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Piano B

Che poi, quando alle 21:30, dopo una giornata storta e infinita, figlia di una settimana ancora peggiore che ti maledici per ogni scelta, dai capelli ai piedi, che vorresti mandare a quel paese tutti anche se qualcuno di più… alla fine chiudi quella serranda ammaccata e difettosa e improvvisamente tutto sembra tornarti e ti senti di nuovo in pace. Ti plachi. Respiri.

Che una cosa buona forse ce l’hai, che uno di quei lavori che leggi sui libri te lo sei creato, anche se non ti sfama. Che tanti ti deridono, sottovalutano, sbeffano, intanto però se quella serranda ancora si apre e chiude qualche merito dovrai pure averlo.

E sì, non è abbastanza. Però è una speranza. Speranza che un giorno potrebbe essere di più. Potrebbe spalancarsi. O Potresti cambiare. 

E il piano B surclassare di livello tutto il resto, alla faccia di tutti quelli  che non ci scommetterebbero mai. Alla faccia di me.

Tenere in vita un piano B. Sempre. 

Tempus non fugit

D’improvviso è arrivato giugno, il sole, l’aria di vacanze, la voglia di uscire, e ora tutto ciò che fine ha fatto?
Si è incagliato questo giugno, e così anche io.
I giorni passano a velocità tartaruga, e quell’aria di vacanze che sembravano dietro l’angolo, si è rarefatta e un macigno di amarezza, inverno e svogliatezza mi è ricaduto addosso.
Il tempo infatti stenta a decollare qui a Roma, tempo grigio, caldo strano, arietta.
Ma soprattutto giornate intense di lavoro, ma lavoro brutto, mi hanno portato indietro anni luce. Mi rendo conto che l’estate (e le vacanze soprattutto) sono lontane, complice anche il fatto che non so cosa fare, se farò qualcosa e quindi non ho neanche un obiettivo a cui puntare per ripagare queste giornate infime.
Pensavo di riuscire a tenere botta almeno questo mese, visto anche il break recente, invece sono così appesantita e svogliata e sopraffatta.
Mi aspetta un luglio duro, di responsabilità e lavoracci, e nonostante le endovene di magnesio che mi sto facendo, non ho energie.
Aspetto come uno sceicco nel deserto che almeno chiuda il locale per sollevarmi almeno da una cosa, anche se dovremo da subito pensare a tutta la promo prima della partenza.
E giugno non passa, non finisce… è arrivato subito e ora dove è finito? Perché ti sei fermato? Perché non sparisci insieme a queste giornate pesanti e inutili?
Perché poi non abolire luglio?

 

Aripgliatemi!

Sta finendo questo intenso e impegnativo maggio. È stato un bel mese, devo ammetterlo, anche se davvero vissuto ad alta intensità. E infatti in questi giorni il mio fisico mi sta un po’ presentando il conto. Stanchezza atavica, astenia, dolori vari e variamente sparsi. Eh no eh! Adesso che viene il bello, la bella stagione, non posso e non voglio passare le giornate a dormire.
Ma sono stanchissima, davvero.
E adesso si tratta di fare gli ultimi sforzi prima delle ferie, almeno, da un lavoro. Per le altre ferie ci vorrà ancora un po’ ma giugno si sa, è estate.
Devo dire che non sono ancora mentalmente pronta all’estate e questo maggio autunnale mi ha aiutato ad adattarmi meglio e traghettarmi più dolcemente verso un sicuramente torrido giugno.
Ma è stato anche un mese di eccessi: tanto sport (forse anche troppo), tante attività ma anche troppi strappi culinari (nonostante i buoni propositi ma io ve l’avevo già detto come andrà a finire…).
E ora inizio a mollare un po’ la presa e vorrei mettermi in stan by già da ora ma purtroppo devo ancora stringere la cinghia, assai.

Questa estate mai come stavolta è incerta, a giugno ancora non so che farò, se e dove andrò, visto che più passa il tempo più i costi si alzano all’inverosimile. Ancora non perdo la speranza per il viaggio che mi ero pregustata e organizzata, fosse solo perché oggi in pausa pranzo sentivo cifre folli tipo di 1400 euro una settimana in anonime località balneari che allora tutto è possibile… fuori dall’Italia.
Intanto domani mi attende questa mini vacanzina in terra danese, forse con capatina anche in Svezia. È per questo che non posso mollare e rischiare di vedermi Copenhagen in trance da sonno.
Ma ho una faccia signore mie, da spavento.

Break

E prima perché era Natale, e poi Carnevale, e poi vabbè ho fatto tanti sacrifici mo me la godo un po’, e poi il locale, e poi una giornata storta a lavoro, e poi la Pasqua, e poi i rimasugli di Pasqua, e poi i viaggi, e poi il 1 maggio.

Mo’ però un nuovo mese di dieta del pazzo non me lo leva nessuno. Anche se del resto non sarei io se arrivassi all’estate di nuovo con tutti i chili persi dell’inverno…Sob

Le serate peggiori

Quelle in cui, complice il periodo preciclo e un bicchiere di vino appositamente di troppo, pensi a tutte quelle cose che avresti potuto fare o essere se solo ci avessi creduto di più, fossi stata più tenace, più volitiva, più determinata, avessi avuto più tempo, più soldi, un carattere diverso. In cui cerchi di dare le colpe a tutto a tutti ma non puoi fare altro che girare il dito e puntarlo verso te stessa.

L’unica nota positiva è continuare a pensare che tutto, nonostante tutto, possa cambiare non appena tu lo decida sul serio. Come del resto è già accaduto. 

Continuiamo così, facciamoci del male

Ci sono poi quei giorni in cui è veramente dura e niente va come deve. Anche le stupidagini, tipo alla fine della giornata ritrovarti pure l’insegnante di Acquafit che detesti e che eviti come la peste, a rovinarti anche quei trequartidora che sei riuscita a strapparti in questa giornata di deliri.

Deliri delle persone, soprattutto. Deliri di onnipotenza di chi si sente sto cazzo – e sto cazzo non lo è affatto – e ti sfianca in tutti i modi e svaluta i tuoi sforzi e il tuo lavoro, che oltretutto fai anche a buffo, rimettendoci, pur di venire incontro a questi deliri. Persone che per te non valgono niente, specie dopo certi atteggiamenti, e ti ci trovi tuo malgrado ad averci a che fare nonostante avessi detto da subito che era meglio starne alla larga. Errori che si ripetono, sempre, con lo stampino, dai quali sembra non si impari mai.

E poi la delusione di quelle persone a cui invece tieni e che non capiscono che proprio per loro accetti certi atteggiamenti, e che anziché stare dalla tua parte, che è quella giusta perché è anche la loro, ti si rivoltano pure contro.

Ecco in giornate amare come queste davvero non posso che scoraggiarmi, che chiedermi perché, chi me lo faccia fare e tutto il resto, nonché prendermela con me stessa, per essere come sono, per prendere sempre tutto così maledettamente di petto e di pancia e non riuscire mai ad impormi come devo, a farmi valere, pensando di fare meglio ad essere sempre accomodante e non cercare scontri quando poi sono gli scontri che arrivano comunque da te.

Giornate in cui invidi profondamente le teste di cazzo perché sono beate nel loro essere e passano sopra tutto e tutti come caterpillar e niente li scalfisce. Invidi anche chi comunque non si fa scalfire da niente non perché testa di cazzo ma perché semplicemente intelligente (o furbo) nel sapersi fare i fatti propri senza i minimi scrupoli. Perché ha capito che tutto questo è un circo per cui non vale proprio la pena pagare il biglietto.

Tu però al momento hai pagato un abbonamento non dico a vita ma almeno pluriennale, e quindi te attacchi al cazzo e se non capisci che devi cambiare atteggiamento pure tu, starai sempre peggio.

Ecco quelle giornate di anntevene tutti a quel paese, pure il maledetto insegnante brutto di acquafit, e meno male che c’è ancora l’uovo di pasqua. 

Lost in febbraio

Siamo al giro di boa, o poco più, del mese più corto dell’anno ma che a me sembra non finire mai.
Tante, troppe cose in ballo questo mese e inizio ad accusare un po’ di stanchezza ma tocca tener duro.
La primavera inizia a fare capolino, sebbene ci sia chi vada affermando che l’inverno quest’anno non sia mai arrivato. Per me è stato invece un bell’inverno tiepido, che di tutto questo gran freddo mica avevo poi tanta voglia.
A breve le giornate si allungheranno, ancora di più, e ricomincia il giro: pasqua, countdown verso ferie, depressione post ferie, natale, depressione post natale.
Il tempo sembra aver decisamente cambiato marcia negli ultimi anni, mi vedo invecchiare, me e i miei coetanei, e questa cosa inizia davvero a spaventarmi non poco.
Sono nuovamente in quella fase in cui anelo al weekend più di qualsiasi altra cosa, per avere quelle 48 ore d’aria per me, e questo non va bene perché quando desideri che il tempo passi alla svelta vuol dire che quello che fai non ti piace gran che, e poi ti ritrovi davvero vecchia e non va bene proprio.
Perché vorrei sempre fare qualcosa di diverso? In più, in meno, altrove…

Paris, toujours mon amour

Ieri, poche ore prima che accadesse quel massacro immondo, sognavo di essere a Parigi. Lo sognavo perché in questi giorni lì si tiene una bellissima manifestazione fotografica a cui ho avuto la fortuna di partecipare per ben due anni. Lo sognavo perché Parigi è la mia città ideale, e sin da ragazza ho sempre invidiato i parigini e desiderato trasferirmi lì. Lo sognavo perché solo qualche mese fa stavo per premere acquista sul sito vueling per approfittare di un volo super economico che mi avrebbe portato lì dove volevo, e lo stavo per fare, sebbene a prezzo decisamente più alto, sole due settimane fa. Lì tra i miei adorati caffè, lì sotto una coperta a Montmartre, lì a places de vosges, lì tra le foto dei miei autori preferiti, tra i mercatini di stampe e libri d’occasione, lì a meravigliarmi per l’ennesima volta di una città multiforme e multicolore, libera, cosmopolita, meravigliosa e splendente sotto le luci di quel tripudio di ferraglia e modernità che forse non è così lontana dalle cause di tutto questo.

Ed ora potevo essere lì, in un albergaccio economico a rèpubblique o bastille, spaventata, addolorata, lontana da affetti e amici che probabilmente sarebbero stati più in pena di me.

Cosa mi ha fermato? Sembra assurdo ma proprio questa maledetta dieta. Che ci andavo a fare a Parigi se non potevo ubriacarmi di vino, macarons e crepes?

A quante sciocchezze pensiamo quotidianamente? Ma quante di queste sciocchezze e sì, paure, a volte ci tengono al sicuro? Non bisogna arrendersi e lottare per non smettere di vivere in libertà la nostra vita. Anche se dimentichiamo che spesso la nostra libertà non è gratuita ma costa il prezzo di tante altre e molte vite altrettanto innocenti che quotidianamente vivono nel terrore a causa della brama di soldi e potere dell’uomo. Di occidente e di oriente.
Il mio cuore oggi è più che mai lì anche se sono grata di essere al sicuro qua. Anche se per ora. Il mio cuore è lontano da qualsiasi altra forma di sciacallaggio e speculazione e razzismo becero. Questa non è una guerra di religione, non è una guerra tra cristiani e bastardi musulmani. È una guerra di odio che non conosce colori, idee, razze. Ma solo la fame di una prevaricazione cieca.

 

bansky – pray for Paris

 

Affamanais

Certi giorni sono proprio faticosi. In generale comunque è dura, la fame mi fa spesso compagnia. Certo spesso non è prooprio fame ma, voglia di qualcosa di dolce… o semplicemente, appetitoso. E già, mai collega seppe cogliere così bene un a reason why.

Tipo questi giorni che stiamo lavorando su un set, ore in piedi e pause morte, con la troupe che smangiucchia ogni tanto panini e pizzette e tu sei lì, sì con i tuoi pantaloni larghi, ma comunque esclusa. Esclusa da quei riti sociali a cui il più delle volte è associato il mangiare. Come dopo, a riprese finite, volersi andare a scolare un locale intero… o quasi. Che c’entra ti puoi bere un succo, ma non è lo stesso. Specie quando per una vita sei stata la bambina e ragazza inappetente, che era il terrore di ogni mamma o suocera o amica che non sapeva mai cazzo cucinarti, e ora che hai superato tanti ostacoli e ti lanci a mangiar (quasi) tutto, ti si ritorce contro e con gli interessi.

In effetti il mio medico curante, da piccola, diceva a mia madre di non forzarmi, che se non volevo mangiare delle cose era forse perché incosciamente il mio fisico sapeva che potevano farmi male. E una volta per un “dai assaggia” guarda caso sono finita in ospedale per shock anafilattico. Eh, i medici di un tempo, quanta saggezza!

Che poi pensi, per carità, c’è assai di peggio al mondo eh, ma pure con la cefalea non è che si viva proprio bene. E non parlo di mal di testa una o due volte al mese. Parlo di una malattia, decisamente invalidante, ma che tale non è riconosciuta. Quindi pensi, tra un mese, cosa sceglierai? Perché di benefici in tal senso ne sto avendo, eccome. Però non è manco il massimo privarsi della gioia del gusto, del cibo, della convivialità a cuor leggero, non pensando che domani avrai un kilo di più delle tue colleghe dal metabolismo supersonico, ma che probabilmente sbanderai e avrai fitte da scontare almeno per il doppio dei giorni. Proprio ora che non sono più quella che non mangio niente, che non le piace niente… dovrei tornare ad esserlo. 

Comunque, va bene così, so che c’è molto di peggio e non cerco compassione. Probabilmente più un modo di impegnare mente e dita in qualcosa che non sia aprire la dispensa. Siate pazienti. 

Inside Anais

Ieri sono tornata al cinema, di mercoledì, dopo mille anni. Non lo farò mai più.
Tra i pochi veri cinefili, che devono necessariamente economizzare per la mole di visioni a cui si sottopongono, la maggior parte era composta da persone caciarone, un’enormità di studenti, ovviamente, troppo chiassosi e felici per il mio punto di vista da animale asociale.
Soprattutto i miei compagni di sala, ragazzine ruminanti che non hanno fatto altro che sgranocchiarmi nelle orecchie saccocciate di pop corn e mais tostato, mandate giù da litri di cocacola a garganella.
Al di là del fatto che sono a dieta e che comunque, probabilmente, dopo essermi mangiata mezzo chilo di quella roba oggi peserei un chilo di più (loro, ovviamente, tutte scheletriche), è normale che a un certo punto il fisico ti dia segnali che la tua mente idiota non è in grado di comprendere, così una in particolare ha iniziato a tossire quasi fino all’asfissia, per almeno 10 minuti di fila.

E’ in questi momenti che prendo atto del mio acidume, me ne rendo conto ma non faccio niente per nasconderlo. Per me poteva pure soffocare, visto che mi ha rovinato la visione di tutto il film. Pertanto, posso solo che evitare il mercoledì.

Il film, dunque. Sono riuscita a vedere Inside out, l’ultimo cartone della Pixar. Ovviamente, mi sono commossa. Non quanto credevo a dire il vero.
Io penso che il film non sia perfettamente riuscito, a tratti è macchinoso, ripetitivo e poco brillante. Ma per molti di noi grandi, che i 12 anni li abbiamo già passati e che conosciamo anche molti dei meccanismi che accadono della mente (o almeno crediamo), è impossibile non immedesimarsi. A proprio modo.
E sebbene il lieto fine, sappiamo che non basta, che non è sempre così. Quasi mai lo è. Purtroppo, quasi mai bastano solo un abbraccio di mamma e papà per vincere la tristezza. Ma quanto è vera l’importanza della tristezza, per viverti meglio la gioia, o per darti la spinta a ricordarla e, quindi, a ricercarla.
Quanto servono le lacrime, quanto ti fa star bene non tenerle dentro e quanto siano spesso una languida richiesta di aiuto quando le parole non sai dove siano finite.
Quanto è vero che esistono sovrastrutture, o isolette, nella tua mente che giorno dopo giorno diventano roccheforti da cui è impossibile prescindere, eppure non così inoppugnabili.
Quanto sia vero, e triste, sapere che tanti ricordi sono andati perduti, spesso i più belli, e forse non torneranno più. Mentre proprio i più belli, a volte, punzecchino il cuore.

Sarebbe bello che i nostri amici immaginari non scomparissero mai, che fossero sempre lì a ricordati che puoi essere anche pazza, folle, scriteriata e, comunque, essere felice.