Tra supereori e super smartphone

Ho visto i film italiani del momento: Perfetti sconosciuti mi è piaciuto tantissimo. Buon ritmo, battute divertenti e tempi comici azzeccati, tematiche attuali trattate in modo non banale. Solita ambientazione fantastica in casa da sogno da classica borghesia romana. 

Jeeg Robot anche mi è piaciuto, ma un po’ meno. Sono ovviamente due film completamente diversi, probabilmente il secondo è superiore nel soggetto, nell’originalità, nella costruzione dei personaggi. Eroi e antagonisti in una Roma brutta e sgarrupata, quale essa spesso sa rivelarsi. Eppure non mi ha convinta fino in fondo. A tratti lento e cade di ritmo, qualche violenza di troppo, insomma qualcosa mi ha fatto storcere il naso. Ma ammetto che nella palude di un cinema italiano che tende a reiterarsi e avvilupparsi su se stesso, è davvero un’ottima boccata di ossigeno e originalità. A partire dal cast, con Marinelli che, dopo la maestria di Non essere cattivo, si conferma come nuovo talento italiano.

Insomma, vedeteli entrambi se potete.

Attraversa-menti

Una delle cose che più mi piace del frequentare questo corso è la possibilità di attraversare mezza Roma, in fortunati momenti di traffico sostenibile. Un piccolo viaggio che assume poi il sapore di un vero e proprio percorso tra diverse vite ed epoche vissute. Partire dall’odiernità del luogo del lavoro e del quartiere vicino a dove vivo, per passare tra il viale dell’adolescenza, nelle mie visite dalle mie amiche e nelle vasche del primo shopping accompagnato da mammà. I colli poi alle 16 sono un tripudio di mamme, ragazzini, studenti, pensionati, lavoratori senza fissa dimora e fortunati (o sfortunati) personaggi a passeggio che si godono compere, commissioni con un solo già quasi primaverile. Poi costeggio l’adorata Villa Pamphili, teatro di jogging, amori e prime sigarette, per arrivare a quella valle di lacrime che è stata Cipro ai tempi dell’università, in quella maledetta fermata del 31 dove ho sognato, sospirato e odiato in modo disperato. Poi le bancarelle per riavvicinarsi ai primi anni del lavoro all’università, quello che un tempo era Blockbuster, i colleghi simpatici, le liquirizie al Todis fino ai tempi più recenti dell’ultima piscodottorè. Al rientro, al buio e con l’iphone che risuona pezzi misti tra passato e presente, mi riavvicino a Cola di Rienzo e agli ultimi sudati anni di lavoro sempre all’Università, a quanto però era bello passeggiare in centro a pranzo o uscire alle 13 e avere il tempo di allungare il percorso come e dove preferivo. Un tunnel luminoso mi rigetta ancora un tuffo indietro, quando non saltavo una serata a trastevere o al di là e al di qua di Ponte Sisto, tra una Tennents, un abbraccio e una risata spensierata, per poi riconoscere la confidenza di ponte porta portese che collega passato e presente conducendomi liscia verso Ostiense, la trafficata Colombo, le stradine di casa. E quella sensazione tranquillizzante che dà la conoscenza di strade quotidiane, tue, dove è impossibile perdersi nonostante la mente faccia i suoi personali giri.

Ecco, di questo sono davvero grata. Stavo pensando di valutare strade alternative per spezzare la malinconia o la ripetitività di questo flanerismo nel tempo e nei ricordi, ma per ora va bene così.

Per il resto, il corso mi sta annoiando molto e in un’aula così affollata e variegata non riesco a trovare nessuno sguardo che attiri in me particolare sintonia, né guizzi di originalità e coinvolgimento. Staremo a vedere. 

Lost in febbraio #2

Che poi neanche a dire che sia stato brutto, questo febbraio. Abbiamo organizzato tante cose al locale e sono andate bene, ho progettato ben 3 viaggi per i prossimi mesi: tornerò in due città che adoro, Lisbona e Berlino, e da cui manco da fin troppo tempo, e finalmente vedrò Copenaghen. Sono andata al cinema, a dei concerti, ho mangiato fin troppo, ho nuotato, non ho fatto troppo tardi a lavoro. Ecco, il lavoro. Quando ti pensi di andare bene, di aver capito un po’ come girano le cose, ti si chiede sempre di più. E a volte mi chiedo quanto ne valga la pena, mangiarsi il fegato per questo mio maledetto modo di prender tutto di petto e sul personale, per qualcosa tutto sommato avulso da te. Per quale motivo non mi sia accontentata di un impiego mediocre al posto di un lavoro stressante e comunque mal pagato. Perché se mi piace così tanto girovagare per il mondo, non mi sia impegnata per vivere di questo. Perché non ci hai creduto di più alle tue capacità da fotografa, visto che per un piccolo evento continuano ad arrivarti ringraziamenti e complimenti.

Perché ti senti una ribelle, intrappolata in un corpo da impiegata. O viceversa. 

Lost in febbraio

Siamo al giro di boa, o poco più, del mese più corto dell’anno ma che a me sembra non finire mai.
Tante, troppe cose in ballo questo mese e inizio ad accusare un po’ di stanchezza ma tocca tener duro.
La primavera inizia a fare capolino, sebbene ci sia chi vada affermando che l’inverno quest’anno non sia mai arrivato. Per me è stato invece un bell’inverno tiepido, che di tutto questo gran freddo mica avevo poi tanta voglia.
A breve le giornate si allungheranno, ancora di più, e ricomincia il giro: pasqua, countdown verso ferie, depressione post ferie, natale, depressione post natale.
Il tempo sembra aver decisamente cambiato marcia negli ultimi anni, mi vedo invecchiare, me e i miei coetanei, e questa cosa inizia davvero a spaventarmi non poco.
Sono nuovamente in quella fase in cui anelo al weekend più di qualsiasi altra cosa, per avere quelle 48 ore d’aria per me, e questo non va bene perché quando desideri che il tempo passi alla svelta vuol dire che quello che fai non ti piace gran che, e poi ti ritrovi davvero vecchia e non va bene proprio.
Perché vorrei sempre fare qualcosa di diverso? In più, in meno, altrove…

New adventures in RAI

È iniziata oggi un’altra (lunga) avventura letteraria. Fino a maggio frequenterò un corso di scrittura alla Rai in Via Teulada, un bell’impegno visto che si tratta di 12 incontri di tre ore e più, più il viaggio in macchina che dovrò farmi, ma penso ne varrà la pena. Sono già al quarto (o quinto?) corso ed è sempre bello vedere l’innamoramento che hanno certi docenti e scrittori per la narrativa. Ognuno dà una sua interpretazione e ciascuna offre sempre un punto di vista in più affascinante. Siamo parecchi e come sempre ci sono un po’ di invasati o persone che si sentono sempre pronte a dir la loro anche se il più delle volte sparano cazzate a cui i moderatori riescono sempre a trovar un senso che lì davvero capisci che sono qualcuno.

Poi mi fa sempre ridere quel fenomeno della suddivisione dei posti. Tra chi si affretta alle prime file chi, come me alle ultime. E quando qualcuno interviene da qui ti accorgi sempre che, fatalità, era uno dei ritardatari che scalpitano per riacquistare posizioni. Mi sembra una calzante metafora delle diversità del genere umano. 

All’inizio la fauna mi sembrava un po’ sospetta, un sacco di gente di una certa età (che per carità…) e soprattutto che si conosceva tra loro. Poi ho capito che erano tutti figuranti tra Porta a porta e La vita in diretta. 

Fa un certo effetto varcare le soglie della Rai. Quelle antenne giganti e quella luminaria che fa tanto Belpaese… e infatti poi ti ritrovi in una sala ferma agli anni ’80, malmessa e che sa un po’ di muffa, con bagni stile autogrill Salerno – Reggio e ti chiedi ancora una volta che fine facciano i tuoi soldi dell’abbonamento. 

Insomma, spero ne valga la pena visto che nella mia già piena vita, è un impegno non poco oneroso. Intanto la prossima settimana ci sarà ospite Dacia Maraini. È dai tempi di scuola che non leggo un suo libro, tanto per rispolverare un altro po’ quel sentimento revival che già ho vissuto oggi rifacendo strade che ai tempi di liceo e università mi erano così familiari mentre oggi mi sentivo un po’ la cugina di campagna. 

Intervallo milanese

Sabato scorso ho passato una bellissima giornata a Milano, fatta di fotografia, amici, buon cibo e bella Italia. Non è la prima volta che vado e per quanto il mio sia solo un vissuto da turista, non posso che ribadire quanto mi piaccia questa città. Sin dal momento in cui ti accoglie, in quella stazione monumentale, elegante, curata, che a me personalmente dà subito l’impressione di non trovarmi in Italia.

Milano è una città molto viva e vivace, a dispetto di quanto si dica. Complice anche una bellissima giornata tersa di sole, abbiamo girato in lungo e in largo il suo centro a misura di uomo, scoprendo piccoli e nuovi segreti. Chiesolette bizantine che spuntano all’improvviso tra palazzetti bassi, strade disegnate dalle vie tranvarie e da alberi rigorosi. Vabbè che era la settimana della moda uomo ma c’erano piccoli eventi un po’ ovunque e un gran girare di giovani e non. L’idea che ho avuto è stata quella di un’altra Italia, come se qui la crisi non ci fosse. Negozi luccicanti e con un’atmosfera ancora quasi blindata agli anni del boom. Il quadrilatero della moda poi era un tripudio di persone in ghingheri, vetrine sbrilluccicanti e al profumo di soldi. Ma non è solo una questione di danè, è soprattutto lo stile che hanno molti milanesi. In cachemire e tacchi anche in bici, ciò che da noi arriverà tra mesi a Monti, da loro è già demodè. E per noi ragazze della porta accanto, felici nei nostri affari da stradivarius o HM, persino il capo migliore o il più costoso che abbiamo in armadio, è totalmente out.

Quindi probabilmente non è una città in cui mi sentirei a mio agio a viverci, l’apparenza è tutto. Ma vissuta ogni tanto fa sperare che prima o poi un po’ di sole e successo torni anche qui giù.

 

 

Un arcobaleno di idiozie: ovvero quando tanto per cambiare si butta tutto in caciara

Premetto che sono assolutamente favorevole alle unioni civili così come alle adozioni per le famiglie arcobaleno, e negli anni ho sempre firmato tutte le possibili petizioni disseminate in rete e non solo, affinché fossero finalmente oggetto di una degna legge.

C’è però un messaggio che serpeggia in questi giorni in quel luogo malsano del qualunquismo e che rende un po’ tutti noi pecore all volta di amici e opinionisti più fighi o apparentemente più intelligenti o informati di noi che è, tanto per cambiare, Facebook. Sono girate immagini anche molto simpatiche, che a me per prima hanno fatto sorridere, poi oggi mi sono soffermata su una in particolare e allora ho pensato che no, fermiamoci un attimo, forse stiamo esagerando o travisando un attimino il nocciolo della questione. Sicuramente umana prima ancora che civile e giurisprudenziale.

È una vignetta che ritrae un uomo, probabilmente uno dei tanti nostri politici benpensanti ma che poi nella realtà si rivelano tutt’altro che buoni esempi da seguire, intento a telefonare alla moglie per avvisarla che farà tardi per lavoro e di scusarsi con i bambini. Mentre nel frattempo sulla scrivania si scopre una bella donnina ignuda. Ecco. Davvero vogliamo far passare il messaggio che sì, permettiamo ai gay di sposarsi e adottare i bambini perché noi eterosessuali, da che mondo è mondo, abbiamo continuamente tradito, ingannato, vituperato le nostre famiglie? Mi sembra un’esagerazione di cui non trovo nessuna necessità. Siamo tutti umani, tutti uguali, tutti buoni e cattivi, tutti con i nostri errori. Non siamo giusti noi né loro sbagliati, così come però noi non siamo demoni e loro angeli. Si tradisce e si sbaglia allo stesso modo e non in base all’orientamento sessuale. Ci sono coppie normali e fantastiche che non si tradiscono né inganno, gay ed etero. Su quella scrivania per quanto mi riguarda poteva tranquillamente esserci un altro uomo. O vogliamo caricare le coppie gay di una parvenza di santità cosicché al primo errore, alla prima coppia divorziata per adulterio, si salti tutti di nuovo sul carro dell’avevamo detto? Le famiglie arcobaleno sono bellissime e giustissime ed è ora che siano riconosciute come e al pari delle nostre. Al pari, appunto. Per cui per cortesia finiamola con questo inutile gettare merda sulle ipocrisie che riguardano il genere umano tutto –  gay, etero, lesbo, trans, bisex – e questo suggerire che loro siano migliori di noi o che esista un modo di essere famiglia più giusto e puro dell’altro mi sembra inutile oltre che dannoso.

Panic on the streets of Anais

Insomma, che il rientro non sarebbe stato soft lo sospettavo, ma la realtà supera sempre la fantasia, peggiorandola.

Mi illudevo che quel break bastasse, invece dopo le splendide feste trascorse quest’anno, è stata dura rientrare a lavoro. Gennaio poi è anche peggio di settembre: o paranoica calma piatta oppure si scatenano le smanie dei piani marketing del nuovo anno. È andata fifty fifty. Comunque ho discusso subito con il capo, tanto per inaugurare l’anno. Non sono svogliata e apatica come a settembre, però questa specie di quiete mi mette ancora più ansia, specie quando il lavoro devi inventartelo.

Poi si ricomincia pure con la promozione dei corsi per cui capirai, mal di testa ben tornato. Adesso poi che sono tornata a prender le gocce la sera, dormo di sasso e la mattina mi sveglio con un sonno che neanche fossi in piedi da ore.

Devo anche ricominciare a fare attenzione al mangiare, che adesso che il mio stomaco si è riaperto a leccornie che non vedeva da mesi, con l’aggravante della solita super befana golosa di mia mamma, tornare a regolarsi è tosta e infatti sono ingrassata. Poco ma per me è subito obesità. Figuriamoci. Perfezionista di merda quale sono, a quell’accenno di pancia piatta conquista con lacrime e sangue non voglio rinunciare. E soprattutto ho speso un fracco di soldi per cambiare mezzo armadio.

Per cui, armiamoci di pazienza e serriamo i ranghi. Prima o poi questi mesi passeranno e torneremo a respirare odor di vacanze. Intanto sabato pausa milanese per vedere un po’ di bella vera fotografia.