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No Saints for Anais

Ci si lamenta tanto delle feste, poi non fanno in tempo ad arrivare che già finiscono. Il traffico, la corsa agli ultimi regali, i pacchetti fatti all’ultimo ma al meglio che potevi e la carta che ogni anno avanza e non ricorderai di averla il prossimo anno. Io non ho avuto – ancora – febbre ma evviva, mi è tornato il raffreddore e da ieri sono di nuovo più cenciosa di prima. Ma mene sto qui congelandomi, nell’attesa che anche Holga si depuri del cenone in un parco desolato e umido. E umidi quest’anno sono anche i pacchi scartatati e abbandonati nei secchioni, scatole di giocattoli che hanno reso felici bimbi e avanzi di dolci e leccornie che come ogni anno ci stringono all’altezza della cintura.
Mi godo ancora un po’ di silenzio e accarezzo la mia pancia gonfia pensando che il primo compito del nuovo anno sarà non rimandare più una visita dal gastroenterologo.
Buon Santo Stefano… e chissà che fine avrà fatto quel bel Stefano vicino di casa di mia zia, che andavamo sempre a trovare a Via di Portonaccio, oramai quasi 25 anni fa.

Buon Natale Anais

Tra poco sarà il momento del fatidico cenone della vigilia di Natale, che equivale per me più o meno ad una cena come una altra, magari rinforzata da pandoro, frutto tipico della stagione.
Con i gusti culinari che mi ritrovo per me la cena del 24 non è mai stato quel sogno gourmet che tanti iniziano a pregustare sin dal mattino, magari saltando il pranzo. Odio il pesce per cui come sempre avrò un menu baby composto da patate al forno e fettine panate. Da quando però non disdegno dolci e aperitivi, se non altro evito le fettuccine al sugo, che ho sempre diviso con mio zio che però stasera non sarà dei nostri. Da tradizione aspetteremo la mezzanotte per i regali, senza bambini quindi senza Babbo Natale. Chissà se papà si ricorderà di mettersi il gilet rosso.
L’anno scorso a mezznotte eravamo sotto i fuochi della Parranda, a Cuba, il Natale più bello di sempre mentre il giorno dopo, stanchi e bruciacchiati, cenammo in un ristorante che per l’isola era il corrispettivo di un Ritz.
Mi manca un sacco Cuba e avrei fatto carte false per poterci tornare ma non escludo che magari il prossimo anno si riesca ad organizzare di nuovo.
Buone feste miei cari amici lettori. Io riuscirò a stare a casa qualche giorno, cercando di recuperare un po’di forze e di sonno. Intanto mi sono attrezzata come meglio ho potuto. Vi abbraccio e non solo virtualmente.

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Il buio oltre Anais

L’inverno il tempo sembra dimezzarsi. Colpa del buio, che rende tutto più fugace e complicato. Ed io torno a casa che è troppo buio, specie ultimamente.
Buio per portare il cane se voglio godermi una passeggiata o almeno evitare di portarmi chili di cacca in casa, buio x annaffiare piante appassite se non voglio correre il rischio di bagnare il terrazzo di sotto, buio per raccogliere i panni che sono qui fuori ad ammuffirsi da una settimana e sono troppo umidi per ritirali e troppi per quei 4 termosifoni striminziti che mi ritrovo.
Fortuna che in questo periodo ci sono le luci dell’albero, peccato che quando torno lo trovo sempre spento. E un po’ mi mette tristezza. L’idea di una casa sempre vuota, sempre spenta. Buia.
La verità è che questo 2013 non vedo l’ora che finisca. Anche se è stato un grande anno, un’ottima annata, piena di bei cambiamenti e belle cose. Ma sono grandi giorni di stanchezza che sto tirando avanti con un po’di fatica.
Ho bisogno di qualche giorno a non fare nulla, ho bisogno di ore in più di luce. Di libri, musica, chiacchiere. Di quelle lunghe maratone di film sul divano che facevo un tempo con mio padre e mi sono accorta che mi mancano un sacco. La luce dei miei genitori mi manca, nonostante tutti gli screzi. Perché quando vado da loro è sempre caldo, c’è sempre sole, odore di qualcosa di buono. Mentre io vado avanti a risotti knorr, surgelati e minestre in casa.
Ho bisogno di un po’ di luce, magari anche per due foto. Così, a tempo perso. Ecco, ho voglia di perdere tempo.

The best and the worst

Mi sono di nuovo raffreddata, e io odio il raffreddore. Non so bene quando, probabilmente tra una sigaretta sotto zero e una svampata in centro commerciale. Centro commerciale in cui tra l’altro ho ritrovato la portiera della macchina segnata da una chiave. A sfregio. Non ero parcheggiata male, giuro. Una volta in effetti sotto casa avevo un po’ esagerato, eppure sono stati più “gentili”: sono un baffetto all’angolo.
Odio, odio. So che non risistemerò mai la portiera, per questioni di tempo, budget, rimarrà così. Un’altra imperfezione nelle pieghe imperfette della mia vita.
Dopo un week-end fuori, questo mi toccherà lavorarlo. Due giorni sola al locale, un matrimonio big da iniziare a sfoltire, un racconto da ultimare, mail da scrivere, documenti da sistemare. In questa settimana non sono riuscita ad arrivare a casa mai prima delle 21 e di conseguenza ad addormentarmi almeno all’una. Ho coltri di polveri, montagne di panni bagnati, umidi, stropicciati, stralci di valigie ancora da sistemare, disordine sparso.
Ho degli armadi che strabordano. Tra le mie fisse, questa è quella che tollero meno. Ogni anno la stessa storia: cambi di stagione in cui non mi trovo, abiti che passano di moda (o almeno dalla mia) e dai quali al contempo non riesco a staccarmi, continue altalene di peso e umore, tra brevi momenti stretch e lunghi periodi extrasize, per non parlare delle scarpe, che a casa mia sono davvero un problema. Così a momenti vorrei prendere tutto e ricominciare. Buttare, riordinare, riciclare. Quando riesco ad organizzare buste per il mercatino, passano i mesi prima che riesca ad andare, e cambiano le stagioni. Inoltre, dato che la maggior parte dei vestiti alla fine mi vengono scartati, me ne ritorno con queste buste di scarti di cui non so mai cosa farmene. In parrocchia ne portiamo già tantissimi. Così finisco per rimetterli nelle scatole e così ogni anno si ricomincia puntualmente.

Questo fine settimana poi c’è la fiera del libro a Roma. Oramai sono anni che ci vado sempre, anche se a dire il vero a parte un anno, non ho mai comprato gran che. Duemila gradi, confusione. Perché ovviamente riesco ad andare solo di domenica e non come molti fortunelli dagli orari ministeriali che al momento saranno già lì a godersi i libri, senza la folla. L’anno scorso mi ricordo perfettamente che uscendo salutai i miei amici che avrei rivisto solo dopo Natale, dopo Cuba… Non posso credere che sia già passato un anno, che quest’anno sarò di nuovo qui, a fare anghingò tra suoceri e genitori tra natale e cenone. Non posso credere che quel pezzo di merda ladrone sia invece lì, tra quelle strade, tra quella gente, cercando foto insulse con quel suo modo prepotente, spaccone e superficiale, senza capire un cazzo della verità di quel posto. Da una parte meglio così, se fossimo andati e avessimo trovato questa brutta sorpresa, sarebbe stato peggio.

Natale romano, quindi. Continuo ad essere entusiasta del natale, nonostante biglietti da scrivere, cesti e pacchi natalizi aziendali da fotografare. Spero di riuscire a fare una passeggiata in centro, tra le luminarie, spero di riuscire a fare l’albero già domenica, visto che l’anno scorso me lo sono goduto per pochissimo. Già ho iniziato con i regali, purtroppo sono pochi, e più giro più mi piacerebbe regalare il mondo a chi voglio bene, ma le mie mani bucate queste mese son diventate peggio che scodelle.
Sono tra le poche a cui, tutto sommato, le cene di natale con i parenti piacciono. Forse perché la mia famiglia è striminzita e, nonostante siamo davvero in pochi, riusciamo comunque a vederci solo una volta l’anno.

Sulle alluvioni poi, sono troppo triste al pensiero dei cagnolini sfollati in Abruzzo. Ho visto certe foto che non riesco a dimenticare. Non so come spiegarvi, a voi che magari non avrete animali e starete pensando alle famiglie, ai bambini che hanno perso case, cose… Questi animali non hanno nulla, se non sfortuna. Il dolore che provo per gli animali è inspiegabile. Li vedo più indifesi di noi umani, persino dei bambini. Incapaci di far del male se non per legittima difesa. Da quando poi ho Holghina davvero non riesco a non pensare che anche lei poteva essere vittima di questo. Vorrei una casa enorme, in campagna. Vorrei vivere piena di cani, lo ammetto. Ho fatto la volontaria per anni e anni. Sulle ambulanze, negli ospedali. Eppure con gli animali non ce la faccio. Non ce la faccio a stare vicino ad esseri troppo deboli, così come le persone con handicap mentale. Che io lo so, io lo so dentro dentro cosa penso quando vedo i malati di mente. E non ve lo so spiegare, è un dolore che non governo e mi assale e mi fa star male. Mi rende il cuore un pizzico, mi accartoccia le budella. A me, che un po’ ne ho passate e ho uno strato di lacca su alcuni sentimenti. A me che non sopporto i prepotenti, più di ogni altra categoria al mondo, i deboli fanno troppo male. Così farò un versamento per questi poveri cagnolini. Ecco il prossimo anno voglio fare più azioni di questo tipo. Dopo Greenpeace e gli orsi bianchi e l’Africa, aiutare gli animali. Perché a me, Holghina, aiuta tutti i giorni.

Scuola di scrittura. Alla fine questo corso un po’ mi ha delusa. Mi aspettavo qualcosa di più (da me? da loro?) o che scattasse maggiore empatia. Non so se continuare. Da una parte così mi sembrerebbe di aver sprecato solo tempo, di rimanere con un guanto bucato. Dall’altra non so quanto insistere, in termini di tempo, soldi. Debbo pensarci ancora un po’.

Ok. E a proposito di scrittura, oggi avevo bisogno di una bella full immersion. Scusate, cose così, ma tanto siete in pochi a passare da qui, per fortuna, e faccio pochi danni.

PS: è morto Mandela. Non è morto Pippo Baudo o un qualsiasi cantante, attore, politico, mimo, modello sconosciuto. Cosa vi torna a voi sarcastici del web a dover fare per forza i bastian contrari e i “diversi” snobbando o criticando chi ne parla? Dalla casalinga ai leader mondiali? Ma infastiditevi per altro, che di materiale in giro ce n’è assai.

London calling

Reduce da una due giorni very intensive a Londra, fatico un po’ a rientrare nella solita routine di questa città che mi sembra sempre più provinciale, o che almeno io vivo come tale.
Nel giro di meno di un mese sono riuscita a visitare le mie due città europee preferite, per cui sono davvero in brodo di giuggiole.
Nonostante ami scoprire nuove mete, mi piace tornare in determinati posti e sentirmi più a mio agio nel girare, senza quell’ansia “turistica” del dover vedere tutto e mettere le bandierine un po’ ovunque.
Solitamente non sono una da luoghi cult, i miei mi prendono in giro perché poi torno piena di foto di stazioni, mercati, quartieri sgarrupati, ma quando ri-torni ancor di più puoi permetterti solo quello che vuoi tu. In questo caso era: shopping!
Calcolando che il giorno prima di partire mi sono ritrovata ad andare in giro con una gruccia appesa al cappotto -accorgendomene solo al momento di sedermi in macchina – avevo davvero bisogno di staccare, anche se per poco.
Ho trovato Londra meno freak del solito, sarà forse per il giro fatto, evitando Camden Town o la solita Carnaby street. Meno capelli rosa, anfibi sfondati e chiodo logori, più ragazzi sbarcati in questa grande metropoli per provarci.
Un dedalo di viuzze dai mattoncini rossi, androni e magazzini fatti di stile, vintage e nubi di caffè bollente.
I soliti camerieri italiani, in qualsiasi posto in cui sono andata. Come se alla fine all’estero, a Londra in special modo, sia comunque figo fare di tutto (con rispetto parlando). A me piacerebbe lavorare in un Caffè Nero, tra muffin, cioccolate e coffecup. Qui a Roma probabilmente sarei meno esaltata a lavorare al bar zozzone sotto l’ufficio.
Ho visto anche un sacco di genitori in fila come me all’alba, davanti al Terravision, salutare i propri figli che nel frattempo erano già spariti nel Tube verso chissà quali mete. Ragazzi di diverse nazionalità condividere una casa fatta di scale, moquette rossa e turni delle pulizie appesi in cucina.
Un sentimento di affetto, stima e lieve invidia. Per loro che ci hanno provato. Per loro che ci sono riusciti. Per loro che se anche non ci sono riusciti, non mollano.
E poi tanto affetto per me, per i miei amici e i miei affetti, per noi che lottiamo ancora qui. E forse, anche nella città più figa del mondo, non potrei essere quella che sono senza di loro.

La cometa Anais

In settimane come queste, in cui non vedo mio marito da 24 ore e tra un impegno e l’altro lo rivedrò tra altre 24 (ore sonno escluse) per 2 ore a cena, figurarsi che voglia ho di sentire i miei – e non solo – lamentarsi che non ci si vede mai o che non mi faccio mai vedere.
Ma da che parte state?
La mancanza non si soffre lamentandola e basta.

Diario parigino

Tornata da Parigi con la solita malinconia e lasciando come sempre un pezzo di cuore in quella che rimane, per me, la più bella città del mondo.
Anche se l’albergo non era proprio il massimo e la zona non proprio la mia preferita, ogni cosa, ogni bar, anche il più insulso, ha quel fascino introvabile altrove. Quel misto retro dallo stile a volte decadente ma accogliente, caldo. Quel rosso bordeaux che domina in certi caffè, quei particolari, quelle atmosfere.
Se poi aggiungiamo tutta la fotografia che ho inspirato a pieni polmoni fino a farmi girare la testa, stavolta davvero non sarei tornata. Forse più di New York, lì mi sembra tutto possibile. Lì l’arte ha il suo peso e il suo valore, riconosciuto, trattato con i guanti. Ti perdi nei quartieri e trovi mercatini di foto vintage nascosti in gallerie liberty, dove può ritrovare foto d’autore, di Walker Evans, Raymond Depardon, datate, foto da set di Truffaut e magari rinunciando a qualche cazzata potresti ritrovarti appese in camera. Con quell’odore di antico, di acidi e carta, di storia che non si vuole dimenticare. E anche gli autori più sconosciuti puoi scovarli in gallerie che scommettono sulla fotografia, o persino esposti nel metro.
Libri d’annata a prezzi scontati nelle librerie migliori e la voglia di provarci ancora, di fare progetti o ripensare ad altri.
Sti cavoli dei commenti da addetti ai lavori frustrati o con la pretesa di voler sempre criticare su tutto.
Ho incontrato Antoine D’Agata, Martin Parr, Paolo Pellegrin, stretta la mano ad Elliott Erwitt, con un autografo che conserverò come un cimelio prezioso. Ho visto foto stampate introvabili o ammirate solo su libri o peggio ancora sul web. Ho sognato. Se non è magia questa, cosa?

PS: incredibile ma per puro caso sono anche capitata davanti al mitico bar dei Deux Moulins di Amélie! E anche lì, piccola lacrimuccia e tanta emozione!

Anais psychogym

Poche cose tra quelle che faccio mi rendono orgogliosa quanto iniziare la giornata facendo sport. In piscina per altro, che con l’arrivo dell’inverno vi assicuro che il passaggio piumone-vasca semi vuota ha un effetto tutt’altro che piacevole.
Mi fa sentire forte, determinata, più che riunciare a mezza barrette di milka o a un buon bicchiere di vino (forse perché specie a questo non riesco mai a rinunciare… ma deve essere bono però eh, mica so alcolizzata). Sarà perché per me è un sacrificio davvero grande, uscire alle 8 quando sai che se ti va di lusso rientrerai tra almeno 12 ore. Per non parlare dei capelli da gestire di primo mattino, del cane da portare fuori, del letto da rifare. Ebbene, non ci crederete, ma spesso riesco a fare tutto.
Ecco sì, proprio in questo trovo che lo sport faccia bene. Non alle membra di per sé, ci tengo ai miei muscoli e meli tengo ben nascosti, ma all’autostima. So boni tutti a fa gli sportivi alle 6 de pomeriggio, ennamo.

L’autoterapia di Anais

Il corso di scrittura entra sempre più nel vivo. I miei compagni d’avventura sono forti e… particolari. Già loro potrebbero essere fonte d’ispirazione per tanti racconti.

Ho scritto i miei primi 2 brevi “inizi” di racconto. Ancora non li hanno corretti, per cui mi crogiolo ancora un po’ nella soddisfazione. Non tanto di quello che ho scritto, quanto dell’esserci quanto meno riuscita.

Ieri abbiamo dovuto leggere il nostro “Perché scrivo”. Sono uscite tante cose interessanti, tra chi scrive per perfidia, per rivalsa, per noia, per svago, per bisogno, chi per respirare, per evadere, per pensare, per mettersi alla prova… e per diventare uno scrittore (sì sì, qualcuno sotto sotto l’ho tanato.)

Vi riporto le mie motivazioni, meno auliche di altre ma, di fatto, mi hanno portato su quella sedia.
A onor del vero il testo andava scritto come flusso di pensiero, senza punteggiatura, al massimo qualche virgola. Ma per non passare da analfabeta, qui lo riporto “corretto”.

Scrivo perché ho bisogno di tirare fuori dalla testa tutti i pensieri, tanti, che l’affollano.
Soffro spesso di emicrania e ho trovato in questo una piccola terapia. Scrivo quando sono triste, arrabbiata, delusa, felice.
Scrivo di me da quando sono bambina e non riesco a farne a meno: per mettere ordine, per autoterapia, perché leggere nero su bianco tutte le mie cavolate mi aiuta a prendermi più sul serio oppure a sdrammatizzare quando serve.
Scrivo di ciò che mi circonda e mi colpisce, per non perdermi di vista le cose che più mi piacciono o quelle che mi infastidiscono e non sempre trovo gli interlocutori giusti con cui condividere le mie idee, particolari, sfumature, inezie… 
Scrivo perché adoro il suono di alcune parole, la bellezza e la varietà della nostra lingua, i sinonimi, i verbi: sono tanti tasselli che è bello incastrare e scastrare cambiando ogni volta il puzzle finale che ne esce. Ho sempre odiato i puzzle perché schemi preconfezionati e rigidi, le parole sono invece come un’autostrada enorme dove puoi scegliere le destinazioni che preferisci ed è stranamente piacevole perdersi.
Scrivo quando non posso fotografare o scrivo insieme alla fotografia, che è un altro mezzo di comunicazione senza il quale difficilmente potrei stare.

Anais scrittrice(?)

È entrato subito nel vivo il corso di scrittura iniziato stasera. Anziché farci fare il solito giro delle presentazioni, ci hanno fatto subito scrivere un breve racconto sul nostro vicino di “banco”. Ecco io sono stata subito disegnata come una che si veste a cazzo e che ha un marito desaparecido con cui litigo nella gestione del cane. Ottimo inizio.
È stato divertente e già molto costruttivo, la classe sembra carina anche se siamo decisamente troppi. Ero talmente presa dall’inizio che neanche ho ricollegato che la scuola si trova allo slargo dove sono stata bocciata non una, non due, bensì tre volte all’esame di guida e a pochi passi dal bar della vecchia “comitiva”. A volte la vita ci fa andare avanti, riportandoci indietro. It’s fun!

Ps: ho già il primo compito per sabato e ancora non ho avuto coraggio di leggerlo!