Quanto sono belli gli acquazzoni estivi. Una bella e fragorosa scarica e si cambia aria, e magari poi ci scappa anche un arcobaleno.
Sarebbe bello se anche per noi umani le cose andassero così.
Quanto sono belli gli acquazzoni estivi. Una bella e fragorosa scarica e si cambia aria, e magari poi ci scappa anche un arcobaleno.
Sarebbe bello se anche per noi umani le cose andassero così.
E prima perché era Natale, e poi Carnevale, e poi vabbè ho fatto tanti sacrifici mo me la godo un po’, e poi il locale, e poi una giornata storta a lavoro, e poi la Pasqua, e poi i rimasugli di Pasqua, e poi i viaggi, e poi il 1 maggio.
Mo’ però un nuovo mese di dieta del pazzo non me lo leva nessuno. Anche se del resto non sarei io se arrivassi all’estate di nuovo con tutti i chili persi dell’inverno…Sob
Eccomi di rientro da una tre giorni mordi&fuggi in terra d’Allemagna. Che dire… ero stata a Berlino nel lontano 2005. Ebbi la fortuna (e l’intelligenza) di starci almeno 8 giorni e girarmela in lungo e in largo perché Berlino, per conoscerla un pochino di più e soprattutto al di fuori del circuito turistico, merita assolutamente di più di 3 giorni.
I quartieri più giovani e alla moda, la Berlino multietnica, la Berlino storica, artistica, nei suo tantissimi e stupendi musei, negli angoli che ti ricordano una ferita ancora aperta.
Siamo state molto fortunate con il tempo, sebbene il freddo siamo riuscite a non beccare pioggia, nonostante le previsioni fossero tutte contro di noi.
Viaggiare è sempre bellissimo, ti permette di staccare dalla vita di tutti i giorni e confrontarti con altre realtà e anche deprimerti per il modo barbaro e bieco in cui viene trattato il nostro bellissimo paese che pure non avrebbe nulla da invidiare agli altri, anzi.
Ma vedere la cura per la città (poca sporcizia, netturbini un po’ ovunque e a tutte le ore, birre lasciate di notte sparite immediatamente al mattino), l’efficienza (metro aperta tutta la notte, frequenza altissima, rete super capillare) e la facilità con cui è possibile vivere, è davvero frustrante, specie per noi romani.
Ho rivisto il mio vecchio amico Vincenzo, con cui iniziammo a fare i primi incontri dell’Associazione al suo locale romano, che oramai da 3 anni insieme al socio, si è trasferito e ha aperto Oblomov in una stradina di Kreuzberg. Lo abbiamo raggiunto con 20 minuti di metro all’una di notte, e senza paure siamo ritornate sempre in metro, tra milioni di persone e netturbini, alle 3 di notte.
La vita è più facile lì, è così. Vincenzo spera di tornare in Italia prima o poi perché come tutti noi romani, ama la sua città, il suo sole, il suo caldo, e appena può torna. Ma 500 euro di licenza, 400 euro di affitto per una bella casetta, zero auto, zero abbonamento (nonostante tutto funzioni!), bici e la possibilità di godersi, nonostante tutti i sacrifici, un’attività propria, credo siano insostituibili al momento.
Il suo locale fumoso (sì aimè in molti locali ancora si fuma molto) alle 2 di notte ancora pullulava di giovani, molti italiani che a loro volta lavorano o hanno locali nelle vicinanze. Del resto, Berlino è stracolma di locali italiani, anche in modo imbarazzante. E gli italiani non li trovi a fare i camerieri da Starbucks, Subway o altre catene… molti sembrerebbero avercela fatta davvero. Abbiamo avuto anche l’occasione di conoscere, in modo bizzarro e in un locale molto carino, un architetto italiano che oramai vive lì da 30 anni e ha la sua attività… forse traffichino, chissà.
Ma a parte questo, a me piace troppo l’atmosfera berlinese che sì, forse è un po’ fredda, un po’ spigolosa e malinconica… e mi ricorda appunto qualcuno. I suoi skyline a perdita d’occhio, che incrociano ferraglie, rimasugli industriali, monumenti e palazzoni stile soviet. Le stazioni immense, binari su binari a perdita d’occhio. Angoli ognuno diverso tra loro e la potenzialità fotografica è immensa.
Per non parlare del fervore culturale. Cavolo ho visto una mostra di Stephen Shore che penso sia la più bella e meglio allestita mai vista. E a soli 10 euro. E la fondazione Helmut Newton? Ma anche realtà minori, sparse per la città, con piccole e grandi gallerie di artisti molto Parigi style.
Spero davvero di poterci tornare al più presto, e non tra 10 anni, e magari chissà, fare una mia mostra all’Oblomov come i vecchi tempi.
Non so se mi trasferirei a vivere a Berlino, ma invidio tanto tutti quelli che vivono la vita in modo meno statico e cambiano città e case e lavori e persone. Perché il cambiamento è davvero il sale della vita, e dopo ogni viaggio tornare alla vita di sempre, bella e fortunata, per carità, ma sempre la stessa, un po’ avvilisce.
Quelle in cui, complice il periodo preciclo e un bicchiere di vino appositamente di troppo, pensi a tutte quelle cose che avresti potuto fare o essere se solo ci avessi creduto di più, fossi stata più tenace, più volitiva, più determinata, avessi avuto più tempo, più soldi, un carattere diverso. In cui cerchi di dare le colpe a tutto a tutti ma non puoi fare altro che girare il dito e puntarlo verso te stessa.
L’unica nota positiva è continuare a pensare che tutto, nonostante tutto, possa cambiare non appena tu lo decida sul serio. Come del resto è già accaduto.
Insomma in queste ultime settimane ho iniziato ad appassionarmi al pilates.
Avevo già fatto qualche lezione mesi fa, più che altro per alternarmi con la piscina e non ritrovarmi a dovermi lavare i capelli per giorni di fila quando riesco ad essere particolarmente sportiva, ma non ero rimasta molto soddisfatta.
Da ex assidua praticante di yoga, con una breve parentesi come insegnante, rimango sempre perplessa e dubbiosa quando attività similari vengono poi proposte nei normali circuiti sportivi.
Questo perché sono rimasta troppo legata al mio yogi insegnante, Paolo Ricci, una persona meravigliosa che tutt’ora tiene corsi nella sua bellissima scuola le Nuvole a Trastevere, e non sono riuscita più a praticarlo con nessun altro.
Lo yoga, a quei tempi, mi ha davvero aiutata. Nell’acquisire una maggior consapevolezza del mio corpo, di me stessa e della mia interiorità. Se potessi o se solo fossi una persona più costante e meno incasinata, tornerei a praticarlo quotidianamente. È meraviglioso, davvero. E funziona.
Ed ho appunto troppo rispetto per questa disciplina da non riuscire a concepire di poterlo praticare in modo così frammentato come potrei, e per questo mio malgrado mi sono dovuta allontanare.
Il pilates quindi, che è decisamente più fisico e meno spirituale, mi è sempre stato un po’ sulle balle. Le prime lezioni inoltre mi hanno davvero traumatizzata. Equilibrismi impensabili, respirazione difficile da seguire, mal di schiena, depressione nell’osservare la splendida flessuosità di insegnante ed allieve rispetto al mio tocco di legno.
Poi ho capito che il livello era troppo avanzato e ci ho riprovato.
Continuo a pensare che sia un po’ noiosetto ma ammetto che il dolore di cosce, glutei e addominali che sento dopo ogni lezione, anche quella che ti sembra più leggera, è niente rispetto ad ore di acquafit. Mi piace inoltre riprendere consapevolezza del mio corpo. Andare a percepire muscoli e minuscoli spostamenti, allungarmi, tendermi.
Devo ancora lavorarci parecchio su: ieri sembravo un cane rabbioso colta da almeno 3 crampi, inoltre tendo a mettermi sempre in fondo perché vedo tutti i muscoli che mi tremano come budini per lo sforzo o tanta è la paura di catapultarmi con la palla addosso alla mia vicina. Ma mi piace.
Oh e poi non dimentichiamo, che sono oramai mesi che ogni mattina mi ammazzo di 5 tibetani, seppur leggermente rivisitati. A qualcosa servirà!
Ad ogni modo se decido di tornare a calcare le sale della palestra, tocca dare una svecchiata al mio abbigliamento sportivo che annovera simpatiche t-shirt di birre, cartoni animati e pantaloni sformati e stinti di decathlon. Ieri sembravano tutte pronte per una sfilata di moda.
Ci sono poi quei giorni in cui è veramente dura e niente va come deve. Anche le stupidagini, tipo alla fine della giornata ritrovarti pure l’insegnante di Acquafit che detesti e che eviti come la peste, a rovinarti anche quei trequartidora che sei riuscita a strapparti in questa giornata di deliri.
Deliri delle persone, soprattutto. Deliri di onnipotenza di chi si sente sto cazzo – e sto cazzo non lo è affatto – e ti sfianca in tutti i modi e svaluta i tuoi sforzi e il tuo lavoro, che oltretutto fai anche a buffo, rimettendoci, pur di venire incontro a questi deliri. Persone che per te non valgono niente, specie dopo certi atteggiamenti, e ti ci trovi tuo malgrado ad averci a che fare nonostante avessi detto da subito che era meglio starne alla larga. Errori che si ripetono, sempre, con lo stampino, dai quali sembra non si impari mai.
E poi la delusione di quelle persone a cui invece tieni e che non capiscono che proprio per loro accetti certi atteggiamenti, e che anziché stare dalla tua parte, che è quella giusta perché è anche la loro, ti si rivoltano pure contro.
Ecco in giornate amare come queste davvero non posso che scoraggiarmi, che chiedermi perché, chi me lo faccia fare e tutto il resto, nonché prendermela con me stessa, per essere come sono, per prendere sempre tutto così maledettamente di petto e di pancia e non riuscire mai ad impormi come devo, a farmi valere, pensando di fare meglio ad essere sempre accomodante e non cercare scontri quando poi sono gli scontri che arrivano comunque da te.
Giornate in cui invidi profondamente le teste di cazzo perché sono beate nel loro essere e passano sopra tutto e tutti come caterpillar e niente li scalfisce. Invidi anche chi comunque non si fa scalfire da niente non perché testa di cazzo ma perché semplicemente intelligente (o furbo) nel sapersi fare i fatti propri senza i minimi scrupoli. Perché ha capito che tutto questo è un circo per cui non vale proprio la pena pagare il biglietto.
Tu però al momento hai pagato un abbonamento non dico a vita ma almeno pluriennale, e quindi te attacchi al cazzo e se non capisci che devi cambiare atteggiamento pure tu, starai sempre peggio.
Ecco quelle giornate di anntevene tutti a quel paese, pure il maledetto insegnante brutto di acquafit, e meno male che c’è ancora l’uovo di pasqua.
Eccomi fresca fresca (oddio, con il volo alle 6 di mattina si fa per dire…) di rientro da questo breve e intenso viaggetto in Portugal, in particolare Lisbona, Obidos e Castelo de Vide, nell’Alentejo. As usual, per seguire le celebrazioni della Pasqua ma anche per tornare in una delle città europee più belle.
A Lisbona ero stata ma fin troppo tempo fa: in gita scolastica, per cui parliamo di ere più che anni fa. Ricordavo poco, solo le cose principali e che mi era piaciuta molto.
Confermo. Lisbona è una capitale dalle mille facce ma su tutte prevale un lato malinconico e decadente che la rende così affascinante.
L’alternarsi di facciate dismesse e semi abbandonate allo scintillio delle azulejos, ai palazzi più belli e a quelli patrimonio municipal a cui stanno rifacendo trucco e parrucco, alla grande.
I suoi continui sali e scendi, il ticchettio che fanno le suole sul lastricato adamantino, che riecheggia tra un vicolo e l’altro. Gli anfratti, le porticine colorate, gli archi, i mirador e le scalinate alla Montmartre, che appunto non hanno nulla da invidiare alla capitale francese.
Il centro squadrato, che alterna piccole piazze a piazzoni gremiti di gente e locali, ma senza mai chiasso frastornante.
Le pastelarie che sbucano un po’ ovunque, e anche le più infime offrono comunque pastel alla crema da vero orgasmo per i golosi di dolci come me. E poi i vini portoghesi, una vera scoperta.
Lisbona è una di quelle città che ti sembra bella e comoda e facile da vivere. Più a misura d’uomo delle grandi e roboanti metropoli, turistica sì ma in modo più discreto che altrove.
E poi il blu del cielo, che incontro le rive del rio tejo, che è un fiume ma che fa pensare subito all’Oceano immenso, complice quella brezza che sale dall’acqua e scompiglia i pensieri.
Anche l’entroterra è molto suggestivo, roccioso, per lo più pianeggiante (almeno dove sono andata io) con dolci colline verdi e paesini dalle casette in calce e i bordi colorati, che mi hanno ricordato molto Cuba. Obidos è stata una vera piacevole sorpresa, a partire dalla casa particular della signora Ana dove abbiamo dormito.
Castelo de Vide e Marvao purtroppo abbiamo potuto vederle solo sotto una coltre fittissima di nebbia, comunque molto suggestiva, e pioggerellina battente.
Le processioni pasquali che siamo riusciti a seguire sono state fotograficamente un po’ deludenti perché molto “semplici”, e tra auto, pali, vestiti e giacconi dai colori improbabili, dubito uscirà fuori qualcosa. Anche se la processione notturna del venerdì santo ad Obidos è stata molto suggestiva, ma mi aspettavo qualcosa di più caratteristico.
Diciamo che questa alla fine è stata una vera e proprio mini vacanzetta, farcita di bellissimi momenti e ricordi (e ricordini), alberghi bellissimi e accoglienti, colazioni ricche, sapore di caffè bollente, jamon serrano, tranvetti colorati e tante Holghine da turista.
Ci voleva questo break dopo un gennaio e un febbraio davvero stressanti.
Credo di aver preso un po’ di peso, fosse solo per i kg di pane (e olive) che hanno sopperito 5 mesi di totale assenza. E ora ci sono tutti i rimasugli pasquali e gli ottimi biscotti che siamo riusciti a portarci in valigia, insieme ad una bottiglia di Porto invecchiato da 10 anni e la mitica gingjnha, il liquoretto tipico alle amarene (bleah!).
Spero di tornare presto in Portogallo e scoprirne altre città e cittadine perché è un Paese davvero affascinante oltre che accogliente. A mio parere molto più della Spagna, ma ammetto di non avere particolare simpatia per i cugini rossoro.
Chissà, magari proprio il prossimo anno per la Pasqua di Braga.
Intanto ecco una mia piccola Top Ten:
E quell’irrefrenabile bisogno di ripettinarsi appena uscite dal parrucchiere. Ma com’è?
È vero che solitamente tendo ad invidiare le persone che ci credono una cifra in quello che fanno. Perché sono trattori, vanno avanti comunque e senza indugi, soprattutto senza curarsi dei pareri altrui. Ma le persone intorno, specie se ti rivolgi al pubblico, in qualche modo contano. Ecco ad esempio io nel ruolo di pubblico ho la capacità nonché la facoltà di capire se mi stai vendendo fuffa ecco allora in questi casi mi immedesimo in me come pubblico e penso che al posto degli altri, che appunto vanno avanti come treni, terrei conto della frazione, sepour forse minoritaria, che è in grado di capire e tanare la fuffa. Quindi tutto sommato sono contenta se mi faccio un sacco di problemi perché questi non sono problemi ma semplicemente capacità di spirito critico e di capire che forse a volte alcune cose è meglio che rimangano private, chiuse in una propria sfera emotiva, che non ha bisogno necessariamente di essere condivisa con l’universo prossimo indistinto.
Ecco un punto per me, verso quello che solitamente critico più a me stessa, ossia un super Io iper critico che mi priva di molto ma mi preserva da molto altro. E questo molto altro per me ha un peso decisamente superiore.
E questo è assodato. O almeno, aimè, non lo sono a tempo pieno.
Ma più vado avanti e più capisco perché. Pare che tutte le fotografe, almeno quelle fighe, siano strasecche, senza pancia, senza tette. Fisici androgini, piallati, nervosi, quanto di più lontano da me.
E non è una provocazione, accade anche per molti uomini (tette a parte), seppur in misura minore. E forse perché a loro, i veri fotografi, basta cibarsi di questa onirica arte. A bere bevono eh, eppure non gli si gonfia la pancia come a me, forse perché è vuota. Boh, sono livelli con cui proprio non posso competere almeno finché non potrò permettermi dei lavori superconcettuali in cui mi fotografo nuda e strafiga, senza tette, tra doppie esposizioni e reperti post industriali.
Trovatemi un lavoro di fotografe cicciotte che si scattano foto nude e ne riparliamo. Se c’è davvero del concetto, e del puro, magari anche sano, esibizionismo. A me ne viene in mente solo una, e non famosa.