Something nearest at week-end

Oh questo week-end pare che un po’ mi riposerò… parola d’ordine: non fare una mazza, or almost like this.
È il primo week-end con il locale chiuso ed io mi rendo conto che alla data del 12 luglio non ho ancora assaporato affatto l’estate romana: niente birretta al fresco/all’afa del tevere, nessun aperitivo marino o concerto in villa.
E soprattutto la mia pelle ha visto solo poche ore di sole. Ordunque, non avendo però nessun appuntamento mondano all’orizzonte, questo week-end, tempo permettendo, mi dedicherò un po’ alla tintarella, ad holghina, nessuna sveglia e a dire al vero qualche lavoretto fotografico da sistemare. Pertanto un altro week-end semi lavorativo. Ma con lentezza. A casetta, da sistemare, e forse alla ricerca di qualche nuova lettura estiva perché aimè, ci ho provato, ma Jane Eyre non fa proprio per me.
Take it easy.

Barselonètt

Eccoci di nuovo qui. Il week-end mordi e fuggi Barcellonese è stato più veloce del solito (grazie anche alla sora Ryan che ci ha fatto partire con ben 3 ore e più di ritardo) ma piuttosto intenso. Bastano anche solo due giorni per staccare e ricaricarsi un po’, anche se poi alla fine è un corri corri e ti stanchi più del solito, ma è una stanchezza diversa, che riempie e di cui non mi stancherò mai.
Mi sento fortunata per la possibilità di poter fare queste brevi fughe, pensando anche a come mete così belle e affascinanti siano ora così facilmente raggiungibili.
Ero già stata due volte a Barcellona e mi ha sorpreso notare come in effetti mi ricordassi molte delle cose viste e, soprattutto, quante cose sia riuscita a vedere negli anni e quante non mi stancherei di rivedere. Ho rivalutato molto la città, che credo che in questi anni si sia di gran lunga riqualificata (a differenza di Roma). Penso sia una città godibilissima e da viverci: tutto a portata di mano, di tasche, di passi. Il pensiero che dopo una giornata di lavoro, anche intensa, in pochi minuti tu possa andare a respirare un po’ di mare, a goderti quei tramonti bellissimi accovacciata su una trave di legno, tra il richiamo di gabbiani e il vento che ti accarezza e arruffa i capelli.
Poi, come si sa, la quantità di locali è allucinante: non che io sia sta grande viveur ma la scelta è imbarazzante. Senza contare al numero di feste e festini che scovi per i vicoletti.
La Barceloneta mi ha ricordato parte dell’Havana vecchia, ovviamente meno sgarrupata, ma con lo stesso fascino.

A margine di questo viaggio ecco alcune curiosità:

– occhio quando acquistate il biglietto per la metro, che basta una piccola disattenzione oppure affidarsi alla logica che vi ritrovate a pagare 10 euro un biglietto che offre sì 10 viaggi, ma da farsi entro un’ora e 15 minuti e solo alternando tra metro, bus e treno. Più ci penso e più non riesco a capire, quindi, come si faccia ad arrivare a 10 ingressi – al di là dell’arco temporale folle – se i mezzi al massimo sono 5. Bah…

– la gita in catamarano è fichissima! Sì sarà anche una tamarrata da turista forse, ma è un relax totale e il ragazzo che suona il sax, un italoargentino che da che doveva venire a Barcellona per una settimana, si è fermato per 5 anni, è bravissimo e la sua musica vi regalerà emozioni bellissime.

– non è assolutamente vero che a Barcellona corri il rischio di esser rapinato in qualsiasi momento e guai ad aprire una cartina che ti ritrovi subito accerchiato, bastano le solite attenzioni.

– i barcellonesi mi sembrano nettamente più simpatici e rilassati dei madrileni – per quanto il numero di italiani occupati in bar e negozi sia quasi pari a quello di Londra e sia difficile scovarli.

– il numero di addi al celibato/nubilato sparsi per la città è quasi pari al numero di abitanti di un’isola.

– a barcellona impera la moda: vestiti come cacchio ti pare, accosta i colori che vuoi, purché tu abbia almeno un paio di shorts o un tubino.

– le espadrillas e le zapatos di cuoio gli autoctoni le indossano davvero.

– non credete sempre alla Lonley Planet: il mercato des Encants, che meritava assolutamente una visita e che si trova in una piazza dimenticata da Dios, è una cagata pazzesca, pari forse al lato più triste e sudicio di Porta Portese. E sì che di mercatini per il mondo ne ho visti eh, anche in città meno trendy, che gli spicciano casa. Soprattutto non date precedenza a questo quando hai a disposizione solo un sabato e una domenica, e praticamente tutti gli altri mercati più fighi sono chiusi la domenica…

PS: Sì, ecco un’altra gallery iphonata, con tanto di marchio Retrica – sto in fissa – da purciara. Astenersi polemici fotomatori/fotoprofessionisti/professionistipolemici.

Let’s start

Sì parte, finalmente. Aspettavo questo week-end da mesi, perché è un piccolo giro di boa nella traversata oceanica verso le agognate ferie.
Da oggi mancano ufficialmente 4 settimane di lavoro alle vacanze. Quest’anno vacanze decisamente anticipate rispetto ai miei standard (e so che me ne pentirò) ma è andata così e il programma comunque è super 🙂
Questo week-end si chiude l’Associazione con festone serale. E’ stato un altro bellissimo e intenso anno, abbiamo conosciuto tante persone,  abbiamo fatto tante cose, tante altre (ovviamente) ne potevamo fare e tante ancora già sappiamo che dovremo mettere in conto, ma un break ci vuole. Il doppio lavoro, per quanto questo sia soprattutto una passione, a volte pesa e la stanchezza si fa davvero sentire. Oggi comunque sarà una giornata campale di incastri, lavoro, spesa, cane, festa, valigie… di fatto una piccola herpes ha già fatto capoccella sulle labbra e l’aciclovir è stato il mio primo acquisto in pre-saldo.
Che due palle!
Mi sono agitata, ho dormito poco, e oggi ho caldo, caldo, oggi è la prima giornata in cui sto accusando molto molto caldo.
Comunque, mancano poche ore al relax, alla fiesta e poi ad un week-end a Barcellona, dove torno dopo 7 anni.
Sì, fondamentalmente poche ciance, vi voglio bene a tutti, è stato bello ma non vedo l’ora di trovarmi a sorseggiare una cana gelata accompagnata da tapas e piminetos del padron. Adelante!
Let’s start my summer!

The Cinderella inside me

Dunque, dalle 19 alle 22: ho fatto la spesa in due posti diversi, alimentari e detersivi per la casa; non ho ovviamente trovato posto sotto casa e mi sono incollata tre buste non proprio leggere più un detersivo sotto le ascelle; ho messo apposto la spesa; mi sono messa i fanghi; lavata i capelli; preparata la cena; preparata cena e medicina per Holga; passato lo swiffer; pulito il bagno; passato lo straccio in bagno e cucina; cenato; pulito la cucina; fatto una lavatrice; steso una lavatrice; ritirato e piegato i panni; piegato gli asciugamani; dato una lieve spolveratina; messo a posto il casino in giro; asciugato i capelli; spazzolato il cane.
Direi che un paio di puntate di serie TV adolescenziali me le merito… tanto per rivivere quel periodo in cui dalle 19 alle 22 c’erano solo amiche e cene fuori.

I pomeriggi degli altri.

Sono scesa 10 minuti per comprare le sigarette, alle 17 e uno schiaffo mi ha accolto. Una giravolta nel quartiere in cui lavoro oramai da quasi due anni e che non conosco affatto, al di fuori del supermercato – tral’altro caro e non troppo fornito – e del bar – come sopra – che bazzico in pausa pranzo. Mi sono resa conto che il quartiere è vivo e lotta insieme a noi, o meglio, che il quartiere vive mentre io, lentamente, muoio ad una scrivania.
Quanta caspita di vita c’è nel mondo, alle 17 del pomeriggio? Una vita che non conosco, fatta di ragazzini al bar, al campetto, cani che possono giocare con altri cani e non girare da soli perché i padroni possono portarli fuori solo a tarda serata, mamme che chiacchierano su una panchina al parco giochi, pensionati che passeggiano o giocano a carte, palestre con sale non stipate di sudore e atleti dell’ultim’ora, caffè al gusto di caffè e non bruciato nespresso.
Ah la lentezza del tardo pomeriggio, una vita altra oltre al lavoro, che non vivo più da un po’ e che ho vissuto per un lasso di tempo fin troppo breve, quanto mi manca e per quanto ancora mi mancherà…

Una serie di catastrofici tecnologici eventi.

Insomma, è un momento tecnologicamente sfigato.Non riesco a concepire di avere una macchina senza aria condizionata. Sarà che quando ero più piccola e viaggiavo ancora con i miei, dalle retrovie pativo un gran caldo e ogni volta era una lotta per farla accendere perché ovviamente sui lunghi viaggi, il costo si accusava. Poi mio marito, che ha la sua rotta oramai da anni e anni ma è la sua macchina e gli sta bene così. A me no. Lo so che poteva anche andarmi peggio e rompersi qualcosa di più serio, fatto sta che macchina scura con sedili neri + la mia totale avversione al caldo + estate romana, sono un terzetto che va stroncato al più presto. E sta cosa già so che mi costerà assai. Che palle! Non mi frega dei bozzi, dei graffi, del cerchione che mi è saltato chissà quando e fa tanto zingara, ma non toglietemi l’aria. In tutti i sensi. Poi che palle andare in giro con i finestrini tirati giù, con tutti quelli che ti si affiancano al semaforo e ascoltano tutto quello che dici e ascolti, per non parlare dei lavavetri che manca poco e t’infilano la paletta dal finestrino. Ora, chiama Toyota, prendi appuntamento, chiedi permesso in ufficio, capisci di che morte devi morire e come muoverti nel frattempo e già sudo.
Poi, la macchina fotografica ha un sensore sporco da schifo, un faretto led di cui andavo tanto orgogliosa che si è fuso,insieme al vecchio compagno che ha smesso di funzionare a dovere quando mi è caduto al primo giorno di uso (a dire il vero me l’hanno fatto cadere) e un obiettivo forse ha un po’ di muffa.
Ho il portatile che andrebbe formattato, perché è saturo e poi perché mister microsoft ha scoperto il mio inghippo e ogni 3X2 s’impalla con avvisi che mi ricordano del mio status criminale. Ma al sol pensiero di dover andare a ricercare tutti i programmi da installare mi vien la pelle d’oca e quindi arranca ancora lì in soggiorno. Anche l’iMac fa le bizze da tempo, lanciandomi continui segnali di dolore dall’interno delle ventole. Anche qui, chiama Apple, prendi appuntamento, controlla turni marito perché non ce la farai mai ad incollarti da sola il bambinello, chiedi permesso in ufficio, ricercal’estensione di garanzia che hai fatto e pagato e come al solito non sai dove hai messo, son mesi che rimando fino a che lo so che piangerò lacrime amare.
Il telecomando del televisore, alla ventesima capitolata dal letto, ha alzato bandiera bianca. Ha deciso di far abdicare giusto qualche tasto: volume e cambio canale. Ah, anche il menu. E voi direte, vabbè ma che te frega del menu del televisore? Teoricamente niente, se non fosse che è l’unico televisore che io conosca che ogni mese, giorno più o giorno meno, si azzera e devo risintonizzare tutti i canali… con il tasto menu. Ho giusto qualche giorno ancora di autonomia.
L’iPhone ha nuovamente il vetro scalfito, cadendomi in maniera stupidamente becera dalle mani. E’ brutto ma nel mucchio delle sfighette tech, passa decisamente in coda.
Poi ci sarebbe anche tutta una lunga serie di piccole stupidagini casalinghe, tipo l’acqua fredda che non esce, se non un filino, il vano del porta bicchieri rotto con grande gioia del mio bicipite moscio ogni volta che devo svuotare la lavastoviglie, la macchia di muffa in bagno che con oggi compie 5 anni (dal momento che si è creata essattamente un paio di giorni dopo che abbiamo finito i lavori e siamo entrati a casa) insieme alle mattonelle avanzate che campeggiano in terrazzo coperte da 10 kg di polvere, inferriate sporche e arrugginite da verniciare, pezzi di intonaco che iniziano a staccarsi da bagno e cucina, un buco al muro dietro a una porta che ho fatto io facendo accidentalmente cadere la tavola da stiro nell’unico giorno in cui l’ho usata. Insomma cose così, cazzate, che in pomeriggi noiosi tornano a galla come certe bisogni indigesti.

Nessuno è immune alla follia

La cronaca, soprattutto negli ultimi anni, ci ha regalato molti casi di delitti eclatanti e raccapriccianti per efferratezza e insana follia. Eppure quello che è successo ieri alla povera donna e ai suoi figli, vittime del raptus omicida di un marito insospettabile, mi ha fatto rabbrividire più del solito. Da brivido è scoprire quanto possa essere così labile quel confine tra normalità, almeno apparente, e pazzia, e cattiveria e atrocità. Cosa rende un padre, un ragazzo di soli 31 anni, un amico, un compagno da una vita, un mostro?
Come è possibile che non ci siano state negli anni avvisaglie, tracce, molliche di pane che portino alla brutalità di tali eventi. Che poi ricostruire a ritroso sia inutile è certo, ma è possibile impazzire così, se di pazzia in senso medico si può parlare, o esternare un mostro che però si è riusciti a tenere a bada in tutti questi anni, all’improvviso?
Ho letto tutti gli articoli disponibili sul delitto di Motta Visconti per scovare il tarlo, l’avvisaglia, il segnale che non era stato captato a dovere, perché ho paura. Ho paura che fatti del genere possano capitare a chiunque e nessuno sia in grado di prevenirli.
Perché non può essere solo il desiderio di fuga, di una scappatella non corrisposta, delle seppur grandi, enormi responsabilità dell’essere genitori, in questi tempi. Tempi in cui, grazie ai social network, puoi entrare nelle vite private di chiunque e vedere foto, pensieri, ricordi, apparentemente privati, apparentemente comuni a tutti.
Sono piena di amiche e conoscenti che scrivono quelle cose lì, che scriveva Cristina… delle notti insonni con i bimbi piccoli, delle febbri, delle grandi responsabilità che arrivano tutte insieme. Dei giochi e degli scherzi con il proprio compagno. Soli 5 giorni fa lei condivideva una delle tante vignette simpatiche che girano sul web “taggando”il marito, chiamandolo amore.
Due persone comuni, due visi puliti, quello di lui troppo giovane e con uno sguardo di chi ancora forse non si è reso troppo conto delle conseguenze delle proprie scelte.
Ma non può esserci nessuna spiegazione forse, né certamente attenuanti. Come si può non avere pietà, non fermarsi di fronte al sangue del proprio sangue, a un bambino innocente che dorme in quella che dovrebbe essere una culla sicura: la camera di mamma e papà.
Poi uscire, guardare la partita, riderci su, inscenare un delitto, provarci fino all’ultimo a sfangarla.Ho paura perché dobbiamo essere tutti vigili per tutti e non spulciare nelle vite altrui solo per il pettegolezzo, per il voyeurismo.
Mi chiedo come mi sarei sentita ad essere un’amica di quella coppia. Quali colpe mi sarei data.
Mi viene quasi da scartabellare tutte le foto dei miei sposi, per scovare in qualche sguardo la minaccia, perché anche vedere quelle foto, che sono uguali alle centinaia che mi capita di fare, mi ha messo i brividi.
Mi chiedo e cerco con ansia la prova di un gene, di un qualcosa che provi che queste cose capitano solo per motivi oggettivi, non per motivi così assurdi, crudeli, insensati. Perché allora sì, allora nessuno è davvero immune alla follia.
Ciao Cristina, riposa in pace, con i tuoi angeli e il tuo papà, lontana dai tanti mostri che popolano questa terra.

Un mese inutile

Mi annoio un po’ in queste ultime settimane, sarà per questo che sono arrivata a pensare che tutto sommato giugno sia un mese pressoché inutile.
Non succede nulla di importante, se non, quando ci dice culo, avere due giorni di vacanza in più. Le ferie sembrano ancora lontane anni luce, e quest’anno che le ho prenotate con un certo anticipo ancor di più.
E’ arrivato il caldo asfissiante, anche se da quando passo gran parte della giornata in ufficio, me ne accorgo di meno.
Gran parte delle attività estive ancora non sono iniziate del tutto, e tutto del resto è ancora a metà, almeno per me. La piscina aprirà questo week-end per cui arriveranno le prime bruciature, il sole a chiazze, l’herpes (ah no su quella mi sono portata avanti), il mio armadio ancorà è per metà estivo e per metà inutile, i capelli li ho dovuti scorciare un po’, ossia della metà, e fanno di nuovo quella piega insopportabile all’insù all’altezza delle spalle. Poi ora asciugarli diventerà improbabile e vai con due mesi di riccio indisciplinato e cipolle permanenti. Anche i piedi ancora faccio fatica a scoprirli, ma con le ballerine adesso il rischio vesciche è sicuro.
Le gambe color mozzarella le risparmio alla mia vista suscettibile, inoltre non ho ancora completato l’operazione ceretta estiva, ossia quella che completa anche le cosce che durante l’inverno ci possiamo anche risparmiare.
Che pizza. Avevo iniziato un buon allenamento camminando per un’ora la sera con Holghina, al rientro da lavoro, ma adesso con questo caldo se mi becca una delle canare del quartiere mi denuncia pe maltrattamenti.
Non riesco ad essere entusiasta dell’estate, si sa, però l’anno scorso avevo più energie, più voglia di uscire, tirar tardi. Ma infatti è anche così, sarà così, spero, ma a luglio.
A luglio è estate, c’è roma sul tevere, almeno uno dei miei lavori è in ferie e posso tornare a poter godere di qualche week-end come tutti i cristiani. E’ il mese delle cene di chiusura, delle cene dei saluti, degli aperitivi a tirar tardi, ingannando il tempo in attesa di decollare.
Toh, quest’anno vorrei anche andare ogni tanto al mare, pensate quanto so matta!
Fortuna che questo week-end piove.
Insomma mi annoio a giugno, per cui, ti sbrighi a finire?

Ancora voglia di te

A volte mi vengono delle idee folli, tipo che in questi giorni, a distanza di quasi 3 anni, voglio fare un fotolibro con le fotografie del viaggio di nozze. È un viaggio a cui penso tantissimo e spesso, che probabilmente non farò mai più nella vita, ovviamente non così. Ma non solo perché è la luna di miele – e non mi sposerò mai più – ma perché quei posti, con quelle sensazioni, saranno per me per sempre unici. Non c’è giorno in cui non desideri poterci tornare, poterlo rifare da capo, poter rivivere quella gioia e quella spensieratezza per ben 21 giorni. I ricordi sono vivi, ma ogni tanto hanno bisogno di una mano. Ho bisogno e ho voglia di poter rivedere quella gioia, quella bellezza, ogni volta che mi va, ogni volta che mi serve. E senza dover accendere un PC. È folle perché le foto sono un fracco – alcune davvero terribili, professionalmente parlando, ci metterò un sacco, ne selezionerò una marea e la spesa potrebbe essere non indifferente. Ma questa ora è la mia missione. Sì sono folle, ma una folle romantica.