Mors mea, vita tua

Diversi anni fa ho iniziato, ad ogni cambio stagione o umore, a portare gli abiti smessi ai mercatini dell’usato. Non lo faccio tanto per guadagnarci, il più delle volte, vendendo cose che già valgono poco e si svalutano ulteriormente, al massimo ci esce una pizza per due. È che a casa mia di roba ne è sempre girata molta, di beneficienza se ne è sempre fatta parecchia, e pensare che qualcun’altra pensi di portersi fare bella o si senta a suo agio con robe che io non uso più, un po’ mi piace. Ma soprattutto è catartico. È catartico rinunciare, persino a quell’abito o a quella borsa o pantalone e maglietta che anni fa hai scelto con cura oppure hai acquistato per noia o convulsione, e magari non ti donava poi così tanto. Con cui ti sei sentita fica, bella, ma adesso non è più aria.

Ogni busta che fai, ogni valutazione, è un viaggio nella macchina del tempo. Vedi il commesso esaminare i capi, magari riderci su con te, anche se lui e chi verrà dopo di te non saprà mai la storia completa dietro ognuno di essi. Quella camicia che prende o scarta, che tu ricordi persino quando hai acquistato, dove e perché. E per chi. Per un viaggio, una cena, un primo appuntamento. Chi magari te l’ha sfilata. E ci sono cose da cui è bene allontanarsi, ricordi da svendere. Sorridi quando lo fai, perché è come rivedere un vecchio VHS dove stavolta la protagonista sei tu. E loro non sanno perché. Non sanno quanto hai pianto o riso, sei stata felice o triste in quei semplici vestiti. Che a te hanno portato iella o fortuna e che ora è tempo di voltare pagina e far scrivere loro un altro film. 

Ed è poi lo stesso motivo per cui fondamentalmente vendi senza riacquistare. Non tanto per l’igiene o la cura degli abiti altrui. È per quello che si portano dietro. Le loro storie, i ricordi. Ed io ne ho già tanti, forse troppi, che non posso, non riesco a prendermi in carico anche le vite degli altri. Anche le migliori.

Sì, tutto ciò è davvero catartico. 

Leg-ami

È bello risentire vecchi amici. Anche con messaggi, anche con Facebook. È bello riallacciare legami con chi ha percorso un pezzo di strada insieme a te, prima che il sentiero si dividesse. E vi dividesse. È sempre bello quando qualcuno, nonostante tutto, si ricorda ancora di te. 

Passione mariana

Insomma ridendo e scherzando siamo già a metà maggio. Il caldo improvviso, dopo mesi di freddo e pioggia, richiama a gran voce estate… e se penso che tra tre mesi potrei essere già in ferie, un po’ di adrenalina sale. Mi spaventa il caldo alle porte anzi, che già fa capolino a piè pari. Non lo sopporto, si sa. Oggi ho terminato il cambio stagione e mi chiedevo se fossi pronta ad un cambiamento più ampio.

Queste belle giornate fanno venire voglia di uscire, girare, abbracciare Roma e sbaciucchiarsela per bene, e quando l’emicrania o la stanchezza o qualche turba psichedelica mi bloccano a casa, mi viene così tanta nostalgia. Dei buoni propositi, che mi riprometto ogni anno, di maggior respiro e libertà che mi riavvicinino alla mia città. Vorrei indietro il tempo della mia vita part time, o forse un po’ di giovinezza che dia la forza di albeggiare senza avere paura di mal di testa e pressione a terra per giorni. Ma sono stati bei mesi, nonostante tutto. A lavoro si va avanti, con qualche soddisfazione. Il cammino è ancora lungo ma oggi, accaldata da pulizie e scatoloni, necessari nel weekend, mi sono fermata a pensare che sono fortunata e va bene così. 

Un abbraccio dal mio sabato WSP. 

Buona esposizione a tutti

In treno di rientro da Milano, tanta stanchezza anche per dormire, nel silenzio che finalmente alleggia in carrozza dopo l’esodo di una scolaresca, provo a riflettere su questa giornata intensa e campale. Per lavoro mi sono trovata a seguire l’ideazione, la creazione e l’allestimento dello stand di un’associazione in un Padiglione del prossimo Expo. Un lavoro intenso, frenetico ma professionalmente molto stimolante. Per la prima volta mi sono trovata ad interagire, anche se non proprio in prima persona, con un gigante come l’esposizione universale. 

È stato emozionante oggi entrare nel cantiere seppur di corsa e in modo convulso e confuso. Poco tempo, ancora poca organizzazione, poche navette, per paura di perder il treno di rientro ci siamo buttati sotto la tangenziale per tagliare verso Rho. 

È stato scioccante vedere lo stato dell’arte, per quanto lo sospettassi. Per via di questo lavoro ho anche approfondito un po’ la storia di Expo e dell varie porcate all’italiana che hanno inciso e non poco sui ritardi. E allora vien da dire ecco la solita Italia cialtrona, pelandrona, seppure persino a Shangai sia iniziato tutto con padiglioni ancora da costruire.

Però sarà la stanchezza, un’indole bambina, ma tralasciando i discorsi politici, economici, ecologici che non mi sento di approfondire in questa sede, io oggi un po’ di orgoglio italiano un po’ l’ho provato. Ed era tanto che non mi succedeva. Ho visto un sacco di persone, tantissime, a lavoro e migliaia di più ce ne saranno, a lavorare sodo, in modo convulso, con turni massacranti per fare le cose al meglio, per fare del loro meglio. Perché l’Expo sarà una roba enorme e milioni di persone verranno nel nostro Paese. Io spero davvero che le cose vadano bene, auguro un successo. Non voglio essere l’italiana che si autoaugura la sconfitta pur di potersela poi prendere con qualcuno, con la solita politica.

Ammiro le persone normali come me, che nel loro piccolo fanno e hanno fatto di tutto per lavorare al meglio, nonostante le mille difficoltà di un paese malato, di cui noi gente per bene continiuamo ad esser inbattibili anticorpi.

In bocca al lupo a tutti!

  

Cortili d’inverno

E così ieri si è concluso anche questo terzo laboratorio di scrittura. Un percorso lunghetto, che ha toccato più tematiche, dal racconto breve, alla sceneggiatura, al giornalismo, e che dato l’inverno buio, intenso e tempestoso, ho avuto un po’ di difficoltà a seguire con costanza.
Scrivere è difficile. E non dico scrivere bene, quello viene poi o per alcuni è un dono. Occorre costanza, calma o a anche ansia, a seconda di come ci sentiamo più predisposti alla creatività. Ma sicuramente, come per tutto, ci vuole tempo. Il bene più prezioso e assente di tutti noi.

Il nostro piccolo circolo di scrittori stinti cercherà di andare avanti, nonostante le difficoltà, perché scrivere e leggere e stare insieme ci fa bene.

Comunque, giusto pour divertissment, pubblico il mio “saggio” di fine anno, nello specifico un esercizio sul dialogo il cui titolo è, appunto, cortili d’inverno.

– Eccoti. Sono arrivata prima, mi stavo congelando così intanto sono entrata. Che freddo assurdo, hai sentito?
– Siamo a gennaio, che ti aspetti, di girare in canottiera? Comunque hai fatto bene.
– No certo, per carità, ma un clima così di merda come in questa città non l’ho mai trovato. Va bene il tavolo? Ho scelto questo con vista sul “déhor”, è il tuo preferito, giusto?
– Se lo dici tu, ma va bene.
– Che poi, chissà perché questa moda di chiamarli “déhors” e non cortili. Sono solo dei semplici e a volte squallidi cortiletti.
– Non sono cortili, sono déhors.
– Ma è la stessa cosa su, è questa mania dei torinesi di darsi per forza un tono.
– Quello che abbiamo di fronte casa nostra e dove piscia sistematicamente Audrey, anche se non potrebbe, è un cortile. Questo, invece, è un cazzo di déhor. C’è un fottuto gazebo o una qualche struttura riscaldata antipioggia, antifreddo, antitutto in un déhor. Quindi, non è una moda, è italiano o architettura, come cavolo preferisci.
– Ok madonna mia, quanto ti scaldi. Nel frattempo comunque ho anche ordinato da bere. Ti ho preso un Merlot, giusto? Per me uno Spritz… qui lo fanno da Dio, anche se impiegano tre ore a portartelo. Ah ecco, fai cenno alla ragazza, le avevo detto che ti stavo aspettando.
– Veramente avrei preferito una birra… comunque. Hai messo il vestito rosso, non è troppo pretenzioso per un aperitivo con vista cortile?
– Idiota. – Adele sorride e inizia ad agitarsi sul tavolo – Mi hai detto che era un’occasione speciale…
– Veramente ti ho detto che dovevo parlarti.
– Beh appunto, non parliamo mai… è un’occasione speciale! Che ti ho detto, ancora non c’è traccia delle nostre consumazioni… quanto son lenti. Volevo aspettare per fare un brindisi o magari trovarmi l’anello al posto del ghiaccio ma sono troppo emozionata… dai ti ascolto.
– Ma di che parli?
– Dai non fa niente, farò finta di essere sorpresa e tutto il resto però ti prego, non resisto più! Io sì, sì, lo voglio! L’ho sempre voluto! Cos’hai lì dentro eh, che da quando siamo entrati non fai che agitarti sulla sedia e guardare la 24 ore.
– Certo che sei unica.
– Uh lo so trésor, grazie!
– Allora, tesoro, eccoci. – Andrea tirò fuori dalla borsa un plico spesso di carte, da cui spuntavano post-it colorati un po’ ovunque. Posandolo sul tavolo fece un rumore sordo e sollevò un lieve strato di polvere.
– Ecco il mio nuovo contratto di lavoro. Ce l’ho fatta alla fine, sai? Ho ottenuto quella promozione, quel posto di prestigio per cui tu e tuo padre mi avete scassato le palle per anni. 200 mila euro annui, benefit, auto aziendale, un team di 50 persone a disposizione per dirigere la nuova sede di Londra.
– Londra? Wow amore ma, ma è fantastico! Finalmente lasceremo questa città triste e noiosa.
– No tesoro, io. Io lascerò questa città bellissima anche se di Londra non me ne frega una mazza, così come di questo lavoro. Ma lo accetterò pur di andarmene e lo farò da solo o meglio, con Silvia, sì quella con le tette grosse e la taglia 44 e che ogni volta ti fa inorridire perché veste da H&M e non si cura la riscrescita. Ti lascerò qui a rigirarti nelle tue lenzuola di cotone egiziano al profumo di sandalo a pensare a tutti i soldi che avresti potuto spendere alle mie spalle, alle cene di gala, alla beneficienza finta, al lusso che non avrai. Almeno, non sulla mia pelle.
Le labbra di Adele avevano iniziato a tremare e le sue dita ossute non smettevano di torcersi quei ricci che avevano osato sfuggirle dallo chignon.
– Ah e per inciso, ti sbagli. Non sono affatto lenti in questo posto perché non ci ho messo un cazzo a dirti tutto quello che pensavo da mesi, anni e uh, guarda, ecco il tuo Spritz di merda.
Io, vado a farmi una birra.

Let’s shop

L’aver scoperto navigando nel sito di una di queste blogger super fashion, che Macys, il grande store americano, ha un e-commerce che spedisce senza problemi anche in Italia, ha davvero dato un senso, nonché destabilizzato, questa insulsa giornata. 

Tra l’altro, ho scoperto anche che, tramite un complesso metodo che devo studiarmi, è possibile acquistare anche da Century 21, il tempio dove ho lasciato cuore, occhi, bava e portafogli a NY.

Però, comunque, che due palle lo shopping on-line. 

Diario ungherese

Eccoci di nuovo qui. Lavoro, ritmi serrati, casa, sveglie, pulizie, spesa. Quando parto, in arrivo o al rientro, guardo i miei compagni di  volo e mi chiedo: chi sono? Cosa fanno? Che lavoro hanno, se sono contenti, appagati, se sono felici di partire o più di tornare. Questi giorni me lo sono chiesta anche quando fotografavo decine di giovanotti ungheresi. Bellissimi e fieri nei loro abiti tradizionali, curati in ogni dettaglio, accessorio. Allegri, bravi e orgogliosi delle loro origini e del compito che hanno scelto. Amo il folklore e ammiro davvero quando giovani, adolescenti e ragazzi si impegnano e dedicano il loro tempo a perpetuare antiche tradizioni. C’era qualcosa di forte in loro, un legame intergenerazionale. Che unisce uomini e donne di tutte le età. Mamme che pettinano bambine, sorelle che si intrecciano i capelli a vicenda, per non parlare di amori che sbocciano tra una danza e l’altra. Li ho guardati tanto e anche un po’ invidiati, tra quelle montagne, quei villaggetti curati ed essenziali, pensando alle nostre vite dove ogni ritardo, ogni stupidagine a lavoro o nella vita diventa troppo spesso una tragedia immane. Siete stressati voi? Avete paura di sbagliare, di dimenticare la coreografia o non tenere il passo? O sapete che sempre qualcuno vi sosterrà?

È sempre bello viaggiare, conoscere posti, persone, cibi e usanze nuove e immaginare altre vite e mondi possibili o apprezzare sempre di più la tua. Sono così felice di avere questa curiosità, sono diversa ogni volta che torno. Più grande.

L’Ungheria è un paese fiero. Le persone sono gentili, anche se riservate. Non è Maramures. I paesini che ho visitato sono comuni paesi del nostro entroterra, con porte chiuse, giardini curati ma pochi bambini che giocano in strada. Sono stata a Salogotarjan, una città che porta fiera il suo retaggio sovietico, una cattedrale di cemento che stona tra le colline windows, ma affascinante proprio per questo contrasto. Distese infinite di binari abbandonati e treni minuscoli per viaggiare nel tempo. Qua e là accampamenti di case di legno e roccia. Come quella di Nicolas, la nostra breve guida che fiera de suo poco inglese ci ha raccontato di sé, del suo rap, del suo laghetto putrido da cui pesca pesci grandi e piccoli. Che ha fatto Waow quando ho estratto l’iphone6 per segnare il suo contatto Facebook. Perché sì siamo in Europa, siamo poveri. Ma mai senza dignità. E wi-fi.

Spring is an attitude

È finito un mese piuttosto inutile, per quanto faticoso. Marzo è un mese di passaggio, né inverno né primavera, assolutamente instabile e bipolare, fatto di primi sprazzi di sole e aria di vacanza, da stordimenti grigi, raffiche di vento gelate che di botto ti riportano al momento esatto in cui stavi per aprire un panettone.
Gennaio e febbraio 2015 sono stati due macigni parte di una lunga coda franosa e di cui non si riusciva più a vedere fine.
Marzo mi ha illusa di forza e vigore, sole e solarità, per poi darmi un bello schiaffo e un calcetto nel sedere. Ad ogni modo, è finito anche lui, ed aprile è tutta un’incognita. Quest’anno la bella stagione si fa attendere ma io ne ho un gran bisogno, così me ne frego e ho già pensionato il piumino. Voglio sentirmi leggera, ho bisogno di leggerezza, allegria e cose semplici. I grattacapi e le incazzature degli ultimi mesi hanno portato con loro, di nuovo, dei gran bei mal di testa. Marzo è stato tutto un mal di testa. E oggi che, voglio dirlo a bassa voce, respiro e sospiro senza occhi gonfi e palpebre pesanti, voglio che sia primavera, dentro.
Domani poi si parte e a dire il vero sarà un’altra calata nelle gelide terre dell’est. Troppo alta (o bassa?) sta Pasqua per cui mi sa che il mio spirito primaverile dovrà prendersi una breve pausa, se non vuole buscarsi una polmonite.
E di nuovo gelo sia. E siano aglio, cipolla, stufato, carne speziata, patatine, birre, case di legno, prati e fattorie, donne fiere con rughe e fazzoletti, capelli biondi e grembiuli, hard disk e schede da riempire. Primavera dentro, poi il sole prima o poi, tornerà.

I20140507-211049.jpg

Voglia di esistere

È sempre una questione di resistenza, mai di esistenza. Devi sempre resistere e mai esistere, così come sei, per quella che sei. E continuiamo a dar ragione a chi ti vuole altro, a resistere, dimenticandoci di vivere.