Diario serbo-turco-balcano

Anche se, ridendo e sbuffando, è già quasi trascorso un mese dal bellissimo viaggio estivo, ecco qualche nota di viaggio che chissà, magari a qualcuno potrà tornare utile, anche se dubito vi eviterà facce strane e sorrisi spenti quando comunicherete ad amici e conoscenti di aver preferito niente meno che i Balcani a più blasonate mete transoceaniche o caraibiche.

  • Belgrado: la città inizialmente mi ha lasciata perplessa. Non posso dire che sia bella, a differenza di altre città dell’Est (tipo Tallin, Vilnius o Riga) che nel frattempo si sono trasformati in veri e propri gioielli turistici. Proprio per questo, Belgrado è una città autentica, dove respirare la stessa aria dei conterranei. Difficilmente sarete assaliti da orde di turisti, potrete sedervi in uno delle centinaia di locali carini che la città vi propone e mischiarvi tra i ragazzi serbi con nonchalance. Chi ama le atmosfere parigine inoltre sarà felice di cenare nel dehors di uno dei tanti localetti bohemienne a Skadarlija, musica tzigana al posto delle armoniche. Non stupitevi però se al momento di pagare vi presenteranno un conto scritto in cirillico e rimarrete con il dubbio di non aver consumato proprio tutte quelle voci.
    Girandola un bel po’ poi ti accorgi che ha tantissime facce, oltre a quella ricostruita e imbellettata del centro, ci sono ancora le ferite aperte della guerra, testimoniate dai diversi edifici bombardati ancora lontani dall’esser ricostruiti, oltre che l’influsso comunista soprattutto nell’architettura similsovietica del quartiere Novibeograd. Un alveare squadrato di casermoni, grigi in una giornata grigia, ma fotograficamente davvero interessanti, da perderci le ore.
    La street art è molto diffusa, il mercato come sempre si rivela una figata da fotografare e le persone, seppur sembrano sempre perennemente incazzate, specie se anziane, sono tranquille. Il lungo fiume è un po’ triste rispetto ad altre capitale che si giovano delle carezze del Danubio. Si mangia diciamo bene, soprattutto carne, carne e carne a prezzi decisamente convenienti.
  • Guca: ovvero, il festival più pazzo del mondo. Spesso ci siamo interrogati come sarebbe stato un festival del genere in Italia, con la possibilità di fare quel che cavolo ti pare praticamente H24, tra bere, fumare, ballare ecc ecc ecc. E di gente strana ce n’era, ma il tutto amalgamato in un caos piacevolmente equilibrato e tranquillo, nonostante per circa 3 giorni abbiamo perso l’uso dell’udito. Il caldo ci ha massacrato, tra le temperature alte e il fumo e il calore proveniente dai centinaia di spiedi arrosto sparsi per tutto il paese, è stata dura. Per fortuna che la Sòra Milena ci ha messo a disposizione un bellissimo gazebo di fronte alla nostra casa dei nanetti, ed è stato piacevole fare editing tra caffè turchi, sorsi di rakja e fughe al bagno.
    Di per sé il festival non mi ha dato grandi spunti, un po’ una grande fiera, come sempre più sta diventando il San Lazzaro Cubano, ed è stato davvero difficile isolare qualcosa di più interessante. Mi sono innamorata infatti delle giostre, della luce al tramonto poca prima che si accendessero le luminarie, tra i volti rugosi e bruciati dei veri giostrai zingari, con i denti d’oro, le panze prominenti e le barbe come mangiafuoco.
  • La Macedonia: se qualcuno dovesse farsi beffa di voi perché avete scelto questa meta, così come la Romania del resto, sorridete. Tante persone si perdono la possibilità di visitare posti belli, a portata di mano e soprattutto molto economici per chissà quale pregiudizio. La Macedonia è tutto un susseguirsi di montagne dolci, vaste distese di un verde lussureggiante e accogliente, monasteri nascosti tra le rocce, paesini dalle case basse e dalle persone pronte ad ospitarti per offrirti un caffè e fare due chiacchiere, in tutti i gesti del corpo possibili. Città come Bitola, Ohrid, Skopje mi hanno tolto il fiato ma non per la bellezza, perché certamente non posso paragonarle a capitali come Parigi o Londra, ma per l’atmosfera magica che le avvolge. Sei in Europa ma ti sembra di esser immersa in un’alta realtà, in un coacervo di culture che sembrano integrarsi a perfezione e dove tu, pur sentendoti un po’ fuori luogo, vieni piacevolmente immerso. I profili delle Moschee che si trovano un po’ ovunque, le più moderne delle quali hanno l’aspetto di navicelle spaziali, con le cupole dalle tinte sgargianti d’alluminio, il muezzin che risuona quando tu ovviamente non te l’aspetti, i bazar, l’odore di thè misto a quello lacustre, di un lago però che sembra mare per quanto è grande, che ti porta fino in Albania, che ha un’acqua trasparente e bellissima e calda e che mi verrebbe da consigliare a tutti gli amici patiti del mare. Skopje è una cittadina assurda, con un centro nuovo che muore dalla voglia di imporsi nel mondo, con i monumenti enormi che sembrano casinò di Las Vegas, le statue equestri imponenti che cozzano con i viottoli della città vecchia, un open bazar con vecchietti che giocano a scacchi, donne velate, vecchie botteghe e barbieri aperti fino a tarda notte.
    Che dire poi del Canyon Mathka, di quell’albergo incastrato nel dirupo, la terrazza del ristorante a lume di candela.
    A Dhiovo abbiamo dormito in una residenza d’epoca bellissima, anche qui gli ospiti ci hanno accolto come persone di famiglia, in un giardinetto fatto di travi di vite, fiori freschi e mobili di legno, offrendoci biscotti caffè, racconti e le coccole di Bruno, un cucciolone di labrador nero che difficilmente dimenticherò.
    Anche Jose, il pazzo logorroico di Ohrid sarà difficile dimenticare, soprattutto per le improbabili decorazioni ad elefante fatte con gli asciugamani più duri che abbia mai sentito dopo i miei e i 40 gradi della mansarda, a picco sotto solo il sole. Ma per fortuna che il suo pozzo privato ci refrigerava con acqua fresca H24, buonissima!
  • Istanbul: che dire. Sicuramente 12 giorni in giro su e giù e con botte di 4/6 ore di macchina tra una destinazione e l’altra un po’ hanno influito sulla stanchezza. E poi passare dai villaggetti ai 16 milioni di abitanti è stato un trauma non indifferente. Il caldo anche qui ci ha messo a dura prova e il tempo purtroppo era poco per concedersi pause. È bella, io poi tra quei negozi di spezie, argenti e monili ci passerei le ore ma il troppo mi ha destabilizzata, il non saper dove guardare, persino come inquadrare tanta mastodonzia. E il grandangolo non è proprio il massimo per foto così. Sì, per la prima volta sono tornata davvero con foto di merda, ma di merda eh. E con poche foto nostre, perché eravamo talmente distrutti dal caldo da essere improponibili! Vorrei tornarci, in un altro periodo e sicuramente per più tempo, perché credo che soprattutto la parte asiatica, che abbiamo toccato solo per pochi minuti, sia molto più affascinante e valga la pensa prendersi i tempi giusti. La moschea blu mi ha davvero lasciato a bocca aperta e credo sia una delle costruzioni più belle che abbia mai visto, ma anche in questo caso la confusione non ha affatto giovato. Per cui, non sono stata rapita dall’atmosfera turca, spero di rimediare.

Un viaggio ricco di tante cose, di tanti posti, con una compagnia fantastica e ben assortita che ha reso tutto più bello, più vivo. Come sempre del pacco di foto fatte non ci farò nulla, ma più le riguardo e più sono contenta, più ricordo e mi emozioni. Come sempre, è stato bello provarci.

Gnaa posso fa’ (Ovvero: l’arte dello scrivere pipponi)

Alla fine questa settimana di rientro è stata ancora più tosta e noiosa di quanto ho sperato.
La realtà ti travolge subito, non aspetta i tuoi tempi, e la quotidianità fa capolino come una mannaia.
Il lavoro è stato l’ultimo dei miei problemi, si è rivelato strategico in realtà tornare ad agosto, perché i tempi ancora sono laschi, quei pochi clienti rientrati hanno meno voglia di te di lavorare, e ammortizzi meglio la botta in vista del frenetico settembre.
Sono altre cose che mi hanno “travolta”, cazzate che proprio per questo mi fanno incazzare ancora di più.

Innanzitutto mi sono raffreddata. Non so come, né quando, ma dopo aver sfidato sudori, umidità, arie condizionate, capelli bagnati e asciugati al sole, all’improvviso il moccolo e il pizzicore alla gola.
Inoltre l’estate ha pensato bene di affacciarsi di nuovo a Roma il 29 agosto, quando tutti torniamo a lavoro, con i suoi bei 32-34 gradi e ovviamente l’aria condizionata mi si è scaricata di nuovo. Sempre in ambito auto, ho trovato la schiappetta adornata di un nuovo graffione color blu, non fatto da me ovviamente. La ruota aveva un chiodo incastrato, per fortuna l’ho potuta riparare e rigonfiare con le altre, con bene placido del gommista:
“Signorì io se vòle jha gonfio e basta ma più a tera de così manco un sampietrino”…
A poi la radio, una stupida e tecnologica radio che ho da sempre odiato perché detesto il frontalino. Io volevo una di quelle scrause di dotazione perché fosse per me io la radio l’accenderei anche 3 secondi per cambiare parcheggio, mentre così stacca e leva stacca e leva, alla fine s’è rotta, sulla Roma-Civitavecchia, sulle note di Nico. E mai più danno fu grave per me.
Ora, cerca assistenza, vai assistenza, capisci se è fattibile assistenza, quanto costa assistenza, assistenza cara, cerca nuova autoradio, paga nuova autoradio, installa nuova autoradio, paga installazione nuova autoradio.
Apriamo la questione pagamenti: oltre all’imminente scadenza di bollo e assicurazione auto, che già so e che dovrei pure cambiare perché mi costa un botto ma tanto per pigrizia non cambierò, l’evento della settimana è stato la clonazione della carta di credito prepagata.
“Ma stranissimo, non capita quasi mai, avrò fatto si e no una diecina di pratiche”. Ma a me è accaduto.
Nel torpore impiegatizio agostano sono stata avvisata dal trillo di sms di acquisti da Parigi. Beati loro. Poca roba, quel poco che era rimasto sulla carta dopo le vacanze e che stupidamente non mi sono spesa a Roma. Va a far la parsimoniosa! Ora ci si sono divertiti loro, da quel che ho capito su siti di incontri, e a me resta la trafila.
Chiama banca, blocca carta, vai polizia per denuncia, polizia dice vai prima banca, vado banca che dice torna da polizia poi ritorna, ma nel frattempo che è qui che ne dice di compilarmi tutta la nuova procedura per la firma digitale, fai firma anzi fai 10 firme digitali più altrettante cartacee, chiedi nuova carta, carica nuova carta. Ora torna polizia perché nel frattempo hai dimenticato i moduli da firmare a casa e lunedì ritorna banca.

E poi il matrimonio, che avevo lasciato in sospeso, più vecchia amica di vecchio matrimonio che si è trasferita all’estero da due anni e che in due anni non ha mai ricevuto le mie foto – non per mia negligenza ma pensavo le fossero state date – per cui recupera vecchie foto + recupera foto di battesimo sfuggite dalla selezione in alta, il tutto entro lunedì perché poi iMac – che è mezzo rotto a sua volta – deve finalmente andare in assistenza.
Non è tanto pigrizia di per sé, sono le perdite di tempo quando uno tempo poco ne ha che detesto. Ma questo, aimè, è il paese delle perdite di tempo. Senza contare che gran parte dell’Italia continua ad esser tarata sugli impiegati statali che o fanno (o hanno sempre fatto) come pare a loro, o alle 16 escono, tiè le 17.
Per chi come me lavora fino alle 19 o alle 20 è sempre tutta una corsa, un incastro, un rimandare ai week-end che diventano tour de force, senza contare che molti esercizi tipo meccanico, gommista, medico, riparazioni, il sabato ti fanno proprio che ciao ciao!

Ma oggi è venerdì no? Week-end in piscina, visto che è tornata l’estate?
De che! I soliti geni del mio circolo hanno chiuso la piscina scoperta già dal 24 agosto, per cui non solo io non vado oramai da quasi un mese, ma non potrò tornarci prima di metà settembre, praticamente regalandogli un mese di abbonamento (quello che in teoria loro dicono di regalarti quando rinnovi, 0-0 e patta).
Quindi devo assolutamente ridare una parvenza di pulizia e decoro alla mia casbah!
Ecco, capitolo casa. Sono nella fase che, dopo aver visto il mondo, vorrei cambiare tutto. O almeno, cercare di aggiustare quelle cose sconquassate. E’ da prima di partire poi che vedo, rivedo e ho visto polveri e sozzeriette. Poca roba, ma bisogna agire. Lavatrici, asciugamani vecchi, lenzuola da piegare e poi ricominciare di nuovo a ripensare alla spesa, a cucinare o anche solo a pensare, oggi che si mangia? Domani?

E poi ci sono i viaggi che ho sempre in testa, tutta la voglia che ho di girare, vedere, posti che non potrò mai permettermi di raggiungere o forse sì… basta rinunciare a qualcosa, forse. Ma forse avrò i soldi ma non avrò le ferie. 

Insomma si ricomincia, e a me quest’anno proprio non mi va. Le giornate sono già più corte, questa estate è stata un soffio e ritornano ad essere più o meno tutte uguali.
Guardo il panorma dalla finestra e mi chiedo per quanti anni ancora dovrò vederlo. Sempre lo stesso.
Ho un problema con la routine, è evidente.

Again

Sicché, as usual, è arrivato anzi, tornato, il momento del rientro. Di per sé non tutto il male vien per nuocere, non mi dispiace tornare alla mia vita di sempre, alle mie cose, agli amici, al pensare all’avvicinarsi dell’autunno, ai corpi che si rivestono, al non vedere più tutte le persone più abbronzate di me o foto esotiche da vacanze in capo al mondo. Per questo ci vorrà ancora un po’… si torna presto in ufficio e le prossime vacanze sono così lontane. Perché questo è il vero lato brutto, la fine della vacanza, come viaggio e come stato mentale. Tornare alle responsabilità, al lavoro anzi, ai lavori, al vivere faticosamente la città e le giornate tra gli impegni, tra gli stralci che rimangono dopo le responsabilità.
Non so se sono pronta al nuovo anno, del resto non lo sono mai, e quest’anno ho l’impressione che sia più faticoso e difficile.

Le mie vacanze sono state belle, il viaggio nei Balcani si è rivelato ben al di sopra delle aspettative e la compagnia è stata complice nell’amplificare ogni sensazione e ogni ricordo. Come al solito son tornata carica di giga di emozioni e nuove scoperte, che non so ancora se saranno in grado di raccontare al meglio le atmosfere di quei giorni, di quei posti, così diversi tra loro. Ma come sempre, è stato bello provarci.
Ora mi godo queste ultime ore di libertà, a ridosso dei festeggiamenti del mio nuovo anno. Sono davvero grande, ormai, sarà forse per questo che mi sento più malinconica del solito.

A ciascuno il suo

E poi, due file di ombrelloni più giù, ti capita di rividere, dopo circa 15 anni, quel tipo che ti era piaciuto un sacco ma che proprio non ti riservava il benché minimo sguardo, anzi aveva finito col fidanzarsi con una delle tue amiche della comitiva estiva.
Ebbene è sempre un bel tipo, non si ricorda di te, o almeno così finge, ha sfornato 3 bambini e si ritrova accanto una moglie apparentemente acida, insulsa, che non la smette di urlare ai tre gnomi lagnosi, con la ciccia che balla e la cellullite a pacchi.
E una nikon, una nikon di quelle plasticose, con l’obiettivo a conetto, a cui intima alla moglie di scattargli l’ennesima foto mentre si atteggia a surfista sulla tavoletta giocattolo della figlia, e la moglie sbuffa, imbraccia la camera in modo maldestro, lontana, di lato. Non so immaginarmi più di tanto la sua vita ora, forse sì. Di certo quella foto però è venuta una cagata.
Almeno quella, forse, avrei saputo farla meglio.

Meno uno

Finalmente ci siamo. Finalmente vacanze. Non voglio pensare a quanto tempo ho aspettato questo giorno, di contro a quanto velocemente trascorreranno queste settimane. Al fatto che quando tornerò a Roma sarò più vecchia di un anno, al lavoro che mi aspetta a settembre, che in parte già conosco, alle gestioni separate che non saprò come chiamare diversamente, ai naming, all’assicurazione che mi scade, a tutta la comunicazione dei corsi da riempire, alle sedie nuove, al parquet, al racconto che devo scrivere. Alle foto che forse non verranno come vorrò ma sarà bellissimo crederci, ai rulli che non vedrò l’ora di sviluppare, ancora con quell’attesa, dei bambini sotto natale.
Voglio pensare ai tanti posti nuovi che vedrò, alle risate con amici vecchi e nuovi, alle birre, alle cose nuove che assaggerò e ai chili di brioschi, ai piedi e alle gambe che mi faranno male, agli occhi che si stupiranno ancora, ai capelli coperti nelle moschee, ai tramonti sul bosforo, ai modi fantasiosi che inventeremo per parlare nei villaggi macedoni. Alle tante sigarette che fumerò, forse troppe o forse meno. Alla tanta musica che mi accompagnerà, agli ottoni, a Goran Bregovic e a Carofiglio che porto in valigia. Un pezzo del mio paese, che per qualche giorno vorrò dimenticare, magari per tornare a sentirne la mancanza.
Buone vacanze.

Meno sette

Forse dovrei cominciare a fare mente locale sulla prossima partenza per non ridurmi sempre all’ultimo minuto.
Tipo iniziare ad indossare cose che teoricamente vorrei portarmi, fare mente locale su cosa dovrei portarmi, controllare medicine, attrezzature, scegliermi un libro, studiarmi la guida. Ecco cose così, vacanziere.

L’apparenza inganna… e pure male

Io davvero non capisco quelli che al mare o addirittura nella piscina di quartiere si presentano con costumi e pochette altamente griffate, tipo Fendi, Gucci e Prada, poi si spalmano di Nivea e sotto la doccia si lavano corpo e capelli con marche puzza.
Ma prendersi più cura della sostanza piuttosto che dell’apparenza?

Accidiamente

Insomma ogni tanto su facebook scopro l’esistenza di locali e posti nuovi a Roma, all’apparenza fighissimi, dove non solo non sono mai stata ma di cui non ho neanche mai lontanamente sentito parlare. In più, la maggior parte di questi “suggerimenti” nascono proprio dal fatto che molte persone a me vicine ci sono state, per non dire che son frequentatori abituali.
Ogni tanto allora mi sale un po’ di sconforto, al pensiero di quanti luoghi e quante realtà in questa città tentacolare mi rimangono estranei. Quanto potenziale non visto, non vissuto. Ed è troppo facile nascondersi dietro il mignolo del poco tempo, perché di certo anche queste persone più “viveur” di me non si grattano la panza da mattina a sera. Per quanto forse, a mia discolpa, mi dico sempre che 10 mesi su 12 ho praticamente il 90% dei miei week-end impegnati a lavorare, e quelli che riesco a guadagnarmi se posso preferisco trascorrerli diversi chilometri aerei lontana dal G.R.A.
Per cui mi chiedo quanti confini ci costruiamo senza rendercene conto e prima ancora di sentirci poi chiusi e oppressi sempre negli stessi posti, sempre nelle stessa routine. 
Questa è un’estate un po’ strana, sarà il tempo, saranno i 35 che si avvicinano ma a volte ho l’impressione di esser incollata da ore interminabili alla fermata di un tram fantasma, perché tutti quelli che continuano a passare davanti mi sembrano sempre troppo pieni o terribilmente vuoti.
Esco scarica dal lavoro e di questa estate romana sto assaporando ben poco, sento un rumore soffuso in lontananza, che neanche mi attira più di tanto. 
Mancano soli 10 giorni alla partenza, sempre troppo a ridosso del primo giorno di ferie e per quanto non veda l’ora ho come l’impressione di non aver reso giustizia alla mia città, di averla trascurata e snobbata in luogo di quella circe malefica chiamata accidia.
Nell’estate più fredda e ideale di tutti i tempi, mi manca l’inverno. 

Ciak, si scatta

Sicché domani ho il mio primo shooting fotografico per una pubblicità istituzionale. La borsa è pronta, le pile cariche, le schede nuove, gli obiettivi migliori, i flash e i faretti, il cavalletto, ci sono tutti e tutto dovrebbe funzionare.
Però cho l’ansia. Anche se si tratta di una foto di una serie a cui ho partecipato come assistente, domani per la prima volta sarò sola, sarò io a dirigere una piccola “troupe” per una sola foto, una deve essere e buona, che andrà su diecine di cartelloni enormi e probabilmente vedranno migliaia di persone. Io a dover fare la concentrata e la simpatica al contempo, a mettere da parte la mia di ansia per tranquillizzare i modelli e farli sorridere. Io che domani sicuramente suderò 7 camicie e avrò la vista appannata.
Una foto inter nos del cavolo, per questo difficile. È una prova importante per me, per come sono fatta io, che non mi sento mai portata per niente e mai sufficientemente capace. Non so neanche perché ho accettato, forse perché non c’erano molte alternative o forse perché è il caso di iniziare a crescere e cambiare.
E poi per una pubblicità brutta non è mai morto nessuno, al massimo potrò essere licenziata… ma sì, viva la vida, spericolata!

In loving memory

Non ricordo che fine abbia fatto la mia memoria. Non che sia mai stata una cima, sin da bambina, a memorizzare poesiole e filastrocche (al massimo mi fermo a “la pioggia agli irti colli, piovigginando sale, e sotto al maestrale urla e… biancheggia? il mare”. STOP), né ho mai, e ne sono fiera, applicato allo studio un metodo meramente mnemonico. Ma non ero neanche una di quelle a cui bastava star attenta in classe. A cui, comunque, la sufficienza non bastava e si impegnava al massimo. Però, sarò forse un po’ arrugginita con il libri (e sì che ci son stata sopra un bel po’ eh) ma ultimamente tutto quello che studio o cerco di memorizzare, o meglio, fare mio, lo dimentico con una certa facilità.
Da quando ho iniziato seriamente questo lavoro, ed è trascorso più di un anno e mezzo, avrò letto, sottolineato e appuntato decine e decine di libri (che tra l’altro spesso dicono le stesse cose) eppure puntualmente le cose mi tornano alla memoria solo al momento in cui le ri-leggo.
Se dovessi fare domani un esame universitario in comunicazione pubblicitaria, mica lo so se riuscirei a strappare un 18 eh.
Sarà che forse son stata messa subito “sul pezzo”, e la maggior parte delle cose ho dovuto impararle in itinere, senza tempo per troppe domande, studiando e affiancando i copy senior e sbagliando direttamente sulla mia pelle. Allora magari se riesco ad esser ancora qui e andare avanti, forse tutto sommato alcune cose devo averle capite e le applico senza neanche troppo rendermene conto. Mh… sarà, comunque di strada ancora ce n’è da fare, e questa storia che mi dimentico tutto mi scoccia e non riesco ben a capire cosa voglia dire, se sia un segnale della mia mente, un campanello d’allarme per dirmi “stai perdendo il tuo tempo, so tutte cazzate” o cosa…
Per dire, il nome della prima copy donna ma quante volte l’ho letto, scritto, evidenziato? Ecco, eppure non me lo ricordo. Ma perché?
Il problema è che forse quando ero studentessa ero quello, punto. A parte esser più giovane e bella, fare l’alba e alzarmi comunque alle 9 per studiare senza problemi, facevo quello.
Oggi si lavora, si fa un doppio se non triplo lavoro, ci sono i conti, le bollette, il cane, la casa da portare avanti, e forse non ce la si fa a prestare attenzione a tutto.
Ecco perché, forse, chi è bravo in quello che fa, lo fa praticamente da quando era in fasce. Perché da “giovani” si è più spugne, si è ricettivi al massimo agli stimoli, si immagazzina tutto e tutto si usa, riusa. Non so quante volte mi hanno salvato idee e reminiscenze classiche, studiate a scuola e che se studiassi oggi, probabilmente, dimenticherei dopo poche ore.
Ecco perché invidio un po’ i miei coetanei che da subito hanno saputo cosa volevano fare da grandi e sono andati dritti per la loro strada e sono arrivati dove volevano. Ma non perché ora abbiano posizioni migliori della mia o guadagnino il doppio se non il triplo (vabbè anche un po’ per quello) ma perché hanno saputo gestire le loro risorse meglio di me, hanno saputo far fruttare il loro potenziale al meglio e nei tempi giusti.
Non come me, che ho fatto mille giri e forse altri mille ancora ne farò, e sono un’arrangiona in tutto. Non come me che ho dato i miei 6 anni migliori ad un posto inutile, per il quale forse rimane l’unico rimpianto di non esser riuscita a farmelo andare, così da non dovermi ritrovare poi, a distanza di anni, a piangere sui miei errori di valutazione.

PS: Helen Resor è il nome della prima copywriter alla JWT. Ovviamente, son dovuta andare a rileggermelo.