La cometa Anais

In settimane come queste, in cui non vedo mio marito da 24 ore e tra un impegno e l’altro lo rivedrò tra altre 24 (ore sonno escluse) per 2 ore a cena, figurarsi che voglia ho di sentire i miei – e non solo – lamentarsi che non ci si vede mai o che non mi faccio mai vedere.
Ma da che parte state?
La mancanza non si soffre lamentandola e basta.

I tempi di Anais

In Italia devi sperare che non ti accada mai nulla perché risolvere qualsiasi cosa, anche un minimo problema, una pratica da niente, significa ore di tempo perso.
File in banca, file alle poste, dal medico, alle casse, ai semafori, alle banchine della metro.
Sembra sempre che nessuno ha mai tempo per te o il tuo tempo vale meno di quello degli altri.
L’aspetto più snervante di Roma sono queste attese, che vorrei vivermi con più serenità se non fosse che ultimamente ho seri problemi a gestire il mio tempo per cui anche 20 minuti in banca o a ritirare una valigia che non volevo imbarcare diventano uno spreco, oh!

La nuit, la pluie

Stanotte non riuscivo a prendere sonno. Mi capita soprattutto quando torno e mangio tardi e tratta in inganno dalla stanchezza mi metto a letto, ma un esercito di draghi decide di occupare pancia e testa.
Data la notte buia e tempestosa mi ha affascinato ascoltare il rumore della pioggia battente. Protetta sotto il piumone caldo mi immaginavo i posti dove passo di solito pieni di acqua e fango. Ho avvertito un senso di tranquillità e protezione. E poi ho pensato anche alla virulenza delle ultime piogge a Roma e in Italia. Un tempo non pioveva così, con tale impeto e vigore da trovare spesso una città divelta su se stessa. Poi dopo la furia spunta un sole beffardo, come oggi, che mi fa più paura del temporale violento.
Poi mentre mi sentivo al sicuro, mi sono addormentata. Stamattina ho letto della Sardegna. Ho ricordato le mie sensazioni e ho solo potuto immaginare lontanamente la paura dei sardi.
Non sembra andare più bene niente in questo Paese…

Diario parigino

Tornata da Parigi con la solita malinconia e lasciando come sempre un pezzo di cuore in quella che rimane, per me, la più bella città del mondo.
Anche se l’albergo non era proprio il massimo e la zona non proprio la mia preferita, ogni cosa, ogni bar, anche il più insulso, ha quel fascino introvabile altrove. Quel misto retro dallo stile a volte decadente ma accogliente, caldo. Quel rosso bordeaux che domina in certi caffè, quei particolari, quelle atmosfere.
Se poi aggiungiamo tutta la fotografia che ho inspirato a pieni polmoni fino a farmi girare la testa, stavolta davvero non sarei tornata. Forse più di New York, lì mi sembra tutto possibile. Lì l’arte ha il suo peso e il suo valore, riconosciuto, trattato con i guanti. Ti perdi nei quartieri e trovi mercatini di foto vintage nascosti in gallerie liberty, dove può ritrovare foto d’autore, di Walker Evans, Raymond Depardon, datate, foto da set di Truffaut e magari rinunciando a qualche cazzata potresti ritrovarti appese in camera. Con quell’odore di antico, di acidi e carta, di storia che non si vuole dimenticare. E anche gli autori più sconosciuti puoi scovarli in gallerie che scommettono sulla fotografia, o persino esposti nel metro.
Libri d’annata a prezzi scontati nelle librerie migliori e la voglia di provarci ancora, di fare progetti o ripensare ad altri.
Sti cavoli dei commenti da addetti ai lavori frustrati o con la pretesa di voler sempre criticare su tutto.
Ho incontrato Antoine D’Agata, Martin Parr, Paolo Pellegrin, stretta la mano ad Elliott Erwitt, con un autografo che conserverò come un cimelio prezioso. Ho visto foto stampate introvabili o ammirate solo su libri o peggio ancora sul web. Ho sognato. Se non è magia questa, cosa?

PS: incredibile ma per puro caso sono anche capitata davanti al mitico bar dei Deux Moulins di Amélie! E anche lì, piccola lacrimuccia e tanta emozione!

Something new, something old, something blue, something true

Eccomi, scusate la mia latitanza (se mai ve ne siete accorti) ma sono state settimane impegnative.
Belle settimane, brutte settimane. Specie l’ultima.
Al primo accenno di freddo io già sono raffreddata, alla faccia delle pere di Echinacea che ho iniziato a farmi già da settembre.
Il corso di scrittura procede a vele spiegate ed io mi sono arenata sul tema del mio racconto. Ero partita con un’idea, ma da un primo confronto in classe mi sa che devo cambiare tutto. Mi sa che non verrà granché… alla prima lettura mi hanno detto che sembra un misto tra Bridget Jones e Il Diavolo veste Prada… mica lo so se è un complimento. Qualcosa mi dice di no. Alla fine ne uscirà fuori una roba rosa (chiken books, cheek book.. boh non ho capito come si dice)… alla fine sò romantica, avrei preferito romantica alla Bronte, invece sono romantica spicciola.
Week-end prossimo me ne vo’ a Paris, per la terza o quarta volta, nella città dell’ammore, giustappunto, o nel mio amore di città.
Purtroppo questa volta l’atmosfera non sarà la stessa, perché l’unica cosa che riuscirò a pensare durante quei giorni è che doveva andare in modo diverso, e che ci dovevi essere anche tu.
Diego non c’è più, all’improvviso, e la vita è davvero stronza.

I dolori di una poco giovane Anais

E dopo i dolori fotografici, ci volevano quelli letterari.
L’esercizio di oggi non l’avevo proprio capito. Come sempre mi sono attenuta alle istruzioni, senza capire che si poteva anzi, forse si doveva, trascendere su un piano narrativo e inventare. Creare personaggi, ricordi e non ricordi falsi o verosimili. È questo il bello di scrivere, no?
Vabbè, non sono stata l’unica ad aver frainteso solo che almeno ad una mia collega è uscita fuori una poesia, a me decisamente neanche quella.
Per la prossima volta devo reinventarmi una favola. Urca, a proposito di memorie, chi si ricorda l’ultima fiaba letta o raccontata o persino vista. Penso che la quadrilogia di Winnie Pooh e le avventure del bosco dei 100 acri non valga. Però magari potrei rivederla per qualche spunto, chissà se al cinico va… oppure la voglia mela invento. Mh… mi sa non funziona proprio così.
Cavolo, stavolta è dura.

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Anais psychogym

Poche cose tra quelle che faccio mi rendono orgogliosa quanto iniziare la giornata facendo sport. In piscina per altro, che con l’arrivo dell’inverno vi assicuro che il passaggio piumone-vasca semi vuota ha un effetto tutt’altro che piacevole.
Mi fa sentire forte, determinata, più che riunciare a mezza barrette di milka o a un buon bicchiere di vino (forse perché specie a questo non riesco mai a rinunciare… ma deve essere bono però eh, mica so alcolizzata). Sarà perché per me è un sacrificio davvero grande, uscire alle 8 quando sai che se ti va di lusso rientrerai tra almeno 12 ore. Per non parlare dei capelli da gestire di primo mattino, del cane da portare fuori, del letto da rifare. Ebbene, non ci crederete, ma spesso riesco a fare tutto.
Ecco sì, proprio in questo trovo che lo sport faccia bene. Non alle membra di per sé, ci tengo ai miei muscoli e meli tengo ben nascosti, ma all’autostima. So boni tutti a fa gli sportivi alle 6 de pomeriggio, ennamo.

Boring post x bored people

Questo è un post un po’lamentoso, vi avviso. Questa sera sono un po’annoiata e insofferente. È una serata noiosa, non ho altri termini per definirla, così come altre che mi capita di trascorrere. Volevo andare al cinema perché mi manca troppo ma alla fine non sono riuscita ad organizzarmi, così i 20 euro li ho mestamente dedicati alla benzina anziché ai Pop Corn unti che mi sognavo da ieri. Sono circondata da persone che vivono il loro tempo al meglio, non solo per lavorare… cene, aperitivi, film… mentre io non riesco mai ad organizzarmi un cazzo. Torno a casa e c’è sempre qualcosa da fare, da sistemare, i panni muffi in lavatrice, il cane e i peli che si intrufolano ovunque e le mie cene tutt’altro che golose. Se non sono a casa sono al locale, che mi piace per carità, ma alla fine anche quello è comunque lavoro, divertente ma anche faticoso, e per me alla fine mi sembra non rimanga poi molto. Non sono una forzata dei week-end (anche perché spesso lavoro!) dei locali, della movida. Mi basta poco per “divertirmi”, proprio per questo mi faccio ancora più rabbia quanto mi faccio abbattere dalla stanchezza o dalla pigrizia. Ma poi un giorno c’è un corso, un giorno ce n’è un altro, uno c’è un turno e non riesco a pensare di poter uscire dopo le 22 o le 23… io?? See e poi domani mattina a lavoro? O in piscina? E chi s’alza?
Però ecco, che palle. Oggi sono una noiosa casalinga annoiata, ecco. Con tanto di cardiganino alla Bree Van de Camp.

Per mettere un po’di pepe a questo post insulso vi parlo un attimo male dei miei vicini di casa: li odio. Vivo in un condominio di maleducati. Tra la psicopatica del piano sopra e le sue liti furenti con l’amante del catasto, la dirimpettaia sedata e il marito cafone che non paga il condominio, l’ingegnere dell’attico che s’è fatto un ascensore per cazzi suoi, quella del terzo piano che in 4 anni non ho mai mai visto. Pochi mesi fa sono arrivati dei ragazzi, al posto della lesbica che lavorava a Sky e il suo amico gay, un ballerino che ogni tanto ho pizzicato provare i balletti in calzamaglia nel cortiletto. Si sono presentati con odore di canne e braciolate per tutto l’isolato. E la monnezza sul pianerottolo. Poi però sono spariti pure questi o le rare volte che li becco non ti cagano manco di striscio. Non saluta mai nessuno, gran maleducati che non sono altro e mi fanno diventare tale anche a me ed è una cosa che non sopporto, ma a una certa mi son stufata di salutare l’aria.
Gli unici decenti sono una coppia con bambino del piano terra, tranne quando non rompono perché mi beccano sempre quelle rare volte in cui mi cadono 2 o massimo 3 gocce da quei 4 fiori rinsecchiti che ho sul balcone.
Ecco no per dire che magari in serate scojonate tipo queste potrei, che so, bussare a qualcuno. Ci facciamo due chiacchiere? Una partita a burraco? Non ci so giocare ma sono veloce ad imparare! Tiè, na cannetta?
E invece niente. Vabbè, fortuna che ci sono i libri, le serie TV, la musica e Holghina.

L’autoterapia di Anais

Il corso di scrittura entra sempre più nel vivo. I miei compagni d’avventura sono forti e… particolari. Già loro potrebbero essere fonte d’ispirazione per tanti racconti.

Ho scritto i miei primi 2 brevi “inizi” di racconto. Ancora non li hanno corretti, per cui mi crogiolo ancora un po’ nella soddisfazione. Non tanto di quello che ho scritto, quanto dell’esserci quanto meno riuscita.

Ieri abbiamo dovuto leggere il nostro “Perché scrivo”. Sono uscite tante cose interessanti, tra chi scrive per perfidia, per rivalsa, per noia, per svago, per bisogno, chi per respirare, per evadere, per pensare, per mettersi alla prova… e per diventare uno scrittore (sì sì, qualcuno sotto sotto l’ho tanato.)

Vi riporto le mie motivazioni, meno auliche di altre ma, di fatto, mi hanno portato su quella sedia.
A onor del vero il testo andava scritto come flusso di pensiero, senza punteggiatura, al massimo qualche virgola. Ma per non passare da analfabeta, qui lo riporto “corretto”.

Scrivo perché ho bisogno di tirare fuori dalla testa tutti i pensieri, tanti, che l’affollano.
Soffro spesso di emicrania e ho trovato in questo una piccola terapia. Scrivo quando sono triste, arrabbiata, delusa, felice.
Scrivo di me da quando sono bambina e non riesco a farne a meno: per mettere ordine, per autoterapia, perché leggere nero su bianco tutte le mie cavolate mi aiuta a prendermi più sul serio oppure a sdrammatizzare quando serve.
Scrivo di ciò che mi circonda e mi colpisce, per non perdermi di vista le cose che più mi piacciono o quelle che mi infastidiscono e non sempre trovo gli interlocutori giusti con cui condividere le mie idee, particolari, sfumature, inezie… 
Scrivo perché adoro il suono di alcune parole, la bellezza e la varietà della nostra lingua, i sinonimi, i verbi: sono tanti tasselli che è bello incastrare e scastrare cambiando ogni volta il puzzle finale che ne esce. Ho sempre odiato i puzzle perché schemi preconfezionati e rigidi, le parole sono invece come un’autostrada enorme dove puoi scegliere le destinazioni che preferisci ed è stranamente piacevole perdersi.
Scrivo quando non posso fotografare o scrivo insieme alla fotografia, che è un altro mezzo di comunicazione senza il quale difficilmente potrei stare.

Anais scrittrice(?)

È entrato subito nel vivo il corso di scrittura iniziato stasera. Anziché farci fare il solito giro delle presentazioni, ci hanno fatto subito scrivere un breve racconto sul nostro vicino di “banco”. Ecco io sono stata subito disegnata come una che si veste a cazzo e che ha un marito desaparecido con cui litigo nella gestione del cane. Ottimo inizio.
È stato divertente e già molto costruttivo, la classe sembra carina anche se siamo decisamente troppi. Ero talmente presa dall’inizio che neanche ho ricollegato che la scuola si trova allo slargo dove sono stata bocciata non una, non due, bensì tre volte all’esame di guida e a pochi passi dal bar della vecchia “comitiva”. A volte la vita ci fa andare avanti, riportandoci indietro. It’s fun!

Ps: ho già il primo compito per sabato e ancora non ho avuto coraggio di leggerlo!