London calling

Reduce da una due giorni very intensive a Londra, fatico un po’ a rientrare nella solita routine di questa città che mi sembra sempre più provinciale, o che almeno io vivo come tale.
Nel giro di meno di un mese sono riuscita a visitare le mie due città europee preferite, per cui sono davvero in brodo di giuggiole.
Nonostante ami scoprire nuove mete, mi piace tornare in determinati posti e sentirmi più a mio agio nel girare, senza quell’ansia “turistica” del dover vedere tutto e mettere le bandierine un po’ ovunque.
Solitamente non sono una da luoghi cult, i miei mi prendono in giro perché poi torno piena di foto di stazioni, mercati, quartieri sgarrupati, ma quando ri-torni ancor di più puoi permetterti solo quello che vuoi tu. In questo caso era: shopping!
Calcolando che il giorno prima di partire mi sono ritrovata ad andare in giro con una gruccia appesa al cappotto -accorgendomene solo al momento di sedermi in macchina – avevo davvero bisogno di staccare, anche se per poco.
Ho trovato Londra meno freak del solito, sarà forse per il giro fatto, evitando Camden Town o la solita Carnaby street. Meno capelli rosa, anfibi sfondati e chiodo logori, più ragazzi sbarcati in questa grande metropoli per provarci.
Un dedalo di viuzze dai mattoncini rossi, androni e magazzini fatti di stile, vintage e nubi di caffè bollente.
I soliti camerieri italiani, in qualsiasi posto in cui sono andata. Come se alla fine all’estero, a Londra in special modo, sia comunque figo fare di tutto (con rispetto parlando). A me piacerebbe lavorare in un Caffè Nero, tra muffin, cioccolate e coffecup. Qui a Roma probabilmente sarei meno esaltata a lavorare al bar zozzone sotto l’ufficio.
Ho visto anche un sacco di genitori in fila come me all’alba, davanti al Terravision, salutare i propri figli che nel frattempo erano già spariti nel Tube verso chissà quali mete. Ragazzi di diverse nazionalità condividere una casa fatta di scale, moquette rossa e turni delle pulizie appesi in cucina.
Un sentimento di affetto, stima e lieve invidia. Per loro che ci hanno provato. Per loro che ci sono riusciti. Per loro che se anche non ci sono riusciti, non mollano.
E poi tanto affetto per me, per i miei amici e i miei affetti, per noi che lottiamo ancora qui. E forse, anche nella città più figa del mondo, non potrei essere quella che sono senza di loro.

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