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Scarpe a orologeria 

Capisco che sia un momentaccio e la paura sia diventata un sentimento quotidiano però ecco, non esageriamo.

Oggi, come tutti i sabati, sono andata in piscina, un pochino prima del solito. Buttarsi in acqua mentre fuori diluvia è troppo bello e oggi, non avendo stranamente grossi impegni, me la sono presa comoda. Appena uscita, verso le 14:15 inizio a cercare la busta delle ciabatte, che avevo lasciato accanto alle scarpe da ginnastica, e niente, gira che ti rigira, sparite. Siccome una volta le scarpe me le hanno fregate davvero, delle bellissime e originali birkenstock lilla, inizio ad imprecare. E una signora, che nel frattempo aveva assistito in silenzio al mio girare a mo’di cane da tartufo, tra un’impomatata e l’altra, se n’esce con il massimo candore: “Ma no non ti hanno rubato le scarpe. Io e una signora le abbiamo fatte portare via dalla signora delle pulizie perché sembravano lì abbandonate da un sacco di tempo. Io veramente avevo detto di lasciarle là ma questa signora insisteva che erano lì incustodite da tanto”.

Ecco, non vi dico il tubetto di crema costosa dove avrei voluto infilarglielo, anche perché ero abbastanza certa di essermi cambiata proprio con lei appena arrivata. E aspettati 20 minuti, in accappatoio, che si trovassero ste benedette scarpe, che mi sono tornate indietro in un bustone nero che ci mancava solo la scritta “body of proof”.

Il momento è serio, serissimo, e siamo tutti spaventati, per carità. Ma ci si può allarmare per ogni cosa? O comunque sempre impicciarsi delle cose degli altri, di cosa fanno gli altri? Purtroppo non potremo mai, noi poveri qualunque, prevedere come e dove succederà qualcosa. Però ecco, le mie vecchie scarpe da ginnastica, per quanto puzzolenti, non credo scoppino da qui a breve. 

Paris, toujours mon amour

Ieri, poche ore prima che accadesse quel massacro immondo, sognavo di essere a Parigi. Lo sognavo perché in questi giorni lì si tiene una bellissima manifestazione fotografica a cui ho avuto la fortuna di partecipare per ben due anni. Lo sognavo perché Parigi è la mia città ideale, e sin da ragazza ho sempre invidiato i parigini e desiderato trasferirmi lì. Lo sognavo perché solo qualche mese fa stavo per premere acquista sul sito vueling per approfittare di un volo super economico che mi avrebbe portato lì dove volevo, e lo stavo per fare, sebbene a prezzo decisamente più alto, sole due settimane fa. Lì tra i miei adorati caffè, lì sotto una coperta a Montmartre, lì a places de vosges, lì tra le foto dei miei autori preferiti, tra i mercatini di stampe e libri d’occasione, lì a meravigliarmi per l’ennesima volta di una città multiforme e multicolore, libera, cosmopolita, meravigliosa e splendente sotto le luci di quel tripudio di ferraglia e modernità che forse non è così lontana dalle cause di tutto questo.

Ed ora potevo essere lì, in un albergaccio economico a rèpubblique o bastille, spaventata, addolorata, lontana da affetti e amici che probabilmente sarebbero stati più in pena di me.

Cosa mi ha fermato? Sembra assurdo ma proprio questa maledetta dieta. Che ci andavo a fare a Parigi se non potevo ubriacarmi di vino, macarons e crepes?

A quante sciocchezze pensiamo quotidianamente? Ma quante di queste sciocchezze e sì, paure, a volte ci tengono al sicuro? Non bisogna arrendersi e lottare per non smettere di vivere in libertà la nostra vita. Anche se dimentichiamo che spesso la nostra libertà non è gratuita ma costa il prezzo di tante altre e molte vite altrettanto innocenti che quotidianamente vivono nel terrore a causa della brama di soldi e potere dell’uomo. Di occidente e di oriente.
Il mio cuore oggi è più che mai lì anche se sono grata di essere al sicuro qua. Anche se per ora. Il mio cuore è lontano da qualsiasi altra forma di sciacallaggio e speculazione e razzismo becero. Questa non è una guerra di religione, non è una guerra tra cristiani e bastardi musulmani. È una guerra di odio che non conosce colori, idee, razze. Ma solo la fame di una prevaricazione cieca.

 

bansky – pray for Paris

 

Esistere

Quelle situazioni che a me non capitano mai, o comunque sempre più raramente. E quando succedono, ti fanno sorridere.
Tipo che in uno dei pochi giorni in cui ti sei vestita seria a lavoro, con una bella giacca, il tacco, una delle poche borse di marca che hai, e con un trucco e un’acconciatura che reggono bene alla stanchezza ti aggiri nell’ultima mezzora utile al supermercato Bio. Che, ammettiamolo, il più delle volte è decisamente ben frequentato.
E tu sei stanca e distratta tra i locali ma poi l’avverti che qualcuno ti fissa. E non è il solito pizzicagnolo o macellaio o panettiere ciccione del super sotto l’ufficio, ma è un bel tipo, alto, in completo, con il casco della moto, che parla al cellulare probabilmente validando la lista della spesa con la compagna all’altro capo. Fortunata, visto che è lui ad aggirarsi tra tofu e polpette di soia alle 8 di sera.
E gira di qua e di là ti rincontri e ci scappa un sorriso, suo, ma tranquillo, non di quelle cose squallide e piacione. Siete due lavoratori stanchi, che mangiate bene. O ci provate. E gira che ti rigira le sue polpette di soia finiscono pure nel tuo conto e tocca fare lo storno.
E poi ognuno a casa sua, ovviamente.
E’ che ogni tanto è bello non sentirsi invisibili all’umanità maschile altra. Ogni tanto.

Ci mancava solo Halloween

Questa sera la via del locale è invasa di bimbetti vestiti da fantasmini, streghette, mostriciattoli vari. In molti negozi ho visto commesse con cappellini, ragnatele, trucchi orrendi, in senso letterale.
Boh, io sta moda di festeggiare Halloween non la capirò mai. In 36 anni mi sarà capitato forse una volta di andare ad una festa, tra l’altro in una nottata davvero da incubo, con freddo, pioggia battente e locale strapieno dove alla fine manco riuscimmo ad entrare. E badate bene, non sono una di quelle suffragette anti tutto e soprattutto anti qualsiasi cosa che sia di provenienza americana (anche perché gli americani se ne sono appropriati ma di certo l’origine di questa festa non proviene da lì) ma semplicemente mi sembra una gran forzatura, un qualcosa di cui ci siamo voluti appropriare a tutti i costi e solo per sfruttarne gli aspetti più commerciali e ludici.
Qui non esiste Halloween, esiste solo la festa dei defunti e, per quanto oramai io sia sempre più laica, troverei più giusto festeggiare con i propri morti, come ad esempio ho visto fare questa estate nei cimiteri estoni. E non andandosene in giro mascherati da scemi e assecondando bambini scemi. Non bastava già il carnevale? Ah se fossi nata americana sì che ne avrei abusato di Halloween, visto che ogni festa dolciaria per me è pura goduria. Così come dei balli di fine anno, dei bicchieroni di caffè bollente, delle confezioni maxi di succo di frutta, delle buste da spesa di carta senza manici.

Tra l’altro il mio “Halloween” non è iniziato neanche nel migliore dei modi visto che sono dovuta andare al funerale del padre di una mia carissima amica. E’ stato struggente. Vedere persone che ami soffrire fa schifo. Ti senti così impotente e non sai cosa fare per poter alleviare la loro sofferenza, davvero. Sembra ieri che i genitori ci venivano a prendere a scuola, o a una festa o ci accompagnavano  alle gite. E ora inizia questo momento della vita? Di già? Non sono pronta. Il momento è così drammaticamente vicino ed io non sono pronta ad affrontare la vecchiaia, la malattia, la scomparsa dei miei genitori e di quelli dei miei amici. In questi momenti prendi tragicamente atto dell’inevitabile andare avanti. Di tutto ciò che non tornerà. Di tutto ciò che hai perso. A volte credo che la mia ansia della maternità sia figlia di queste paure. Del lasciare solo qualcuno, del donare una nuova infanzia, una nuova vita, un futuro, mentre tu pensi  ancora al passato, a quanto certe cose le rivorresti così fortemente indietro ed è così dura, lo ammetto, vedere qualcuno, anche se tuo figlio, vivere qualcosa che tu non potrai avere più. Che più lui cresce, più tu ti avvicini alla morte.
E’ la serata dei mostri, ed io mi sento, in effetti, una strega stronza.

Fa caldo

Già che, superati i 40, ti presenti a lavoro in pantaloncini corti, simil jeans, e poi ci abbini pure una lacoste stinta e ristretta da cui si intravede la panza… 

(pausa sigaretta con livello di Criminal Case bloccato… non mi resta che malignare sul prossimo)

Are you talking to me?

Il rimprovero che subisco più spesso a lavoro è di parlare troppo a bassa voce. E questo denota, nell’ambiente comunicativo, insicurezza, debolezza e via discorrendo. 

Sicuramente ci sono vie di mezzo. Io, oggettivamente, specie quando sono svogliata o annoiata, parlo a bassa voce. Poi è chiaro che a una certa subentri un po’ di insicurezza se costantemente ti fanno presente un “difetto” a cui tu proprio non riesci a rimediare, perché quando alzi il tono ti senti posticcia, senti che non sei tu e quindi il pericolo di sparare cazzate si alza esponenzialmente. Poi, le donne che parlano a bassa voce un tempo non erano sexy? Già, ma forse in un altro ambito. Non in quello in cui tutti smaniano dalla voglia di comunicare e si fa a gara a chi parla prima o, più forte.

 Non so, quindi, se è per via di questa manfrina quotidiana ma io le persone che parlano troppo ad alta voce proprio non le sopporto, forse proprio perché alcune di esse lo fanno per sovrastarti, per essere sempre al centro dell’attenzione, visto che puoi udirle in ogni dove, e questo per me, oltre che indice invece di insicurezza (se sei così convinto di quello che dici che motivo hai di urlarlo?), è soprattutto sinonimo di maleducazione. E io odio i maleducati. Subito dopo i prepotenti.

Stamattina ad esempio me ne stavo tranquilla al parchetto con holga, entrambe ancora mezze insonnolite, e c’era sta tipa che si è piazzata davanti alle poste ad urlare al telefono. Ma mica urlava perché stava discutendo con qualcuno. Era semplicemente il suo tono di voce con cui, non curante del resto del mondo, snocciolava le corna della sua amica Ilaria, la dieta di Giulia, le prossime vacanze estive, ridendo come un’oca. Con quel modo di fare ridicolo poi tipico di chi usa l’auricolare. 

Beh è stato più forte di me:

“No ma parla più forte che forse pure quelli del’ultimo piano sono interessati alle corna di Ilaria”.

Non ha avuto neanche la prontezza di rispodermi. O forse non mi ha sentita, che è tipico di questa tipologia di persone. A noi dai bassifondi non ci ascoltano.

Ecco sì io parlo a bassa voce ma ultimamente parlo un po’ troppo, anche da sola, tipo alla gente che mi taglia la strada, che è in doppia fila… insomma prima o poi se leggerete di una  giovane blogger coinvolta in una rissa, pensatemi.

Amici di salvataggio

Enorme tristezza per la vicenda del giovane ragazzo precipitato a Milano. Impossibile non farsi domande, indignarsi, sentire la pelle accapponarsi. E impossibile non ripensare a quando al suo posto c’eri tu. E sì, sentirsi graziato.

 Le memorabili gite scolastiche, forse uno degli aspetti più belli in assoluto nella vita di ogni studente. Forse. Per i ragazzi popolari, sicuramente. I caciaroni, i leader e le cheerleader, quelli sempre in mostra, quelli ammirati, temuti e odiati dagli sfigati. Sicuramente non facevo parte di quella categoria, ma ho avuto la fortuna di poter crescere con delle amiche e degli amici fantastici, nella nostra impopolarità. Che a tutt’oggi sono la mia famiglia. Come capitino e come nascano queste amicizie “giuste”, è un mistero, almeno per me. Ma tante cose oggi le capisco di più. Alcuni limiti così rigidi dei miei genitori, come ad esempio non mandarmi alla prima gita delle medie, per cui piansi giorni interi. All’ansia che potranno aver provato, manifestandola (a tutt’oggi) con le chiamate, ogni giorno. All’epoca non esistevano ovviamente i cellulari e io me lo ricordo ancora nel grande ristorante dell’hotel a Praga, di fronte a un nauseabondo piatto di prosciutto cotto e panna e canederli, il cameriere chiamare a gran voce il mio nome perché c’era mia mamma al telefono. E tutti girarsi, e ridacchiare.

Non voglio passare per santa, di stupidaggini ne ho fatte tante, anche io. Anche noi. Come siamo riusciti a non trascendere mai, a non andare oltre, a non fare scherzi idioti senza pensare o capire le conseguenze, non saprei. Se è stata fortuna o se è stato grazie anche ai miei genitori, a come mi hanno cresciuta, capita, aiutata. Io che non potevo andare sul motorino, in discoteca, ovviamente fumare e bere, dormire dalle amiche, dormire a scuola, occupare, manifestare. Ma lo facevo lo stesso. E forse loro lo sapevano. Come non abbia avuto incidenti, come non sia finita tra le mani del ragazzo sbagliato per fare la cretina, come non mi sia fatta il giro di tutti i ragazzi della comitiva – che comunque non avevo – per non sentirmi meno sola, meno cessa, meno invisibile. Non lo so. Come per anni abbia preferito i libri all’alcol, alle droghe, come studiare tutto sommato mi piacesse. Fortunata sono stata io. Ed i miei genitori.

Forse la mia ironia mi ha sempre salvata, nonostante tutto. Perché il lato ironico porta a non farti prendere sul serio molte cose, ti difende, per quanto a volte il rischio di sminuirsi o diventare troppo cinici sia sempre alle spalle. E poi perché in fondo sono sempre stata un po’ asociale, quel tanto che basta a non sentirsi morire se non si è sempre al centro dell’attenzione, anzi. La qualità alla quantità, sempre. Pochi amici, ma buoni. Ci siamo trovati e scelti forse a vicenda e insieme ci siamo fatti da angeli custodi e ci siamo protetti. Forse anche più dei nostri genitori, che a quel tempo erano nemici.

Io le ricordo tutte le mie gite, specie quella di IV ginnasio insieme ai ragazzi del III, alcuni ben più che maggiorenni. Anche lì ricordo che c’era gente che uscì di nascosto, che si ubriacò. E le compagne di classe che volevano fare breccia tra i belloni dell’ultimo anno. Quel corridoio con la moquette polverosa, le ragazze grandi, dai capelli lisci, le pance piatte, il trucco, che ci guardavano dall’alto al basso. Le birre, le sigarette. Ed io che non ero nulla a confronto e non avevo neanche mai baciato nessuno. Già. E così preferii una serata di cuscinate in stanza con le amiche, grandi risate, a crepapelle. E poi quel ragazzo bellissimo, il più bello della scuola, che neanche osavo guardare, chiedermi il giorno dopo di sedermi accanto a lui sul pullman. E diventare, poi, il mio primo bacio. (Ma non in gita 😉
Cosa sia successo davvero a Milano non sta a noi scoprirlo. Di chi le colpe. E come si possa andare avanti. Se Domenico non ha avuto gli amici giusti, se sia stato un incidente, la sfortuna, il destino. 

To C., G., V., F., L., R.

Addà arivà o Natale

Ecco, tendenzialmente questo, a differenza di molti, sarebbe il periodo dell’anno che amo di più. Sinceramente non capisco tanto quelle persone così assolutamente anti Natale. Ah perché è una festa consumistica (e però come vi piace ricevere i regali eh), ah perché due palle (si però come vi piace scroccare a feste e festini in giro) ah perché è volgare (poi però a capodanno tutti al veglione), ah perché la mia famiglia la odio. Ecco, capisco chi ha situazioni complicate, o magari ha perso delle persone importanti e le feste portano spesso tristezza e nostalgia (ricordi d’infanzia quando c’erano i nonni, per chi li ha avuti, esisteva Babbo Natale al posto delle bollette, dei mutui, delle casse integrazioni), gli altri bastion contrari del Natale per me son tutti atteggioni e lo confesso, non li reggo. Perché sono prepotenti e con le loro negatività finiscono per contagiare un po’ tutti. E noi piccoli elfi amanti del Natale siamo sempre più bisfrattati.

Allora, non che io ami il Natale per ragioni cristiane, lo ammetto. Né che mi travesto da renna urlando oh oh per le strade, ma semplicemente per me rimane un periodo di festa, di vacanza, in cui tirare un po’ il fiato, rilassarsi, star vicino a chi magari non vedi durante l’anno, vedere film scemi, mangiare cioccolata, dormire 10 ore di fila. E pure io a volte mi scoccio perché magari i miei zii ancora non hanno capito che lavoro faccio (del resto ancora devo capirlo anche io) o sembra sempre che io sia un po’ la fallita della famiglia perché non ha un contratto e un impiego fisso e la fotografia è un hobby, però credo che per un giorno all’anno si possa fare, di sopportarci.
Io amo dicembre, ecco. Solo che quest’anno arrivo più scarica del solito, troppo stanca fisicamente e mentalmente per accorgermi che orami ci siamo, perché fino a mercoledì sarà un tirare il fiato, impasticcarsi per ricacciare il raffreddore e ingollare caffè a profusione per tirare fino alle 20 e chiudere tutto ciò che si può per poter poi staccare qualche giorno.
Insomma, siate meno cinici o atteggioni, se odiate il Natale ci dispiace, ma pensate a quanti altri giorni vi offre l’anno per essere i novelli Bukowski falliti e annoiati dal mondo.
Sinceramente, ciao!

Something nearest at week-end

Oh questo week-end pare che un po’ mi riposerò… parola d’ordine: non fare una mazza, or almost like this.
È il primo week-end con il locale chiuso ed io mi rendo conto che alla data del 12 luglio non ho ancora assaporato affatto l’estate romana: niente birretta al fresco/all’afa del tevere, nessun aperitivo marino o concerto in villa.
E soprattutto la mia pelle ha visto solo poche ore di sole. Ordunque, non avendo però nessun appuntamento mondano all’orizzonte, questo week-end, tempo permettendo, mi dedicherò un po’ alla tintarella, ad holghina, nessuna sveglia e a dire al vero qualche lavoretto fotografico da sistemare. Pertanto un altro week-end semi lavorativo. Ma con lentezza. A casetta, da sistemare, e forse alla ricerca di qualche nuova lettura estiva perché aimè, ci ho provato, ma Jane Eyre non fa proprio per me.
Take it easy.