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Margaret

Beh una cosa almeno sono riuscita a farla o quantomeno ad iniziare. Sono anni che volevo organizzare al locale un ciclo di incontri su alcune fotografe e ieri ho tenuto il primo, sulla mitica Margaret Bourke-White. Sono stata brava, coinvolgente e non mi sono impappinata come credevo né ho sudato mille camice e mi hanno fatto un sacco di complimenti

Mi è tornato in mente il periodo in cui tenevo i corsi di comunicazione, l’ansia ogni lezione ma poi andavano sempre bene e mi piaceva. 

Quindi, in questo momento in cui pare non esca nessuna ciambella con il buco, almeno una Polo l’ho sfornata. 

Eccoci qui

Cosa resta? Solo ricordi che sarebbe meglio dimenticare perché ogni giorno ti sbattono in faccia tutto ciò che hai perduto e non tornerà. Che gli altri vivono e tu non hai più.

Non so come se ne esce dalle crisi, ne ho passate talmente tante nella mia vita da non ricordarlo più. So solo che se ne esce, non sai mai come e non sai mai chi.

Sicuramente non è il tempo per la felicità, per la spensieratezza, per la gioia. Forse è davvero così, che in questo tempo non siamo fatti per la gioia, per la semplicità, per l’accontentarsi di quello che hai che è enorme e ti sembra sempre troppo poco, o per vivere sempre in conseguenza di ciò che altri decidono per te.

Sapevo di non essere invincibile, non pensavo che il conto mi sarebbe stato presentato così presto.

O forse lo sono troppo, ma continuo a circondarmi di gente piccola e cieca che non capisce la grandezza che invece possiede.

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato»

Still alive

Ammazza che settembre da botti. E ancora non è finito, questo odioso e maledetto mese. E pensare che un tempo era il mio preferito, quando non vedevo l’ora di tornare dalle vacanze con i miei e scorrazzare liberamente con le amiche prima di tornare sui banchi. Stesse amiche che oggi si sono sposate, hanno bambini… che nostalgia!

Sono stata travolta, come sapevo, dal lavoro – e sono nel ciclico momento in cui non ne combino una giusta e sto sulle palle a boss – ma soprattutto dal riavvio dell’associazione. Ho quindi calmato l’ansia in cibo e alcol e ora ho l’ansia che a fine mese ho di nuovo visita con il nazista. Eh per forza. Esattamente un anno fa stavo a stecchetto vero e mi chiedo come abbia resistito per un tempo doppio di quello che oggi mi spetterebbe.

Tra le novità belle di questo mese c’è stato il primo approccio con il russo. Difficilissimo ma mi sta piacendo un sacco cimentarmi con una lingua così diversa. Perché sono le novità, in fondo, il vero sale della vita.

Tempus non fugit

D’improvviso è arrivato giugno, il sole, l’aria di vacanze, la voglia di uscire, e ora tutto ciò che fine ha fatto?
Si è incagliato questo giugno, e così anche io.
I giorni passano a velocità tartaruga, e quell’aria di vacanze che sembravano dietro l’angolo, si è rarefatta e un macigno di amarezza, inverno e svogliatezza mi è ricaduto addosso.
Il tempo infatti stenta a decollare qui a Roma, tempo grigio, caldo strano, arietta.
Ma soprattutto giornate intense di lavoro, ma lavoro brutto, mi hanno portato indietro anni luce. Mi rendo conto che l’estate (e le vacanze soprattutto) sono lontane, complice anche il fatto che non so cosa fare, se farò qualcosa e quindi non ho neanche un obiettivo a cui puntare per ripagare queste giornate infime.
Pensavo di riuscire a tenere botta almeno questo mese, visto anche il break recente, invece sono così appesantita e svogliata e sopraffatta.
Mi aspetta un luglio duro, di responsabilità e lavoracci, e nonostante le endovene di magnesio che mi sto facendo, non ho energie.
Aspetto come uno sceicco nel deserto che almeno chiuda il locale per sollevarmi almeno da una cosa, anche se dovremo da subito pensare a tutta la promo prima della partenza.
E giugno non passa, non finisce… è arrivato subito e ora dove è finito? Perché ti sei fermato? Perché non sparisci insieme a queste giornate pesanti e inutili?
Perché poi non abolire luglio?

 

REM Copy

E poi quando finalmente stai per prendere sonno, ti arriva quella head per quel maledetto annuncio che hai rincorso per tutto il giorno.

Sta diventando sistematico. E oramai non ci casco più pensando vabbè dai poi domani me la ricordo. Tocca solo che alzarsi all’istante, beccare il primo stralcio di carta che ti passa sotto mano, foss’anche il rotolo di carta igienica, e sperare di riacchiappare il sonno. Che per fortuna per me, non è ancora raro come le buone idee. 

Bazar Anais

E niente, mettetemi di fronte ad un’infinità di bancarelle con chilate di argento a secchiate, seppur di bassa lega ma a prezzi stracciati e non ce la farò mai a resistere. Seppur ne sia piena, seppur mi si scolorisca addosso, seppur ogni volta mi dica basta che tanto poi la metà della roba la rifili al mercatino per un euro.

E a niente vale provare a lavarsi la coscienza con presunti acquisti utili, tipo un ferretto da stiro che sai che non userai mai e una roba miracolosa per depilarti che seguirà la stessa sorte del primo.

Evviva le fiere dell’artiginato, per chi molti posti forse non li vedrà mai se non in sogno.

Vanità e compulsività, accoppiata davvero diabolica. 

  

Le serate peggiori

Quelle in cui, complice il periodo preciclo e un bicchiere di vino appositamente di troppo, pensi a tutte quelle cose che avresti potuto fare o essere se solo ci avessi creduto di più, fossi stata più tenace, più volitiva, più determinata, avessi avuto più tempo, più soldi, un carattere diverso. In cui cerchi di dare le colpe a tutto a tutti ma non puoi fare altro che girare il dito e puntarlo verso te stessa.

L’unica nota positiva è continuare a pensare che tutto, nonostante tutto, possa cambiare non appena tu lo decida sul serio. Come del resto è già accaduto. 

Continuiamo così, facciamoci del male

Ci sono poi quei giorni in cui è veramente dura e niente va come deve. Anche le stupidagini, tipo alla fine della giornata ritrovarti pure l’insegnante di Acquafit che detesti e che eviti come la peste, a rovinarti anche quei trequartidora che sei riuscita a strapparti in questa giornata di deliri.

Deliri delle persone, soprattutto. Deliri di onnipotenza di chi si sente sto cazzo – e sto cazzo non lo è affatto – e ti sfianca in tutti i modi e svaluta i tuoi sforzi e il tuo lavoro, che oltretutto fai anche a buffo, rimettendoci, pur di venire incontro a questi deliri. Persone che per te non valgono niente, specie dopo certi atteggiamenti, e ti ci trovi tuo malgrado ad averci a che fare nonostante avessi detto da subito che era meglio starne alla larga. Errori che si ripetono, sempre, con lo stampino, dai quali sembra non si impari mai.

E poi la delusione di quelle persone a cui invece tieni e che non capiscono che proprio per loro accetti certi atteggiamenti, e che anziché stare dalla tua parte, che è quella giusta perché è anche la loro, ti si rivoltano pure contro.

Ecco in giornate amare come queste davvero non posso che scoraggiarmi, che chiedermi perché, chi me lo faccia fare e tutto il resto, nonché prendermela con me stessa, per essere come sono, per prendere sempre tutto così maledettamente di petto e di pancia e non riuscire mai ad impormi come devo, a farmi valere, pensando di fare meglio ad essere sempre accomodante e non cercare scontri quando poi sono gli scontri che arrivano comunque da te.

Giornate in cui invidi profondamente le teste di cazzo perché sono beate nel loro essere e passano sopra tutto e tutti come caterpillar e niente li scalfisce. Invidi anche chi comunque non si fa scalfire da niente non perché testa di cazzo ma perché semplicemente intelligente (o furbo) nel sapersi fare i fatti propri senza i minimi scrupoli. Perché ha capito che tutto questo è un circo per cui non vale proprio la pena pagare il biglietto.

Tu però al momento hai pagato un abbonamento non dico a vita ma almeno pluriennale, e quindi te attacchi al cazzo e se non capisci che devi cambiare atteggiamento pure tu, starai sempre peggio.

Ecco quelle giornate di anntevene tutti a quel paese, pure il maledetto insegnante brutto di acquafit, e meno male che c’è ancora l’uovo di pasqua. 

Diario portoghese

Eccomi fresca fresca (oddio, con il volo alle 6 di mattina si fa per dire…) di rientro da questo breve e intenso viaggetto in Portugal, in particolare Lisbona, Obidos e Castelo de Vide, nell’Alentejo. As usual, per seguire le celebrazioni della Pasqua ma anche per tornare in una delle città europee più belle.
A Lisbona ero stata ma fin troppo tempo fa: in gita scolastica, per cui parliamo di ere più che anni fa. Ricordavo poco, solo le cose principali e che mi era piaciuta molto.
Confermo. Lisbona è una capitale dalle mille facce ma su tutte prevale un lato malinconico e decadente che la rende così affascinante.
L’alternarsi di facciate dismesse e semi abbandonate allo scintillio delle azulejos, ai palazzi più belli e a quelli patrimonio municipal a cui stanno rifacendo trucco e parrucco, alla grande.
I suoi continui sali e scendi, il ticchettio che fanno le suole sul lastricato adamantino, che riecheggia tra un vicolo e l’altro. Gli anfratti, le porticine colorate, gli archi, i mirador e le scalinate alla Montmartre, che appunto non hanno nulla da invidiare alla capitale francese.
Il centro squadrato, che alterna piccole piazze a piazzoni gremiti di gente e locali, ma senza mai chiasso frastornante.
Le pastelarie che sbucano un po’ ovunque, e anche le più infime offrono comunque pastel alla crema da vero orgasmo per i golosi di dolci come me. E poi i vini portoghesi, una vera scoperta.
Lisbona è una di quelle città che ti sembra bella e comoda e facile da vivere. Più  a misura d’uomo delle grandi e roboanti metropoli, turistica sì ma in modo più discreto che altrove.
E poi il blu del cielo, che incontro le rive del rio tejo, che è un fiume ma che fa pensare subito all’Oceano immenso, complice quella brezza che sale dall’acqua e scompiglia i pensieri.

Anche l’entroterra è molto suggestivo, roccioso, per lo più pianeggiante (almeno dove sono andata io) con dolci colline verdi e paesini dalle casette in calce e i bordi colorati, che mi hanno ricordato molto Cuba. Obidos è stata una vera piacevole sorpresa, a partire dalla casa particular della signora Ana dove abbiamo dormito.
Castelo de Vide e Marvao purtroppo abbiamo potuto vederle solo sotto una coltre fittissima di nebbia, comunque molto suggestiva, e pioggerellina battente.
Le processioni pasquali che siamo riusciti a seguire sono state fotograficamente un po’ deludenti perché molto “semplici”, e tra auto, pali, vestiti e giacconi dai colori improbabili, dubito uscirà fuori qualcosa. Anche se la processione notturna del venerdì santo ad Obidos è stata molto suggestiva, ma mi aspettavo qualcosa di più caratteristico.
Diciamo che questa alla fine è stata una vera e proprio mini vacanzetta, farcita di bellissimi momenti e ricordi (e ricordini), alberghi bellissimi e accoglienti, colazioni ricche, sapore di caffè bollente, jamon serrano, tranvetti colorati e tante Holghine da turista.
Ci voleva questo break dopo un gennaio e un febbraio davvero stressanti.
Credo di aver preso un po’ di peso, fosse solo per i kg di pane (e olive) che hanno sopperito 5 mesi di totale assenza. E ora ci sono tutti i rimasugli pasquali e gli ottimi biscotti che siamo riusciti a portarci in valigia, insieme ad una bottiglia di Porto invecchiato da 10 anni e la mitica gingjnha, il liquoretto tipico alle amarene (bleah!).

 

Spero di tornare presto in Portogallo e scoprirne altre città e cittadine perché è un Paese davvero affascinante oltre che accogliente. A mio parere molto più della Spagna, ma ammetto di non avere particolare simpatia per i cugini rossoro.
Chissà, magari proprio il prossimo anno per la Pasqua di Braga.

Intanto ecco una mia piccola Top Ten:

  1. Pastel de Nata
    Davvero il topo queste mini tortine di pasta sfoglia con un cuore di crema caldo e il retrogusto speziato.
  2. I sali scendi e i vicoletti dell’Alfama
    Da perdersi per ore e ore a girovagare tra porte colorate, odore di bucato, taverne e Fado.
  3. I vini portoghesi
    Davvero una scoperta, da sorseggiare con pane e olive e marmellate, in calici colmi visto che i portoghesi sono molto generosi con le quantità.
  4. Il mercato della Ribera
    Un ottimo esempio di riqualificazione di vecchi mercati, senza snaturarli. Un coacervo di sapori e odori per tutti i gusti, ottimo per un pranzo diverso dal circuito super turistico.
  5. Un aperitivo lungo i Doca di Alcantara
    Possibilmente in orario tramonto, vista porto.
  6. Le case dai profili blu e oro di Obidos
    Anche qui vicoletti acciottolati tra cui perdersi piacevolmente.
  7. La cioccolata (con o senza Gingjnha)
    Anche questa i portoghesi la sanno fare molto bene ed è un’ottima compagna per accompagnare un Porto d’annata.
  8. La processione notturna per i vicoli di Obidos
    Molto suggestiva e con un’atmosfera di silenzio e rispetto, senza fotografi prepotenti (anzi, forse i più smaliziati siamo stati noi) e con una popolazione estremamente disponibile ad accoglierti e lasciarti fare il tuo lavoro.
  9. I localetti dell’Alfama
    Baretti, taverne, terrazze: curati e caratteristici, ciascuno a modo proprio. Su tutte l’enoteca lungo la via che scende dal castello. Un piccolo gioiello dove scoprire il top dei vini portoghesi.
  10. La cerimonia dei campanacci a Castelo de Vide
    Dopo una lunghissima messa i fedeli sono esplosi in uno scampanio collettivo assordante ma al contempo armonico e liberatorio. E il riversarsi sulle strade, nonostante il tempo quasi invernale, è stato davvero emozionante e gioioso.