nell’Alentejo. As usual, per seguire le celebrazioni della Pasqua ma anche per tornare in una delle città europee più belle.
A Lisbona ero stata ma fin troppo tempo fa: in gita scolastica, per cui parliamo di ere più che anni fa. Ricordavo poco, solo le cose principali e che mi era piaciuta molto.
Confermo. Lisbona è una capitale dalle mille facce ma su tutte prevale un lato malinconico e decadente che la rende così affascinante.
L’alternarsi di facciate dismesse e semi abbandonate allo scintillio delle azulejos, ai palazzi più belli e a quelli patrimonio municipal a cui stanno rifacendo trucco e parrucco, alla grande.
I suoi continui sali e scendi, il ticchettio che fanno le suole sul lastricato adamantino, che riecheggia tra un vicolo e l’altro. Gli anfratti, le porticine colorate, gli archi, i mirador e le scalinate alla Montmartre, che appunto non hanno nulla da invidiare alla capitale francese.
Il centro squadrato, che alterna piccole piazze a piazzoni gremiti di gente e locali, ma senza mai chiasso frastornante.
Le pastelarie che sbucano un po’ ovunque, e anche le più infime offrono comunque pastel alla crema da vero orgasmo per i golosi di dolci come me. E poi i vini portoghesi, una vera scoperta.
Lisbona è una di quelle città che ti sembra bella e comoda e facile da vivere. Più  a misura d’uomo delle grandi e roboanti metropoli, turistica sì ma in modo più discreto che altrove.
E poi il blu del cielo, che incontro le rive del rio tejo, che è un fiume ma che fa pensare subito all’Oceano immenso, complice quella brezza che sale dall’acqua e scompiglia i pensieri.

Anche l’entroterra è molto suggestivo, roccioso, per lo più pianeggiante (almeno dove sono andata io) con dolci colline verdi e paesini dalle casette in calce e i bordi colorati, che mi hanno ricordato molto Cuba. Obidos è stata una vera piacevole sorpresa, a partire dalla casa particular della signora Ana dove abbiamo dormito.
Castelo de Vide e Marvao purtroppo abbiamo potuto vederle solo sotto una coltre fittissima di nebbia, comunque molto suggestiva, e pioggerellina battente.
Le processioni pasquali che siamo riusciti a seguire sono state fotograficamente un po’ deludenti perché molto “semplici”, e tra auto, pali, vestiti e giacconi dai colori improbabili, dubito uscirà fuori qualcosa. Anche se la processione notturna del venerdì santo ad Obidos è stata molto suggestiva, ma mi aspettavo qualcosa di più caratteristico.
Diciamo che questa alla fine è stata una vera e proprio mini vacanzetta, farcita di bellissimi momenti e ricordi (e ricordini), alberghi bellissimi e accoglienti, colazioni ricche, sapore di caffè bollente, jamon serrano, tranvetti colorati e tante Holghine da turista.
Ci voleva questo break dopo un gennaio e un febbraio davvero stressanti.
Credo di aver preso un po’ di peso, fosse solo per i kg di pane (e olive) che hanno sopperito 5 mesi di totale assenza. E ora ci sono tutti i rimasugli pasquali e gli ottimi biscotti che siamo riusciti a portarci in valigia, insieme ad una bottiglia di Porto invecchiato da 10 anni e la mitica gingjnha, il liquoretto tipico alle amarene (bleah!).

 

Spero di tornare presto in Portogallo e scoprirne altre città e cittadine perché è un Paese davvero affascinante oltre che accogliente. A mio parere molto più della Spagna, ma ammetto di non avere particolare simpatia per i cugini rossoro.
Chissà, magari proprio il prossimo anno per la Pasqua di Braga.

Intanto ecco una mia piccola Top Ten:

  1. Pastel de Nata
    Davvero il topo queste mini tortine di pasta sfoglia con un cuore di crema caldo e il retrogusto speziato.
  2. I sali scendi e i vicoletti dell’Alfama
    Da perdersi per ore e ore a girovagare tra porte colorate, odore di bucato, taverne e Fado.
  3. I vini portoghesi
    Davvero una scoperta, da sorseggiare con pane e olive e marmellate, in calici colmi visto che i portoghesi sono molto generosi con le quantità.
  4. Il mercato della Ribera
    Un ottimo esempio di riqualificazione di vecchi mercati, senza snaturarli. Un coacervo di sapori e odori per tutti i gusti, ottimo per un pranzo diverso dal circuito super turistico.
  5. Un aperitivo lungo i Doca di Alcantara
    Possibilmente in orario tramonto, vista porto.
  6. Le case dai profili blu e oro di Obidos
    Anche qui vicoletti acciottolati tra cui perdersi piacevolmente.
  7. La cioccolata (con o senza Gingjnha)
    Anche questa i portoghesi la sanno fare molto bene ed è un’ottima compagna per accompagnare un Porto d’annata.
  8. La processione notturna per i vicoli di Obidos
    Molto suggestiva e con un’atmosfera di silenzio e rispetto, senza fotografi prepotenti (anzi, forse i più smaliziati siamo stati noi) e con una popolazione estremamente disponibile ad accoglierti e lasciarti fare il tuo lavoro.
  9. I localetti dell’Alfama
    Baretti, taverne, terrazze: curati e caratteristici, ciascuno a modo proprio. Su tutte l’enoteca lungo la via che scende dal castello. Un piccolo gioiello dove scoprire il top dei vini portoghesi.
  10. La cerimonia dei campanacci a Castelo de Vide
    Dopo una lunghissima messa i fedeli sono esplosi in uno scampanio collettivo assordante ma al contempo armonico e liberatorio. E il riversarsi sulle strade, nonostante il tempo quasi invernale, è stato davvero emozionante e gioioso.

 

 

Intervallo milanese

Sabato scorso ho passato una bellissima giornata a Milano, fatta di fotografia, amici, buon cibo e bella Italia. Non è la prima volta che vado e per quanto il mio sia solo un vissuto da turista, non posso che ribadire quanto mi piaccia questa città. Sin dal momento in cui ti accoglie, in quella stazione monumentale, elegante, curata, che a me personalmente dà subito l’impressione di non trovarmi in Italia.

Milano è una città molto viva e vivace, a dispetto di quanto si dica. Complice anche una bellissima giornata tersa di sole, abbiamo girato in lungo e in largo il suo centro a misura di uomo, scoprendo piccoli e nuovi segreti. Chiesolette bizantine che spuntano all’improvviso tra palazzetti bassi, strade disegnate dalle vie tranvarie e da alberi rigorosi. Vabbè che era la settimana della moda uomo ma c’erano piccoli eventi un po’ ovunque e un gran girare di giovani e non. L’idea che ho avuto è stata quella di un’altra Italia, come se qui la crisi non ci fosse. Negozi luccicanti e con un’atmosfera ancora quasi blindata agli anni del boom. Il quadrilatero della moda poi era un tripudio di persone in ghingheri, vetrine sbrilluccicanti e al profumo di soldi. Ma non è solo una questione di danè, è soprattutto lo stile che hanno molti milanesi. In cachemire e tacchi anche in bici, ciò che da noi arriverà tra mesi a Monti, da loro è già demodè. E per noi ragazze della porta accanto, felici nei nostri affari da stradivarius o HM, persino il capo migliore o il più costoso che abbiamo in armadio, è totalmente out.

Quindi probabilmente non è una città in cui mi sentirei a mio agio a viverci, l’apparenza è tutto. Ma vissuta ogni tanto fa sperare che prima o poi un po’ di sole e successo torni anche qui giù.

 

 

Boasorte

Ci credo non ci credo, non è vero ma ci credo. C’è una fontanella a Firenze, a margine della Loggia del Mercato Nuovo, uno dei tanti angoli toscani in cui immergersi in pelli, carte, gigli, merletti e paccottaglie varie. È nota come fontanella del porcellino anche se a me sembra più un cinghialetto. La leggenda narra che accarezzarla porti fortuna, ma ancor di più il sortilegio funziona se, appoggiando una monetina tra le fauci e lasciandola cadere, essa vada a finire nella grata sottostante.

Ecco, a me il trucchetto ieri è riuscito per cui 2016, vuoi gentilmente esser migliore di quest’ultimo anno? Che proprio ‘accio ‘accio non è stato, ma non è di certo un’annata che valga la pena ricordare. La lascio andare via volentieri, col gesto di scrollarmi un po’ di polvere dalla spalla.

PS: questo 2015 finisce senza viaggi, ma ieri ritornando per l’ennesima volta a Firenze per una toccata e fuga ho avuto ancora dimostrazione che a volte non serva salire su un aereo per tornare a stupirsi e illuminarsi della bellezza, a volte impolverata, di questo nostro meraviglioso paese.

 

Diario lettone estone

Undici giorni intensi on the road, quasi 2000 km percorsi tra Estonia, Lettonia e confini russi, tra foreste verdeggianti, sfilate di alberi d’alto fusto, lunghi litorali lungo lago, lungo mare e tra villaggi minuscoli e sperduti, alla febbrile ricerca di caffé.
Dopo 3 anni torno nelle mie amate repubbliche baltiche. Breve sosta a Riga, una delle mie città preferite di sempre che ogni volta diventa più bella, viva, giovane. Seppur turistica, i suoi vicoli acciottolati, le case di legno, i tetti spioventi, i palazzi retro dalle guglie acuminate continuano ad affascinarmi e farmi sentire al posto giusto. Dalla sua vivacità ci siamo spostati lungo il sud ovest della sorella Estonia, dai prati sempreverdi e ordinati, le strade dritte e pianeggianti costeggiate da alberi altissimi e snelli. Siamo sbarcati sulle isole Muhu, Sareema e Kinhu. Io adoro le isole, mi affascina la vita lontana dalla terra ferma, dove tutto è ordinato dai ritmi e dai capricci del mare. Che dà cibo, clima, vita e tramonti perdifiato. A Kinhu avremmo voluto incontrare le famose donne dalle gonne colorate a righe, ma a parte la nostra organizzatissima padrona di casa e qualche ragazza in bici, non c’è stato verso e ci siamo accontentati di riposare gli occhi con splendidi paesaggi, ma non le gambe (e tanto meno le chiappe) che dopo anni sono tornate a cavalcare una bici. Già sulle isole più piccole abbiamo iniziato a fare i conti con le usanze di questi posti che, seppur per certi versi turistici, non sono o non vogliono essere troppo predisposti al lato ricettivo. Spesso infatti era un’impresa trovare un caffé, un posto dove mangiare. Se avevo un accenno di colesterolo prima di partire, probabilmente se ora facessi le analisi mi ricoverebbero d’urgenza per la quantità di formaggio salva fame ingurgitato e comprato nei pochi Pood – negozietti alimentari.

Davvero un viaggio into the wild, soprattutto nella regione dei Seto, un’area che scavalla i confini tra il sud est più agricolo dell’Estonia e la vicina spaventosa madre Russia. Un via vai arzigogolato di strade e vicoli che d’improvviso si chiudono per non farti cadere nella tentazione di andare di là. Che proprio non si può. Ma noi la Russia ce l’avevamo proprio davanti casa, aprendo la finestra dellanostra baita sperduta in un paesino composto dalla nostra e altre 3 case al massimo, con allegre pecorelle a farci da vicine. Tre giorni per seguire i festeggiamenti della festa della trasfigurazione (o Passajev). Una suggestiva procesione fino al lago di Obinitsa e una mattinata dedicata a festeggiare i defunti, organizzando un banchetto nel vicino cimitero per mangiare insieme a loro. Un’usanza che ho trovato così bella e poetica e che segna così tanto la distanza tra chi invece è abituato a vivere in grandi metropoli così alienanti.
Un paesino minuscolo che d’improvviso la mattina è diventato teatro dell’attenzione di migliaia di persone provenienti da tutti i paesi del circondario ad animare e celebrare la messa. Infine la festa la sera dopo, in una fattoria apparentemente deserta e abbandonata dove alla luce del falò, con la colonna sonora di canti tradizionali (Leelo) e fisarmoniche e alcol da pochi soldi, hanno trovato posto emozioni discordanti tra i presenti, chi di allegria chi di profonda e viscerale tristezza.

Mi ha toccato molto visitare questa zona in particolare, così come le piccole fattorie di cipolle lungo la costa dell’enorme e calmo lago Peipsi. Non ci trovavamo dall’altro lato del mondo eppure a tratti mi sono sentita così diversa. Abituata alle mie comodità, gli aperitivi, i baretti, i caffè curati a volte facevo fatica a credere che fosse così difficile trovare posti per mangiare o, appunto, semplicemente bere un caffè o scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Non ci sono luoghi di ritrovo, piazzette o baretti di piazza, evidentemente tutta la vita si svolge all’interno delle mura domestiche, in famiglia o magari tra amici e vicini, anche se le case sono piccole isole autosufficienti e distanti tra loro.
Eravamo insoliti e diversi, abbiamo suscitato curiosità e qualche sorriso, ma nessuno, anche per la difficoltà della lingua, ha avuto voglia o coraggio di avvicinarsi a noi. Avrei voluto poter interagire di più con le persone, guardare le loro case, persino assaggiare i loro cibi ma noi siamo stati timidi e loro forse anche di più.

Penso di aver visto alcuni dei tramonti più belli della mia vita, dove il confine tra terra, cielo ed acqua era quasi inesistente in un matrimonio dolcissimo e affascinante. Un cielo blu blu, nella fortuna di giornate bellissime e sufficientemente calde.
Quei posti nella loro essenzialità, già mi mancano e stavolta ho già preparato le foto da stampare per continuare a guardarli sempre quando avrò voglia.
Spero di poterci tornare, anche per più tempo, di poter conoscere qualcosa di più di questi popoli e apprenderne meglio le usanze e le tradizioni.
Non so se loro si ricorderanno di quei due tipi buffi che si aggiravano con le loro macchinette e con gli occhi assonnati. Io di certo di alcuni volti, soprattutto, di alcuni luoghi, odori e colori, non mi dimenticherò facilmente.

Diario greco

Eccomi di rientro da uno splendido lungo week-end nella culla della cultura greca: Atene. Diverse persone mi avevano sconsigliato la città, chi dicendo che fosse squallida, triste, pericolosa, chi che non avesse nulla da offrire a parte l’acropoli. 

Ecco, partiamo proprio dall’Acropoli: penso che l’umanità tutta ma soprattutto chi ha una formazione classica e ha possibilità di viaggiare, non può non visitare questa meraviglia almeno una volta nella vita.

È un’emozione ad ogni passo, ad ogni rudere. Anche calpestare quei marmi ti fa strano, cammini in punta di piedi sentendoti così piccolo di fronte a tanta magnificienza. Ho chiuso gli occhi cercando di ripescare nella mia testa ricordi aimè così lontani di una cultura che tanto ho amato. Sedersi nel teatro di Dioniso è stato da brivido. E quella magnificienza che dalla città ti guarda in ogni dove e ti emoziona e ti fa pensare che forse l’essere umano qualcosa di bello è in grado di farlo. Ti siedi in uno dei tanto baretti a Plaka, che costeggiano le rovine dell’antica enorme Agorà e non puoi non chiederti se sia giusto che ora ci sia tutto questo, tra cui una metro a tener svegli i morti. Oppure, anche loro, tanti tanti anni fa, tra un filosofeggiare e l’altro, si concedevano a loro modo gli stessi vizi. E magari adesso ti invidiano un po’.

Ho visto una città allegra, vivace, viva, con tante persone in pizza, ai bar, nei locali, non turisti, intenti a ridere, chiacchierare, bere caffè come in una qualsiasi altra bella cittadina che ho visitato e che non ha niente da invidiare alle altre. Persino il cambio della guardia può battersela con il più blasonato cugino inglese. In molti tratti, ovviamente, mi ha ricordato Istanbul, in piccolo. Stessi dolcetti, souvenir e macina caffè. Mi sono ubriacata d’argento, vero o presunto tale, come non facevo da tempo e di simboli. Civette benauguranti, soldati baldanzosi, spirali di forza, libertà e fortuna. Ho anche visto sporcizia e povertà questo sì, la zona del Pireo è triste e un po’squallida, con tanti mendicanti e un profilo grigio disegnato da fin troppi palazzi fatiscienti.

Non abbiamo girato troppo dal centro, sono sincera, non avevamo tempo e poi eravamo troppo ben posizionate, a Monastiraki, per avere bisogno di cercare altrove. La cucina greca è buona, la birra dissentante, sebbene abbia mangiato un kebab di pollo sciapo e freddo, ho però assaggiato una varietà di tsatsiki da stare a posto per un bel po’. Quello alle rape rosse però batte tutti! Mi è venuta una gran voglia di visitare di più questo paese che penso sia stupendo, una gran voglia di isole, paesetti e chiese. Chissà magari la prossima pasqua ortodossa, visto che io e il clima greco estivo non credo potremmo andare troppo d’accordo.

La vita, almeno in centro, costa come qualsiasi altra capitale europea, non ti regalano nulla, anzi. Per le nostre notti brave due mojto a 18 euro, ottimi e preparati da un novello Agamennone, ci sono bastati.

Gli ateniesi sono gentili, bonazzi (oh devo ammetterlo) abbiamo trovato facce sempre sorridenti che ci hanno sistematicamente offerto qualcosa: yogurt, ouzo della casa, e quelle lukumades intinte di miele che mi sognerò anche di notte.

Con il caldo e la piacevole brezzolina serale, il panama per proteggermi dal sole, gli short e quell’aria di mare che ogni tanto saliva dal porto, mi è sembrato di essere in ferie davvero, e non che tra soli due giorni mi avrebbe di nuovo accolto a braccia aperte il mio lavoro, che fino ad agosto non mi darà più tregua. Un vero assaggio di estate, per questo domani tornare mette ancora più del solito l’amaro in bocca.